Ravenna on fire (1981)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Agosto 16th, 2008

Qualche giorno fa ho scritto il seguente messaggio alla redazione di surfnews.

 Ciao Redattori&C.

mi chiamo L. (Lorf) e già da un bel po’ curo un blog dal titolo” Il serf (spiegato anche male)”.

Il blog si occupa, fra le altre cose, di storia del serf italiano (vi ho citato più di una volta). So che voi siete a Ravenna (qlc volta ho serfato alla diga) e che il fondatore della vostra rivista è “il Tazzari”, uno dei primi a serfare l’Adriatico (http://lorf.surfblog.it/2007/12/20/aurosurf-news/).

Mi piacerebbe avere notizie su di lui e sulle origini del serf dalle vostre parti, se ne avete memoria. “RENO” un avatar di surfreport mi ha parlato di un certo “Tordi”, che mi sembra collegato con un surf club della costiera romagnola. Di più non so e, ripeto, mi farebbe piacere avere notizie documentate da pubblicare.
Ovviamente vi invito a leggere il blog (lorf.surfblog.it) e a darmene un feedback (x voi “nordadriatici”
http://lorf.surfblog.it/2007/10/29/gli-adriatici-del-nord/).

Saludos e buone onde (che da voi spira scirocco)
Lorf

La risposta non ha tardato molto, eccola:

Ciao L.
sono Angelo Manca, con il Tazzo ed altri ragazzi fra i quali Guancia al secolo Lodovico Broncelli ho fondato  SurfNews e la FISO (Federazione Italiana Surf da Onda) che è esistita fino al 2000. Velocemente posso darti il mio ricordo dei fatti. Nei lontani anni fra il 1981-83 Andrea Tazzari, Marco e Gian Piero Gerbella, Guancia, Maurizio Spinelli, Lamberto e Rossano Ruzzi ed uno sparuto gruppetto di amici, hanno dato vita al surf da queste parti. Tazz&Gerbi (Marco) costruivano le tavole, così come Guancia e Ruzzi. Io personalmente ho iniziato nel 1984 e qui a Ravenna eravamo già un gruppo di circa 50 praticanti. In quegli anni ci sono stati i primi viaggi nella costa ovest e all’estero, alla ricerca di onde più consistenti e di materiale (tavole, mute, accessori). Dei ragazzi di allora solo pochi surfano ancora: sicuramente il più assiduo di tutti è Guancia (esce ancora con tutti i climi e tutti i tipi di onda e tavola). Il posto di Marco Gerbella è stato preso da Dario “Cilli” Gerbella il più piccolo dei 3 fratelli che allora aveva solo 14 anni. Poi fra i “vecchioni” siamo rimasti Alberto Spizuoco detto Baba, Pietro Massaroli, Alex Cantelli (socio di Tazzari nel mitico negozio Danger SurfArea, primo negozio in costa est), Rudy Barbadoro, io e molto saltuariamente Lamberto Ruzzi. Siamo tutti ultra quarantenni, anzi alcuni di noi, me compreso, siamo già più vicini ai cinquanta che ai quaranta. La Diga che fino alla metà degli anni novanta è stato il centro dell’attività surfistica romagnola è stato soppiantato da altri spot con onde di migliore qualità, tutti citati sulla nostra SurfGuide che esce da oltre 10 anni nei mesi di marzo-aprile.
Per ora ti saluto, sperando di aver tolto un po’ curiosità in merito alle nostre origini.
salutoni
Angelo

Sì, un po’ di curiosità me la sono tolta. Del Tordi, però, nessuna traccia, almeno nelle memorie dei ravennati. Per riminesi, forlivesi etc. etc. bisognerà chiedere a qualcun altro.

P.S.  Per la cronaca RENO, a cui ho girato l’e-mail, mi ha accennato di oscure vicende riguardanti un perverso localismo perpetrato da due redattori di surfnews, riguardo al quale è rimasto un ampio dibattito su surfreport. A voi il giudizio, io faccio notare che i due in questione non sono della “vecchia guardia”.

Sapore di sale

Posted in serf italiano, il campo da giuoco on Agosto 4th, 2008

Andare al mare d’estate è un’esperienza strana. Sei lì, con quelle mutande fiorate addosso, il mare non si muove,  gli altri si divertono e/o si rilassano. Cerchi di trovare cose interessanti da fare, tipo guardare all’orizzonte, sentire il vento, determinare quanta onda fa quel deficiente con l’acquascooter.

La depressione sale.

Poi scopri che sì, è lo stesso posto dove vai a fare serf, ma fa parte di un altro universo, un universo parallelo in cui sei finito per caso e con cui devi fare i conti.

Allora ricordi che ci si stende per terra su di un asciugamano, ci si spalmano delle creme addosso, ci si lanciano vari tipi di palle usando piedi e mani.

Gelati, castelli di sabbia, pizzetta rossa. In fondo il mare d’estate è un bel posto dove andare.

Family surfing

Posted in spot italiani, serf italiano, news & media watching, serf estremo on Luglio 24th, 2008

Non so se quella dei serfisti italiani può essere chiamata una “comunità”. Parlerei piuttosto di piccole “comunità locali”, anche se certamente il network negli ultimi tempi ha dato i suoi frutti in termini di “coscienza collettiva”. Di certo so che in alcune aree del Lazio il serfismo all’italiana, oltre a produrre un discreto businness destinato fra l’altro a montare (con mostruose conseguenze a livello di traffico in mare), ha generato nel giro di trent’anni una vera e propria tradizione locale. E ciò è avvenuto perché sono pochi, pochissimi i/le serfisti/e che non passano la propria passione alle/i figlie/i.

Il risultato è che a partire dalle prime domeniche di giugno le line-up e gli inside di diverse spiagge diventano luoghi di incontro per diverse generazioni di serfisti. Senti un chiacchiericcio allegro di bambini che chiedono informazioni ai padri e voci cupe di “vecchietti” che dicono cose sagge ai piccoletti. Vedi nascere amori fra giovanissime longboarders in scafandro invernale e inquartatissimi adolescenti in shorts e magliettina ultimo grido, mentre qualche disavveduto ragazzetto viene redarguito dai bagnini perché è stato così idiota da mettersi con lo shortboard appuntito in mezzo ai bambini piccoli e ha rischiato più volte di impalarne uno.

Non mancano le caratteristiche “italianate”: a riva attendono madri apprensive (”Dai Giacomo, esci che hai le dita lesse!”, “Ma mamma, proprio adesso che arrivano sono le onde!”), la pizza alle 5, poi il sole tramonta e tutti a casa, che nonna ha preparato la pasta al forno etc. etc.

Questa dimensione del serf in Italia, forse la più significativa, non fa surf culture, almeno sui giornali e in televisione, e quindi la gran massa ne sa ben poco.

E’ meglio così?

Basta la parola!

Posted in news & media watching, serf estremo, sono un serfista on Luglio 21st, 2008

Ho capito. Ho finalmente capito il giochetto “serf vs media”. L’ho capito guardando una gallery fotografica di repubblica.it  intitolata “Topless e surf per la top model Paulina”.

C’è una signora in topless, tal Paulina Porizkova classe 1965. Sebbene io non sappia chi ella sia la didascalia dice: “Un fisico invidiabile che l’ha resa famosa nel mondo e volto di alcune grandissimi griffe tra moda e prodotti di bellezza” (l’errore di ortografia non è mio).

Ok, c’è una del ‘65 in topless che si tratta molto bene ed ha una figura assolutamente dignitosa. Ma io ho cliccato sul link per vedere una che fa serf in topless ed ora mi immagino questa Porizkova che, oltre ad avere un seno e dei glutei non molto sfioriti, scende giù da un onda, magari con un 6′1”.

Dico: “La serfata sarà più avanti”  e scorro velocemente un numero infinito di immagini che ritraggono la topless woman mentre cammina, mentre corre, mentre fa il bagno, mentre interagisce con quelli che devono essere i suoi figli.

A un certo punto mi rendo conto che la gallery è finita e che sono tornato al punto di partenza.

Non ho visto la tipa fare serf.

“Come - dico - il titolo era proprio ‘Topless e surf’!” quindi rifaccio il giro e allora capisco.

Poi, atterrito e avvilito, realizzo. Mi aspettavo una cosa tipo questa:

Surfista nuda

E invece scopro che Paulina Porizkova, a un certo punto, inforca una tavoletta di polistirolo da edicola, una di quelle cose per bambini su cui si va stesi, e fa questo:

 Paulina con la tavoletta

Il suo sorriso, la sua faccia, la sua espressione è tipica di una persone che non ha la minima idea di che cosa sia il serf. Avevo probabilmente una faccia simile quando nell’ormai lontano 2004 sono sceso per la prima volta da un’onda con un attrezzo simile.

Chissà, magari questa prima session prelude ad un vero e proprio amore per il serf, come fu per me. Sta di fatto che queste foto con il serf non c’entrano veramente un cazzo.

Ed eccoci arrivati all’epilogo. Morale della favola?

Non è più nemmeno importante che davvero qualcuno almeno ci provi a fare del serf. Non c’è neanche bisogno che appaia una vera tavola. Basta la parola, per fare notizia, mannaggia. Oltre al fatto di dover assistere al deprimente show estivo italiota di milioni di ragazzetti che indossano roba da serf ma non fanno serf (e quel che è peggio non c’è onda), ora siamo costretti a vedere addirittura usi impropri della parola “surf“.

Gente, il gioco è fatto, l’invasione degli ultracorpi è completa. Quindi convertitevi al serf (quello che si fa d’inverno, sulle onde italiane), siete ancora in tempo. In regalo avrete un santo protettore.

An Exceptionally Simple Theory of Surfing

Posted in varie on Luglio 15th, 2008

Kary Mullis reagì alla notizia di aver vinto un nobel  dicendo “lo prendo!” e poi andò a fare serf. Il serfista Garrett Lisi, invece, non ha ancora vinto niente anche se, come mettono in evidenza su cosenascoste.com, “il mondo scientifico è piuttosto in fermento” per la sua “inattesa teoria” dal (bellissimo) titolo:

An Exceptionally Simple Theory of Everything

Lisi è uno scienziato anche meno convenzionale di Mullis. Per prima cosa non lavora all’Università e in secondo luogo vive alle Hawaii dove:

dorme nella giungla, passa ore sul surf, costruisce ponti

Da Kataweb:

Lisi ha delineato un modello teorico dell’Universo … e, secondo le teorie della fisica delle particelle, i suoi calcoli hanno un senso: è il motivo per cui ad esempio il professor Lee Smolin del Perimeter Institute for Theoretical Physics in Canada, arriva ad affermare che l’intuizione di Garrett è “favolosa, uno dei migliori modelli di unificazione che io abbia visto in molti, molti anni”. Il professor David Ritz Finkelstein del Georgia Institute of Technology di Atlanta aggiunge che “alcune possibilità teoriche di grande fascino scaturiscono dalla teoria di Lisi, e Garrett potrebbe aver intuito qualcosa di veramente profondo”.

Il modello è basato sulle E8, cioè su “alcune algebre di Lie (Marius Sophus Lie) eccezionalmente semplici”

 Marius Sophus Lie

Sarebbero “schemi” trovati nel 1887 da un altro matematico Wilhelm Karl Joseph Killing:

Wilhelm Karl Joseph Killing

Di fatto l’E8:

realizza un oggetto che incorpora le simmetrie di una geometria a 57 dimensioni ed è esso stesso a 248 dimensioni.

Non chiedetemi cosa significhi tutto ciò. Posso solo mostrarvi il modello grafico dell’E8 e dirvi che quella di Lisi è una “unified field theory” ovvero di una teoria che intende far quadrare i conti fra teorie di campi diversi. In questo caso fra fisica quantistica e teoria gravitazionale.

E8 model

A prima vista sembra uno di quegli elaborati centrotavola che faceva mia nonna. Ricorda anche quei cerchi geometrici che si ottenevano usando un gioco grafico francese o tedesco che andava in voga quando ero piccolo.

Chiudo con una frase di Garrett:

 Surfing acts as a great ‘reset button’ for whatever I’m worried about in the rest of my life. […] If I’m struggling with a difficult physics question, focusing on approaches that aren’t going anywhere, surfing allows me to get away from the problem.

 

P.s. Se credete che il serfismo di Lisi sia una trovata pubblicitaria leggete questo.

Capitan Navarro

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Luglio 8th, 2008

In un lungo thread di Surfreport riguardante le origini del serf italiano, l’avatar SURFiNG si chiedeva:

“ma capitan navarro per chi lo sappia, stà in costarica??? e’ sempre incazzoso pure la?”

Io l’ho cercato (in rete, ovviamente) e l’ho trovato sul suo “lussuoso catamarano” di nome Pitigüey.

Massimo Navarro

Insieme a Cristina, da ormai quindici anni, organizzano vacanze a Los Roques, un piccolo arcipelago venezuelano di bellezza infinita che - quando sono stato in Venezuela - non ho potuto visitare a causa dei costi altissimi di viaggio e permanenza.

Eh sì, caro SURFiNG, Capitan Navarro, uno dei tre scopritori di Banzai, vive in uno di quei “paradisi” dove ogni tanto i turisti spariscono per motivi sconosciuti e dove trovi più italiani che locali.

E ha messo su una discreta panza.

Il luogo dell’anima (per Elly)

Posted in sono un serfista on Luglio 1st, 2008

Alle Saline di Tarquinia non si fa più il sale, ma il piccolo borgo dell’Ente Maremma costruito per ospitare gli operai del sale è ancora abitato. E’ rimasta anche una vasta laguna, protetta dai forestali e (credo) dal wwf, dove gli uccelli migratori depongono le uova e le nutrie fanno i fatti loro. La spiaggia è definita dalle due chiuse che permettono di regolare l’afflusso e il deflusso di acqua in laguna. E’ una spiaggia nera non più lunga di un chilometro al cui centro si trovano i resti di un porto etrusco/romano. Il tutto incorniciato dalle centrali di Civitavecchia a sud e Montalto a nord.

Non posso definirlo un gran bel posto, né uno spot degno di questo nome. Ma di certo questa spiaggia è legata indissolubilmente al mio serf.

Qui venni nel 1996 con il mio amico T, dopo essere stati a Banzai, con Leo e Matteo. Ci mettemmo su una delle due chiuse a valutare le onde e, senza saperne nulla, dicevamo “Sì, questo è un posto spettacolare per il serf”.

Qui, sei anni dopo, sono sceso da un’onda (con una tavoletta di polistirolo comprata all’edicola). Qui, in un giorno d’estate, ho capito cosa vuol dire quando il vento ruota da terra, il mare si stende e i picchi delle onde si alzano e si arricciano. Qui ho lanciato M su un’onda, motivo per cui oggi ho un socio. Qui, infine, ho letteralmente cambiato prospettiva sulle onde, avendone vista una per la prima volta dall’alto, in piedi sul mio roseo softboard (d’ora in poi RS).

Il primo giorno “all’inpiedi” mi ha legato indissolubilmente ad una tavola e al mare e, cosa più importante, mi ha liberato forse per sempre dall’incubo ricorrente di quando ero bambino, in cui mi tuffavo nel blu per ritrovarmi in un momento a largo senza avere la forza di tornare a riva.

Ma andiamo per gradi perché quel giorno per me è stato anche molto di più. Ecco il racconto:

E’ settembre, fa vento dal mare ed è piuttosto nuvoloso. Io, A (cioè la mia amata) e B (la mia cane) siamo sulla spiaggia. A è un po’ seccata dal clima, ma si fa prendere bene e affonda nel suo romanzo stesa sull’asciugamano. B è molto saltellante, come ogni volta che vede il mare, e tende a buttarsi in acqua. Io titubo perché inizia a fare un po’ freddo, le onde quasi non ci sono e non so se è il caso di buttarsi. Ma il desiderio di provare gli indumenti da serf appena comprati mi spinge in acqua.

Sono dentro e il mare ingrossa un po’. Con il RS è facile prendere onde (me ne accorgerò molto più tardi molto meglio) e quindi scivolo giù, steso sulla tavola, cercando di capire come si fa a saltarci sopra.

Ad un tratto capisco, anzi forse è il mio corpo a “capire”. Il movimento giusto si insinua in me e mi ritrovo là sopra, a guardare dall’alto più di 30 anni di paure, conscio di aver trovato finalmente un modo per tornare indietro, sulla terraferma.

Qui entra in gioco B. E’ preoccupata, forse pensa che mi trovi in difficoltà, corre avanti e indietro per il bagnasciuga senza sosta abbaiandomi. Alla fine si butta in acqua e viene verso di me. A prova a chiamarla, ma lei non torna indietro. Le onde, non più di 30 cm, sono per lei molto grandi (pesa 14 chili), e anche la mia distanza dalla riva, circa 80 metri, è per lei molto impegnativa.

La vedo far fatica, annaspare in balia della corrente. Viene investita più volte dalle spume, la vedo risalire a galla con sempre maggior fatica. Eppure non si dà per vinta ma a un certo punto non la vedo più per un bel po’, almeno una ventina di secondi, e questo mi fa accorrere verso il punto in cui l’avevo individuata l’ultima volta.

La trovo che ancora tenta di abbaiare. La metto sul RS, è tremante e infreddolita, e la riporto a terra.

E ‘ salva, stanchissima, quindi si mette sotto il RS a dormire, e mentre A alza gli occhi dal libro e mi sorride, lei già russa soddisfatta, convinta di avermi salvato la vita.

Ecco, mi sono detto, la storia del mio serfismo è già scritta. Non priverò mai me stesso del serf, continuerò a scoprire che posso tornare a riva, giocherò con la mia antica paura, di volta in volta spingerò più in avanti i miei limiti. E tornerò ogni volta a casa sano e salvo, perché grazie al serf sono una persona migliore, ma senza A e B questo serfista non serve a niente.

ps. Non avevo intenzione di pubblicare questa cosa, perché è davvero molto personale. Mi sono convinto di farlo dopo aver letto i commenti di Elly a “i poeti del serf”. Per questo dedico (anche) a lei questo post.

M2

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Giugno 25th, 2008

M ha letto Fattore M e dice che sono un ingrato. Dice che se non c’era lui col cazzo che continuavo a serfare. In più mi invita a raccontare l’ultimo evento che ci ha coinvolto e io lo faccio.

E’ rimasto senza benzina sulla Roma-Civitavecchia e ciò non sarebbe poi così grave se non fosse che per tutto il viaggio di ritorno ha fatto il coatto sgassando a palla per superarmi a 200 allora e poi quasi inchiodarmi davanti.

Io avevo una serie di 5-10 appuntamenti importantissimi ai quali non sono andato per tirarlo fuori dall’impaccio.

Quando ho osato dirgli che poteva evitare di fare il coglione si è indignato e mi ha detto la cosa seguente:

“Ero un Rilke dei motori che poetava su onde d’asfalto”

Che gli avreste fatto voi? Io dapprima ho pensato di cospargerlo di benzina e dargli fuoco. Poi ho ragionato sul fatto che più volte, in motorino, mi è capitato di pensare alla mia carreggiata come alla spalla di un’onda, alle macchine in fila sulla mia carreggiata come alla cresta che rovina giù, alla carreggiata opposta come alla “fine della corsa”, il luogo nel quale puoi sconfinare solo per quei brevissimi periodi di tempo necessari a evitare la schiuma che avanza…

Ho pensato a tutto questo, dimenticando l’intento incendiario.

Beach bubbleboard

Posted in equipaggiarsi on Giugno 18th, 2008

Ti arriva una scatola di cartone 50×40 e pensi: mi hanno tirato un pacco, qui dentro non ci può essere una tavola da serf.

Apri la scatola, sbucci tutto e osservi bene. Trovi:

1. una pompa per l’aria molto compatta con un bocchettone semiartigianale alla fine
2. uno strano attrezzo di ferro simile a una chiave inglese ma non utilizzabile come tale
3. un piccolo misuratore di pressione
4. un foglio stampato a colori artigianalmente con una inkjet
5. un pezzo di plastica gommosa bianco e azzurro a forma di tavola da serf. In punta ha una valvola molto elaborata con un bottone rosso al centro. In coda vi sono appiccicate due cose di gomma a forma di pinne.
6. un kit con istruzioni per riparare le forature

La sensazione-pacco aumenta. Come può funzionare? Non funzionerà mai.

Allora leggi il foglio e scopri che il suo autore è il costruttore dell’attrezzo in persona. Scrive colloquialmente dalla sua location di San Diego e sembra saperla lunga su come funziona il tutto, approcciandosi al cliente come fosse un amico o un conoscente appena incontrato sulla spiaggia.

L’uomo - che nella mia immaginazione ha un cannone di white widow in bocca e indossa molte collanine - spiega che devi gonfiare la tavola fino a raggiungere le 18-22 atmosfere, facendo attenzione a non superare le 24 e determinando la pressione con un’applicazione del misuratore di pressione direttamente sulla valvola. Mai lasciarla in macchina o al sole quando fa troppo caldo, potrebbe scoppiare. Se spingi una volta il bottone rosso la valvola si apre, se spingi una seconda volta si chiude. Per gonfiare la tavola, la valvola deve essere chiusa.

L’uomo poi ti ricorda che quando è bagnata la tavola è scivolosa e quindi bisogna applicarci sopra della paraffina (ti informa anche di come piegarla quando la si sgonfia e non ci si vuole sporcare di paraffina. Fra l’altro lui per toglierla usa il phon, ma non nell’opzione “caldissimo”). Avverte infine che quell’attrezzo non è affatto sicuro, non è un giochetto qualsiasi, che bisogna saper nuotare per avventurarsi con esso in acqua e che se non sai come usarlo puoi farti davvero molto male.

Poi chiude, dicendo una cosa come “e adesso goditela”.

M… non sai se la lettura ha reso l’operazione convincente o meno. Però ti fidi - dopotutto ormai il pacco l’hai preso - e applichi la pompa alla valvola. Inizi a pompare, pompare, pompare ma non succede niente… è bucata? Continui a pompare, la pompa inizia a fare strani rumori aerofagici e pensi: “be’, qualcosa almeno cambia”, fino a quando noti che davvero la tavola si sta gonfiando, che davvero sta prendendo la forma di un fish tail 5′10” anche se un po’ troppo ciccione. Ed in breve quel coso inizia ad essere duro come un pezzo di legno, al punto che applichi il misuratore per scoprire che invece le atmosfere sono ancora troppo poche.

Ecco. Ora sei al mare con questo attrezzo bello gonfio e paraffinato a dovere. E’ cortissimo ma allo stesso tempo molto grosso, quindi hai una discreta fiducia di poter partire sull’onda, anche se non sei mai andato sotto ai 6′1”. Ovviamente hai scelto un beach break, non sia mai ti scoppi su una roccia. L’unica cosa che davvero devi affrontare è la faccia degli altri serfisti, perché con una materassone biancazzuro a forma di twin fin non sei molto credibile.

Aspetti ben bene l’onda giusta. Nel frattempo ti impratichisci con il fatto che nonostante sia corto l’attrezzo non è facile da girare. Quando l’onda arriva fai quello che sai fare e come per miracolo sei in piedi a guardare il panorama. Ma è troppo presto, non ci sei abituato, l’hai presa con un anticipo sconcertante, al punto che cadi senza un vero motivo.

Il secondo picco è a 10 metri sulla sinistra. Che fai, ci provi? Cerchi di raggiungerlo, non ce la fai neanche tanto bene, ti metti in posizione e bom, sei di nuovo in piedi là sopra, ma stavolta non vuoi cadere. Cerchi di quadagnare il piede dell’onda ma non ce la fai, ti metti proprio a cannone in perpendicolare ma niente, la tavola sembra appiccicata alla cresta.

Passa una quantità di tempo, l’onda muore a riva, e tu sei ancora li sopra. Hai spiaggiato, sei dall’altra parte della spiaggia, è assurdo.

Dici: “ho avuto culo” e riprovi, stavolta su una cosa che chiamare onda è quasi ridicolo. Lei parte, vai in punta, lei regge un po’ e poi si inabbissa.

E così via, prove su prove, per due orette.

Che dire? Non sono un manovratore, quindi non posso giudicare al riguardo della manovrabilità. Tuttavia un bel po’ di curvoni li ho fatti, con una certa facilità. La coda però è veramente troppo voluminosa, e penso che ciò crei dei problemi per le manovra più radicali.

Per il resto se costasse la metà la consiglierei alle seguenti tipologie di serfisti:

1. serfisti che viaggiano con dei non-serfisti
2. apprendisti estivi e non che non vogliono procurare danni al prossimo (in questo senso è addirittura meglio di un softboard)
3. amanti del paradosso e dell’assurdo

Unica precisazione: io ho una 5′10”. Non le fabbricano più. Non so dirvi al riguardo delle 7′6” o delle 9′.

Saludos ;)

ps. ha anche un buon rocker :)

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I poeti del serf

Posted in varie, il campo da giuoco on Maggio 22nd, 2008

Nel serf c’è molta poesia, c’è poesia ai più alti livelli. Una poesia che si esprime nello stesso luogo in cui il serf si produce, il mare, e raramente si traduce in parole. Si tratta per questo di una poesia particolare, mediata dall’età che hai, da ciò che il mare in quel momento sta facendo, dalla direzione e dalla forza del vento, dal colore del cielo, dalla forma delle nuvole. Un poesia dipendente da quanti altri serfisti hai intorno, da quali e quanti esseri viventi e senzienti il tuo sguardo raccoglie mentre aspetti l’onda o mentre la serfi. Una poesia che si trova in relazione con la tavola che hai deciso di usare, col tipo di onde che arrivano, con la temperatura dell’acqua, con ciò che hai deciso di indossare, col tuo stato di forma, con ciò che hai fatto o dovrai fare durante la giornata, col tuo umore, con la tua vita presente o passata.

La frase più poetica che ho sentito dire in mare a un serfista è: “scusa, sai l’ora?”.

E non pensiate che non abbia sentito serfisti poetare.


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