Archive for the 'spot italiani' Category

Banzai suicide. Nulla sarà come prima

Posted in spot italiani, serf estremo, sono un serfista on Settembre 3rd, 2009

Lo scorso 29 agosto 2009 sono stato a Banzai con A. e N. Non c’erano onde, o perlomeno io non ne vedevo di sufficientemente grandi. Non ho resistito, però, e sono entrato in acqua quando ho visto 6 presunti serfisti affollarsi sull’unico punto in cui il microscopico moto ondoso produceva schiuma.

Erano campani in gita a Santa Marinella. Avevano tutti delle tavole molto lunghe e sembravano molto eccitati. Discutevano di luoghi esotici come il Marocco e la Costarica. Ad ogni piccola variazione di altezza della superficie dell’acqua urlavano cose come: “questa è tutta tua” oppure “eccola” o semplicemente un “ooo” di spavento/ammirazione. Addirittura ho sentito questa battuta: “preferisci le onde o Tommaso in questo periodo?” (la risposta è stata “le onde”).

Fra di loro c’era anche una gerarchia serfistica. Una ragazza (1), la fidanzata di Tommaso, sembrava la più attiva ed entusiasta e si comportava da leader. Ne faceva le spese un’altra ragazza (2) che stava per lo più seduta su un gigantesco longboard, ben lontana dal micropicco e dunque con scarsissime possibilità di prendere una qualche microonda. La ragazza-leader, quando non inseguiva montagne d’acqua che vedeva solo lei, la tormentava dicendo “la senti la tavola? E’ troppo lunga? Dai rema, devi stare dritta, guarda le onde, girati in fretta” etc. A questo mantra si aggiungevano i saggissimi consigli di un altro ragazzo (3), ben piazzato e con l’aria di chi la sapeva lunghissima. A un certo punto le ha detto anche: “quando si è in mare non ci si aggiustano i capelli”.

Più a destra, in un’area se possibile anche più sfortunata, giaceva su un bodyboard la ragazza n. 3. La ragazza-leader si premurava di lanciare urla anche a lei. In questo caso sembrava davvero prenderla in giro perché le intimava di partire su declivi ondosi così poco scoscesi che nessuno, neanche il campione mondiale di bodyboard, sarebbe riuscito a prendere. La ragazza 3 dimostrava molta voglia di fare, al contrario della ragazza 2 che invece sembrava percepire le parole degli altri come un qualcosa più vicino alla lallazione di un bambino che non a un messaggio linguistico articolato e compiuto. A un certo punto ho dovuto dir loro di farla partire un po’ più al centro, se non altro per darle una possibilità in più di non distruggersi gli arti inferiori sulle rocce del fondale di Banzai (neanche a dirlo, il mio consiglio è scivolato via come una glossolalia rituale).

Quanto a me stavo male. Invocavo diverse divinità del mare, greche latine e bahiane, affinché mi inviassero almeno 30 cm di onda, ma niente. Non arrivava. Quelle microondine che prendevo, e su cui si accalcavano tutti, non mi permettevano una corsa più lunga di 3, forse 4 metri. Non mi davano alcuna soddisfazione, non mi procuravano nessuna gioia, nessuno stimolo.

Una brutta sensazione che probabilmente era stampata sul mio viso. Rivedevo la mia faccia di qualche anno prima nelle facce dei gitanti campani e nei loro sguardi verso di me rivedevo quelli che tante volte ho lanciato io a serfisti che ritenevo esperti e stupidamente depressi in giornate che io ritenevo buone per praticare il serf. Un gioco di specchi che non faceva che aumentare il mio senso di oppressione e tristezza. Ma la cosa che più mi turbava era il fatto che quelle persone si stavano comportando come se ci fossero onde serfabili, e anche grosse, pericolose. Discutevano di precedenze, di spalle, di come eseguire le manovre… mi sembravano completamente fuori di senno o in preda a allucinazioni collettive.

Non avrei dovuto buttarmi in acqua e non avrei dovuto ridurmi in quelle condizioni di frustrazione perché alla fine non ho resistito. Dopo aver sentito la frase “amo questo spot” associato all’ennesima espressione di meraviglia/spavento ho detto ad alta voce: “Regà, il mare è piatto”. E mi sono sentito un idiota per aver provocato un silenzio grave e una sensazione di imbarazzo di cui i sei campani non avevano assolutamente bisogno. Per di più dopo un minuto me ne sono andato via, e dovevo avere l’aria disgustata.

Chiedo scusa ai presenti, non era mia intenzione esprimere un tale disprezzo per una situazione che, invece, era assolutamente positiva e piacevole. Gitanti campani, non meritavate quella frase. Sono io lo stupido, sono io ad essere cambiato.

p.s. Un saluto a Willy, che ho incontrato sulla strada per Pura Vida. Non so, forse eri stanco, ma anche tu avevi la faccia depressa quel giorno. E i miei complimenti per la tua famiglia :-)

p.p.s. Comunque mi sono rifatto il giorno dopo: un’ottima session mattutina a Cerenova e una (meno bella) a Banzai intorno a mezzogiorno.

Le pulci dei pionieri

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Aprile 24th, 2009

Emerso (col bombolino) dal wipe-out della lettura del succitato articolo sulla storia di Fracas & friends mi sono messo a fare qualche pulce al testo.

Sembra che Marco abbia ben più di qualche sassolino depositato nei calzari.

Ci tiene a informarci che:

1. il primo negozio di serf non è viareggino ma genovese;
2. a Forte dei Marmi furono i primi, a metà degli anni ‘70 e che Alessandro Dini & Co. vennero solo cinque anni più tardi;
3. “Un mercoledì da leoni” non produsse la prima generazione di serfisti italiani ma addirittura la terza.

Che significato ha tutto questo? C’è stato un litigio al riguardo di questi argomenti?

Sollecitato in qualche modo da Escalabar di surfreport mi sono messo alla ricerca di un’e-mail di Alessandro Dini e l’ho trovata. Alessandro mi ha risposto subito e il passo seguente è stata una lunga telefonata.

Alessandro è molto cordiale e al telefono ha una voce calma e distesa. Lo invidio, perché lui sulle spalle ha più o meno trent’anni di serf mentre io a malapena cinque (e vissuti male… si sa che in tarda età tutto riesce peggio).

Il primo approccio è ovviamente imbarazzato. Io non sono un giornalista, il mio interesse per lui e per le sue storie è poco più che personale, anche se ho questo blog.

Fra le varie cose, di cui discuterò in un altro post (sempre se trovo il tempo), Alessandro mi dice che non vuole attribuirsi la prima onda italiana, anzi non lo ha mai fatto. Però rivendica “con orgoglio” il merito di aver creato il movimento serfistico italiano, insomma di aver contribuito in maniera decisiva alla sua diffusione: il primo club, le prime gare, la federazione.

“Dico sempre a Fracas: se era per te, il serf in Italia non lo conosceva nessuno”. Alessandro allude al fatto che Marco, pur essendo il primo “vero” serfista italiano, non ha fatto un granché per diffondere il serf in Italia, anzi. Mentre per Fracas i “bei ricordi” sono, ad esempio, la prima vera tavola autocostruita, la prima onda a Varazze etc. per Alessandro i momenti più emozionanti sono legati ai successi organizzativi del suo club o alla constatazione che un intero movimento sportivo in Italia per merito suo e dei suoi amici diventava realtà.

“Io e Fracas ci conosciamo bene”, dice. “E l’ultima volta che ci siamo visti ci siamo abbracciati”. Insomma non c’è contrapposizione però: “è inutile che continui a portare indietro la data della sua prima onda, perché nessuno vuole togliergli i suoi meriti”. E poi: “si troverà sempre qualcuno che ha serfato prima… vedi il padre di Luca Forte [cioé i lucchesi n.d.r.]”.

Morale della favola? Quando si parla di pionieri le cose non vanno mai come te le immagini. I pionieri hanno questa caratteristica di essere unici, di fare la propria cosa per primi. Tutto sta a vedere cosa per loro significhi questa prima cosa. Per Marco è una tavola, e un’onda. Per Alessandro è un club.

Altra caratteristica dei pionieri è che in un modo del tutto personale (non avendo nulla alle spalle > qualcosa dal niente con il loro stile) incarnano delle tendenze che più avanti diventeranno veri e propri filoni. Chi osservi oggi il serf italiano vedrà i nipoti (serfistici) di Marco e Alessandro confrontarsi e misurarsi su quelle tendenze, cioè (1) il desiderio di serfare indisturbati in un paradiso, e (2) la voglia di rendere il serf una realtà sportiva e culturale riconosciuta e tangibile.

p.s. Il prossimo passo sarà di andarmene qualche giorno in Versilia per incontrare i serfisti viareggini della prima ora. Per adesso questo è quanto. Quanto ai “moschettieri di Lucca” forse rimarranno per sempre leggenda.

Definitivamente: il serfista zero

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Marzo 4th, 2009

Allora. In questo blog, dopo aver fatto diverse ricerche sui primi serfisti italiani, sono arrivato a Marco Fracas e a Bogliasco.

Lo scorso gennaio (2008), Marco aveva fatto un lunghissimo commento ad uno dei miei post su di lui in cui raccontava un po’ degli inizi. La cosa mi aveva riempito di orgoglio, visto che fino a quel momento la storia la conoscevano solo i protagonisti e i loro amici. A un certo punto, inspiegabilmente, il commento era sparito e Marco mi aveva scritto di non averlo cancellato.

La cosa è rimasta appesa lì, fino a quando l’intera storia di Marco Fracas e i suoi amici è apparsa su surfnews n. 72.

Un po’ ho rosicato, lo devo ammettere. Poi mi sono calmato.

Ho pensato che in fondo loro sono un giornale, io sono un blogger. Probabilmente hanno soldi e tempo da spendere, al contrario del sottoscritto.

Comunque sia: buona lettura. Anche perché probabilmente questa è la storia più bella del serf italiano

QUARANT’ANNI IN UN GIORNO
di Marco Fracas e Nicola Zanella

L’epopea del surf in Italia raccontata dai suoi protagonisti

Abbiamo scritto varie volte che la storia del surf italiano è costituita da un puzzle di episodi slegati e limitati nello spazio. L’avventura a cui questo articolo tenta di rendere giustizia è però diversa, visto che inizia quando la parola “surf” ancora non aveva fatto la sua comparsa nel dizionario della lingua italiana e copre un arco temporale di quasi quarant’anni. Marco e Alberto Fracas, Alfredo ed Enzo Giunto e Lorenzo Termanini infatti, hanno letteralmente diffuso (e volendo anche re-inventato) il surf in un’area che ha come fulcro Bogliasco e la Liguria ma che abbraccia anche la Versilia la Toscana fino a Piombino, la Sardegna, la Francia Mediterranea, la Romagna e tutto il nord. Per creare un legame tra il 1968 e il presente, abbiamo documentato una mareggiata nello spot più rappresentativo tra i tanti “battezzati” da quei ragazzini negli anni ’70, concedendoci una lunga e illuminante chiacchierata con Marco e Alberto, da cui è nato il testo che segue. Varazze, ora come nel 1978 quando fu scoperta, rappresenta l’apice di una ricerca, il luogo in cui quarant’anni di esperimenti, delusioni e amori convergono, focalizzano e diventano storia. N.Z.

1968 – 1975: UN MONDO REINVENTATO
La nostra avventura comincia come quella di tanti ragazzini che d’estate giocano tra le onde, sotto l’occhio vigile dei genitori. Era l’estate del 1968 e il nostro mezzo era da anni il materassino da spiaggia, quello blu e rosso in vendita nelle mercerie degli anni ’60, ottimo per riposare sulla spiaggia o galleggiare, pancia all’aria, poco lontano dalla riva. Io avevo dieci anni, Enzo nove Alfredo e Lorenzo avevano 12 e 16 anni. Ogni volta che c’erano le onde, cercavamo di gonfiare i tubolari a più non posso. Avevamo scoperto che più rigida era la superficie planante, più velocità prendeva il materassino nella sua corsa verso riva. Prendevamo le onde usandolo come un body-board nuotando a più non posso con ai piedi le pinne Rondine, quelle azzurre della Cressi Sub. La parola surf non aveva ancora fatto la sua comparsa nel dizionario italiano. All’epoca non esistevano pubblicità o immagini di surf di nessun tipo, non avevamo mai visto nessuno prendere onde, neanche in foto, e men che meno sapevamo dell’esistenza delle tavole. I materassini avevano dei limiti. La tela si strappava per via della pressione e della salsedine e la gomma si deteriorava producendo grosse bolle. E così abbiamo cominciato a provare oggetti diversi. Per prima cosa i “paioli” delle barche, poi tavole da ponteggio, quelle usate dai cantieri di costruzione, fino a che un giorno, sostituendo le cabine nei bagni Arcobaleno a Bogliasco, provammo a prendere le onde con la porta della cabina 25, con tanto di maniglia e chiave! Era ingovernabile, pesantissima, troppo larga e si impuntava, ma ci fece capire che la rigidità era determinante per cavalcare le onde e che serviva qualcosa di rialzato in prua. Decidemmo di costruire qualcosa che avesse la forma del materassino ma che davanti fosse leggermente arrotondata. C’era un vecchietto dalle nostre parti, si chiamava Ezio Caffarena, era un maestro d’ascia, esperto nelle barche a vela. Lavorava al cantiere Primula Mare dove impermeabilizzava gli scafi usando la resina. I primi consigli ce li diede lui, impietosito dai nostri goffi tentativi. Fu lui a farci vedere la resina con l’induritore in pasta e a spiegarci come farla catalizzare e i tempi di lavorazione. E sempre lui ci raccontò di un legno africano leggerissimo, chiamato balsa, usato nel modellismo. Ordinammo la balsa alla Lecom, una grossa falegnameria di Quinto, ma non arrivò mai! Ci furono problemi con la nave container e dopo cinque mesi di frustrante attesa chiesimo di nuovo a Ezio, che ci consigliò di provare con il polistirolo. Ci insegnò a tagliarlo con l’archetto elettrico e un rudimentale trasformatore, visto che il polistirolo disponibile all’epoca era costituito da sfere molto grandi ed era impossibile carteggiarlo. Ci trovavamo di sera, dopo il carosello dalle 9 a mezzanotte: impiegammo sei mesi per sagomarlo! Il problema venne con la resinatura! Sbagliammo resina e la nostra creatura si sciolse sotto le nostre mani, come un ghiacciolo al sole! Allora ci indicarono dei pannelli usati per coibentare i muri. Erano lastre di schiuma rigida spesse 2cm, lunghe 2m e 20 e larghe 50-60cm. Ci accompagnò a prenderle il papà di Enzo con la Fiat 850 ma appena partiti con le lastre sul tetto, una folata di vento le spezzò. Ne comprammo altre tre la settimana successiva e una volta a casa le incollammo tra di loro per raggiungere uno spessore accettabile. Per rialzare la punta e la coda usavamo delle pietre fissate a prua, a poppa e al centro. Fummo costretti a resinare la tavola pezzo a pezzo con la fibra di vetro chiamata “mat” visto che non esisteva ancora la stuoia che si usa oggi. Ne uscì la nostra prima creazione. Era lunga 220cm bianca e aveva due strisce longitudinali rosse. Prua e poppa erano praticamente uguali e ovviamente non aveva pinne visto che nel ‘70 non esisteva neanche il windsurf e le pinne non le avevamo mai viste! Provai la tavola senza carteggiarla. Uscii dall’acqua completamente tagliuzzato e imbrattato di sangue! Capimmo subito che la tavola andava carteggiata e passammo giorni a renderla liscia, facendo attenzione a non bucare lo strato di resina. All’epoca la nostra tecnica per prendere le onde era molto rudimentale: nuotavamo verso il largo pagaiando con entrambe le braccia parallele e pinneggiando con ai piedi le Rondine. Quando arrivava una schiuma ci giravamo verso riva e cominciavamo a nuotare. Tagliavamo le schiume da sdraiati, con questo catafalco ingovernabile. Allora le mute non esistevano così quando iniziò a far freddo mi misi addosso un K-way, con una maglia di flanella sotto, il tutto tenuto fermo da un elastico alla vita. C’era rischio di affogare vista la quantità di acqua che entrava nel K-way ma era sempre meglio degli “slip” che si usavano in estate! Consigliati dal famoso subaqueo Gianni Risso, provammo anche a spalmarci col grasso di foca, quello usato per impermeabilizzare gli scarponi da sci, ma si scivolava troppo e così imbrattati eravamo impresentabili! Un altro grosso problema era quello di perdere la tavola visto che a 12 anni non avevamo sufficiente forza per contrastare le onde. Così fecimo un buco nella poppa e ci colammo dentro la resina. Passavamo una corda nel buco ce la legavamo alla caviglia con un cappio. Un giorno presi un “frullone” più grosso del solito e la tavola strinse il cappio fino a far sparire la corda sotto la pelle: «male bestia!» Allora passammo ai tiranti elastici da macchina, che però avevano il problema opposto, cioè la tavola ti tornava indietro a boomerang. Dai tiranti passammo ai tubi di gomma, quelli usati per travasare la benzina e infine scoprimmo i fili di gomma delle sedie a sdraio. Invece del cappio iniziammo a usare stoffa, basilarmente stracci, avvolti attorno alla caviglia. Poi una sarta che ci aveva visto in mare ci suggerì di usare il velcro e quella fu una svolta! I primi esperimenti sullo shape li fecimo il secondo anno. Un signore che adesso è venuto a mancare, Pino Costa, ci suggerì di dotare la tavola di una chiglia “a due acque”, come quella delle barche a vela. E ci fece anche un modellino di legno per farci capire come doveva venire. Così costruimmo la seconda tavola quella che poi è diventata famosa. Pesava 38kg e mezzo e la battezzammo Nimiz viste le dimensioni e la somiglianza con una barchetta. Era venuta un pò male e, sinceramente, faceva schifo. Così Alfredo detto “Pisot” la rinominò “Il Merdone”. Eravamo riusciti a trovare delle lastre di coibenta molto più grandi spesse 3cm, così la dotammo di una specie di chiglia; una bordatura che proteggeva dagli spruzzi e impediva alla tavola di ingavonare. L’idea della pinna ci venne nel 1971, dalle derive delle barche a vela. Nostro padre costruiva e rivendeva mobili e il nostro falegname, il signor Pantano, ci consigliò il legno di frassino perchè notoriamente non teme l’acqua. Dotammo la Nimiz di una rudimentale derivona che tagliammo e resinammo sotto la poppa. Copiammo la forma dalla pinna dorsale degli squali. Prima di quel momento ancora non pensavamo fosse possibile salire in piedi sulla tavola. Però grazie a questa invenzione iniziammo a tagliare meglio le onde e a cavalcarle in ginocchio. Iniziammo ad accorciare le pinne da sub, a renderle sempre più piccole, finchè una volta mi misi in piedi e capì che quella era l’emozione che cercavo e che le pinne da sub non servivano più. Ma in piedi si scivolava! Su consiglio del falegmame, che usava la paraffina sui cassetti, iniziammo ad applicare questa cera bianco-trasparente durissima sulla tavola. Allora costruimmo altre due tavole, la terza e la quarta, una gialla di Alfredo e l’altra celeste per me. Visto l’esagerata curvatura che eravamo riusciti a imprimere alle lastre di coibenta le chiamammo “le banane”. Dal 6 Novembre del ‘72 fino al ’75 “scivolavo” sulle onde praticamente da solo. In estate e durante le mareggiate più grosse mi faceva compagnia Alfredo ma per il resto ero solo. Nell’Estate del ’74, dopo un viaggio in America un nostro amico, Elio Zappavigna, importò le prime tavola da windsurf. Erano gialle e sulla vela (verde) spiccava un drago che reclamizzava un profumo della Hurlingham. Rimasimo molto stupiti nel vedere che qualcuno aveva inventato qualcosa di molto simile al nostro passatempo. Enzo riuscì a convincere suo padre a comprarne una e fù così che dal ’74 iniziammo anche a fare windsurf. E fu in quegli anni che si formò la seconda generazione: Andrea Mungo, Marco Gallia, Mario Criaco, Paolo Bulgarelli (che era un bambino), Enrico Ferri, Enrico Carrara, Federico Furlanetto, Eddio Lo Vece, Gilberto Bonasegale, Monica Caffarena, Simona Meoli. Andrea Mungo e Marco Gallia comprarono due tavole chiamate “skiboard” da un certo Bracco Pier Luigi di Alassio che le aveva importate dall’America. Erano dei piccoli longboard, morbidi e panciuti. Partivano prestissimo ed erano più facili da usare delle banane!

1976 – 1980: DA BOGLIASCO A BAIARIZZA
Come molti degli spot liguri, Bogliasco necessita di una discreta mareggiata per produrre onde surfabili. Capimmo prestissimo che altre spiagge avevano onde in condizioni meteo diverse. Però l’unico ausilio meteorologico erano le previsioni del Colonnello Bernacca, prima del telegiornale della sera, e non era facile intuire il posto giusto. Un amico di famiglia, Pino Costa, faceva il capotreno e vedeva quotidianamene dalla locomotiva le spiagge della costa ligure e toscana. Le prime scoperte le facemmo seguendo i suoi consigli. Scoprimmo un sacco di spot tra il ’72 e il ‘76: Andorra, San Lorenzo al Mare, Laigueglia, San Bartolomeo, Porto San Maurizio a Imperia. Levanto, ad esempio, lo scoprimmo nel ’73-’74 e nessuno ci venne fino al 1980 quando anche in Versilia iniziarono a surfare e a spostarsi. All’epoca avevo una fidanzata più grande di me, Rosalina, che aveva la patente e ci portava in giro con la macchina di suo padre. Dormivamo in una canadese sulla spiaggia di Levanto rischiando di farci trascinare via dalla risacca. Cercavamo posti nuovi per fare questa cosa qua, che per noi era “la tavola”, visto che la parola “surf” non la conoscevamo proprio! Un giorno nel 1975 arrivammo con l’850 oltre il confine francese, con il windsurf giallo, la Nimiz da 38kg e le due “banane” legate sul tetto. Lungo la Promenade Des Ingles a Nizza, incontrammo un bagnino che evidentemente era stato sull’oceano e che aveva fatto windsurf. «Le surf!» disse vedendo le tavole. Fu lui a farci sentire questa parola per la prima volta. Ci disse che quello che facevamo era tipico di un posto che si chiama Biarritz ma noi non avevamo mai sentito parlare di questo posto e non parlando francese capivamo “Baiarizza”. Sulla mappa non c’era nessun posto con quel nome. Proseguimmo fino a Aix-en-Provence e chiesimo a un camionista dove fosse questa Baiarizza. Lui ci guardò stupito poi si mise a ridere. Aprì una cartina sul cofano e ci indicò Biarritz. A noi sembrava vicinissimo ma quando capimmo che mancavano almeno 25 ore di auto abbandonammo l’idea. A quell’epoca l’autostrada arrivava fino a Nimes e da lì in poi era tutta strada normale fino all’oceano. L’anno dopo, il 1976, ci riprovammo. E qui comincia un capitolo decisivo della nostra storia, quando la nostra evoluzione ha finalmente incontrato il resto del mondo! Abbiamo riempito la mia Diane 6 azzurra di pasta, latte, sugo e carta igienica. Io avevo il foglio rosa ma Lorenzo e Alfredo erano di un paio d’anni più vecchi e potevano guidare. Salutammo tutto il paese diverse volte come se partissimo per la guerra ma appena arrivati al Ponte di Val Polcevera la Diane prese fuoco! Pioveva a dirotto ma spegnemmo il fuoco con due cartocci di latte poi misimo la carta igenica bagnata attorno alla bobina, sotto il cofano. La Diane ripartì a spinta ma ogni 15km il motore singhiozzava. Prima che si fermasse del tutto uscivamo fuori nella pioggia, toglievamo la carta sciolta e la sostituivamo con un nuovo rotolo. Ridevamo come matti e ci dicevamo: «Belin, questa macchina va’ a carta igenica: fa 15km con un rotolo!» Ci mettemmo 48 ore a raggiungere l’oceano! La prima cosa che vedemmo a Biarritz, prima ancora delle onde, fu l’Hotel Victoria Surf. E ricordo perfettamente le nostre facce stupite: «Ma allora c’è altra gente che fa la cosa che ha detto il bagnino di Nizza! Qui han fatto addirittura un hotel per quelli come noi!» Di fronte al Victoria c’era il negozietto di Barland, il primo a costruire e vendere tavole in Francia. Quando abbiam visto quelle tavole, tutte lucide con disegni pazzeschi, con tutti gli accessori che noi ci eravamo costruiti da soli come le pinne e il leash, capimmo la nostra condizione. Scoppiammo a ridere poi, dopo aver studiato la versione corretta di tutte quelle novità chiesimo alla signora Barland dove fossero le onde. Ci indicò la Grande Plage, che era proprio dietro l’angolo del hotel. Alla vista di quelle onde oceaniche mi salì un’adrenalina in corpo che non avevo mai provato. A Biarritz il surf era arrivato già dagli anni 60 e in acqua c’erano surfisti bravissimi. Noi andavamo dritti verso riva, non sapevamo che si dovesse andare su e giù di traverso all’onda. Loro invece facevano manovre pazzesche e si infilavano nei tubi della risacca. All’epoca era di vizio fare i 360° e a noi sembrava una cosa impossibile. Entrammo in mare col cuore in gola e stanchi morti per il viaggio. In quella prima session scoprimmo un mondo nuovo, con regole ben precise che noi ignoravamo. Quando arrivava un onda noi ci buttavamo giù tutti assieme! Ma i francesi si lamentavano! Erano i pionieri storici del surf in Francia: Thierry Sansub, Francois Lartigau e Lamuoche che poco dopo sarebbe diventato campione d’Europa. Quella prima surfata finì quasi in zuffa! Tentarono di cacciarci dall’acqua, poi capirono che eravamo degli sprovveduti nel surf ma che non ci tiravamo indietro nelle zuffe e ci lasciarono in pace. Il primo posto che surfammo oltre la Grande Plage fù la Madrague, perchè i francesi, un pò stronzi, ci avevano detto che era un posto splendido e che ci andava anche Brigitte Bardot. Le onde facevano schifo. Ci avevano mandato lì per non averci tra i piedi alla Grande Plage! Tornammo in Italia portandoci dietro le prime tavole “vere”. La prima Barland che comprai era bianca una swallow tail, single fin con la scassa. Lorenzo e Alfredo ne comprarono due usate, un gun pin-tail ed uno round tail.

DESTINI INCROCIATI
La scoperta di quel mondo ci diede vigore. Al ritorno continuammo a esplorare la costa. Cercavamo posti con fondale di sabbia per sfruttare le mareggiate più piccole che facevano fatica a frangere a Bogliasco. Una delle prime onde che surfammo verso est fu Marina di Carrara, vicino alla vecchia idrovora. Ci andavamo spessissimo negli anni dal 1974 al 1980. Ci portavamo dei bottiglioni di vino per scaldarci visto che le uniche mute all’epoca erano le Polar da sub, con tanto di mutandone di neoprene in mezzo alle gambe. Facevamo dei buchi nella sabbia per ripararci dal vento. Ricordo Paolo Bulgarelli (detto il Cobra) sepolto fino al collo nel buco, con noi attorno che fingevamo di giocare a golf con la sua testa! La “scoperta” della Versilia è un capitolo importante che va dettagliato bene visto che si sono dette e scritte tante imprecisioni a riguardo anche sulle pagine di SurfNews. Noi arrivammo al molo di Forte dei Marmi già nel ‘74-‘75, cercando riparo da una mareggiata enorme che non era surfabile a Marina di Carrara, e ci tornammo varie volte ma non incontrammo nessuno fino al 1978. Quando incontrammo i ragazzi di Viareggio, surfavamo già da una decina di anni e avevamo già le Barland comprate a Biarritz. Erano un po più giovani di noi e non sapevano neanche che cosa stessimo facendo. Venivano sul molo di Forte dei Marmi e ci guardavano come fossimo degli alieni. La prima tavola che arrivò in quella zona fu una delle nostre e non fu prima del ’79-’80. Era la prima tavola che usciva dal nostro gruppo e in molti si lamentarono di questo “tradimento”, in particolare Mario Criaco che ci rimproverò per anni. Prima dei Versiliesi, infatti, ci avevano visto surfare i ragazzi di Marina di Carrara. Ed è completamente insensata la diatriba tra i Versiliesi e i Carrarini riguardo a chi ha surfato per primo. La verità è che il pioniere del surf di quell’area è stato Mario Pampino, un pescatore di Marina di Carrara al quale vendemmo una tavola nel ’78. Pampino è stato uno dei primi surfisti di quella zona. Ario Bertacca, Francesco Farina e i fratelli Dini iniziarono dopo di lui. E loro aprirono subito un negozio, Natural Surf, che comunque non è stato il primo in Italia. Il primo è stato Centro Surf di Genova che esisteva già nel ’76 e vendeva windsurf e poi tavole da surf. Il nostro gruppo intanto era diventato famoso nell’area di Genova. Attorno al ’80, spinti dal successo di Un Mercoledì da Leoni, iniziarono ad arrivare quelli della terza generazione. Tutta gente di Genova e Milano, molti dei quali hanno smesso poco dopo. E fu allora che si iniziarono a trovare le prime tavole, comprate da Waimea surfshop e provenienti dalla Cornovaglia. In quegli anni cominciarono a giungere voci di altri gruppi che facevano surf in giro per l’Italia. Alla Venere Azzurra, ad esempio, c’erano Paolo Oriani, Otello Segni e una piccola comunità sorta separatamente dalla nostra. A Roma c’erano Giorgio Pietrangeli, Massimo Navarro, Andy D’anselmo che era figlio del console di Panama, Maurizio Marchisio, Carlo Piccinini, Vinci Ceglia, il figlio del comico Oreste Lionello. A Biarritz, negli anni seguenti, incontrammo Bruno Scioli uno dei pionieri nella zona di Ventimiglia e conoscemmo i primi della Costa Est. Nel ’82-’83 conoscemmo Marco Gerbella, uno dei pionieri in Adriatico assieme a Baroncelli e Tazzari. Dormiva in spiaggia con una tendina e stava rischiando di venir travolto dalla alta marea quando lo abbiamo svegliato. Anche Milano aveva surfisti fin da fine anni ‘70. E addirittura bisogna dire che i milanesi arrivarono a Varazze contemporaneamente a noi, anzi, arrivarono mezz’ora prima di noi nel 1978 e surfarono per primi assieme a Federico Furlanetto! Quando la scoprimmo, Varazze era molto diversa da come l’abbiamo surfata oggi. Al posto del moletto c’era una stradina sterrata per i camion. Un giorno arrivò una grossa mareggiata di scirocco che poi girò a libeccio cacciando in mare le pietre della stradina. Le prime onde sulla secca le prendavamo lanciandoci da un sasso semiaffiorante che chiamavamo Godzilla, rischiando di rompere le pinne visto che l’acqua, nel take-off, arrivava al ginocchio. Quando arrivava l’onda ci buttavamo da in piedi, spingendo la tavola in avanti e prendendo la destra. C’erano anche alcuni ferri pericolosissimi, residuo di costruzioni in cemento armato, che puntavano verso il largo. Allora per evitare di sventrarci, ci immergemmo con la maschera, legammo i ferri a una corda e li trascinammo via usando la jeep di Adrea Mungo. Dal 1980 ad oggi il surf ha subìto un’impennata di popolarità impensabile ai tempi della Nimiz e mi stupisco quando a Levanto, che noi abbiamo surfato in solitudine per anni, ci trovo 200 persone da tutto il nord Italia. Ma proprio perchè adesso il surf interessa un numero altissimo di persone, penso sia necessario mettere i puntini sulle “i” e raccontare gli inizi di questa passione. Perchè la storia, anche quella di uno sport come il nostro, è un bagaglio comune, che si può condividere, raccontare ma non inventare. Un ringraziamento dalla redazione di SurfNews alle famiglie Fracas, Giunto e Termanini per il materiale fotografico, a Filippo de Montis (surftotal.it) per la segnalazione e a tutti i locali di Varazze per la splendida accoglienza.

Surfing Gaeta (1981)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Settembre 6th, 2008

Anche a SURFiNG piace fare surfwebsearch sui primi serfisti italiani. Ha trovato questa fantastica fotografia del 1981.

Gaeta 1981

A parte lo stile delle tavole, che definirei “ottantissimo”, e lo slip del serfista centrale, assolutamente imbarazzante ai giorni nostri, noto la salopette con la zip davanti del serfista di destra e non oso pensare al dolore che può avergli procurato.

La cosa più importante è che questa foto documenta le radici storiche di una leggenda: si narra infatti che alcuni soldati-americani-serfisti di stanza nella base NATO di Gaeta “passarono” ad alcuni indigeni la loro passione (l’ho chiamata “leggenda” perché della storia ho avuto 2 o 3 versioni diverse, tutte collocate in epoche diverse).

Ed ecco scoperto l’arcano del terzo serfista della foto: l’italianissimo e ancora giovane Maurizio Rossi, ovvero l’odierno shaper di WWB (World Wave Baords), il cui claim è:

Da amante del mare a surfista…
…da surfista a shaper:
WWB, l’evoluzione di un uomo e delle sue tavole…

Nel sito di WWB Maurizio, classe 1961, si descrive nel modo seguente:

Da sempre ho sentito l’acqua come un elemento amico. All’età di 16 anni diventai un buon nuotatore arrivando a nuotare 100 m. stile libero in 56.4 secondi in vasca corta, vincendo alcune gare regionali. Tutte le attività che si svolgono sul e dentro il mare mi appassionano, la caccia subacquea, la pesca, lo snorkeling, il windsurf, e dal 1980 il SURFING. Scoprii che era possibile praticare il surfing anche in Italia: in particolari situazioni meteo non così rare, alcune spiagge del litorale permettono la formazione di onde di discreta qualità. Le stagioni più ricche di onde sono l’autunno e l’inverno ma spesso anche in primavera ed estate si possono avere buone condizioni.
Questo nuovo sport mi coinvolse a tal punto da cambiare radicalmente la mia vita…

Quello che segue è invece il suo racconto di come il tutto è nato:

 Circa venti anni fa in Italia era impossibile acquistare una tavola da surf (o accessori come mute o leash-line) nessuno ne aveva mai viste tranne che in qualche rara foto.
Alcuni ragazzi americani della vicina Base NATO di Gaeta surfavano le onde di Serapo, da loro ebbi il primo numero di “SURFER MAGAZINE” da cui presi le informazioni per autocostruirmi la mia prima tavola da surf, ovviamente in polistirolo e resina epoxy. Dei ragazzi americani ne ricordo due in particolare Bart e Tommy, californiani, piuttosto bravi e comunque simpatici. Sembra che anche WES LAYNE, poi divenuto un forte professionista, abbia surfato qui a Gaeta. Insieme ad alcuni amici cominciammo ad uscire in mare ad ogni mareggiata e con molte difficoltà imparammo l’arte del surfing… Iniziammo a viaggiare in cerca di onde e di nuove informazioni per migliorare.

Ed ora il triste epilogo (ma perché va sempre a finire male fra soci?):

Ho usato all’inizio il marchio “DANGER SURFBOARD” poi dall’idea di un amico modificando il mio cognome nacque il marchio “RED’Z” con il quale iniziai la produzione di tavole in CLARK FOAM e resina poliestere. Gli impegni di studio e di lavoro, mi costrinsero a trascurare l’attività di shaper per un paio di anni e nel frattempo un’altro shaper cominciò a costruire tavole con il mio marchio “RED’Z”, che purtroppo io non avevo registrato. Da circa due anni ho iniziato una nuova produzione di tavole in CLARK FOAM e resina poliestere con il marchio WWB. WWB (WORLD WAVE BOARD) sta a rappresentare il fatto che nei miei surf-trip ho toccato tutti gli oceani del globo.

Chiudo con qualche altra foto dal sito di Maurizio:

La prima tavola shapata da Maurizio Rossi

 Danger surfboards

Ravenna on fire (1981)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Agosto 16th, 2008

Qualche giorno fa ho scritto il seguente messaggio alla redazione di surfnews.

 Ciao Redattori&C.

mi chiamo L. (Lorf) e già da un bel po’ curo un blog dal titolo” Il serf (spiegato anche male)”.

Il blog si occupa, fra le altre cose, di storia del serf italiano (vi ho citato più di una volta). So che voi siete a Ravenna (qlc volta ho serfato alla diga) e che il fondatore della vostra rivista è “il Tazzari”, uno dei primi a serfare l’Adriatico (http://lorf.surfblog.it/2007/12/20/aurosurf-news/).

Mi piacerebbe avere notizie su di lui e sulle origini del serf dalle vostre parti, se ne avete memoria. “RENO” un avatar di surfreport mi ha parlato di un certo “Tordi”, che mi sembra collegato con un surf club della costiera romagnola. Di più non so e, ripeto, mi farebbe piacere avere notizie documentate da pubblicare.
Ovviamente vi invito a leggere il blog (lorf.surfblog.it) e a darmene un feedback (x voi “nordadriatici”
http://lorf.surfblog.it/2007/10/29/gli-adriatici-del-nord/).

Saludos e buone onde (che da voi spira scirocco)
Lorf

La risposta non ha tardato molto, eccola:

Ciao L.
sono Angelo Manca, con il Tazzo ed altri ragazzi fra i quali Guancia al secolo Lodovico Broncelli ho fondato  SurfNews e la FISO (Federazione Italiana Surf da Onda) che è esistita fino al 2000. Velocemente posso darti il mio ricordo dei fatti. Nei lontani anni fra il 1981-83 Andrea Tazzari, Marco e Gian Piero Gerbella, Guancia, Maurizio Spinelli, Lamberto e Rossano Ruzzi ed uno sparuto gruppetto di amici, hanno dato vita al surf da queste parti. Tazz&Gerbi (Marco) costruivano le tavole, così come Guancia e Ruzzi. Io personalmente ho iniziato nel 1984 e qui a Ravenna eravamo già un gruppo di circa 50 praticanti. In quegli anni ci sono stati i primi viaggi nella costa ovest e all’estero, alla ricerca di onde più consistenti e di materiale (tavole, mute, accessori). Dei ragazzi di allora solo pochi surfano ancora: sicuramente il più assiduo di tutti è Guancia (esce ancora con tutti i climi e tutti i tipi di onda e tavola). Il posto di Marco Gerbella è stato preso da Dario “Cilli” Gerbella il più piccolo dei 3 fratelli che allora aveva solo 14 anni. Poi fra i “vecchioni” siamo rimasti Alberto Spizuoco detto Baba, Pietro Massaroli, Alex Cantelli (socio di Tazzari nel mitico negozio Danger SurfArea, primo negozio in costa est), Rudy Barbadoro, io e molto saltuariamente Lamberto Ruzzi. Siamo tutti ultra quarantenni, anzi alcuni di noi, me compreso, siamo già più vicini ai cinquanta che ai quaranta. La Diga che fino alla metà degli anni novanta è stato il centro dell’attività surfistica romagnola è stato soppiantato da altri spot con onde di migliore qualità, tutti citati sulla nostra SurfGuide che esce da oltre 10 anni nei mesi di marzo-aprile.
Per ora ti saluto, sperando di aver tolto un po’ curiosità in merito alle nostre origini.
salutoni
Angelo

Sì, un po’ di curiosità me la sono tolta. Del Tordi, però, nessuna traccia, almeno nelle memorie dei ravennati. Per riminesi, forlivesi etc. etc. bisognerà chiedere a qualcun altro.

P.S.  Per la cronaca RENO, a cui ho girato l’e-mail, mi ha accennato di oscure vicende riguardanti un perverso localismo perpetrato da due redattori di surfnews, riguardo al quale è rimasto un ampio dibattito su surfreport. A voi il giudizio, io faccio notare che i due in questione non sono della “vecchia guardia”.

Family surfing

Posted in spot italiani, serf italiano, news & media watching, serf estremo on Luglio 24th, 2008

Non so se quella dei serfisti italiani può essere chiamata una “comunità”. Parlerei piuttosto di piccole “comunità locali”, anche se certamente il network negli ultimi tempi ha dato i suoi frutti in termini di “coscienza collettiva”. Di certo so che in alcune aree del Lazio il serfismo all’italiana, oltre a produrre un discreto businness destinato fra l’altro a montare (con mostruose conseguenze a livello di traffico in mare), ha generato nel giro di trent’anni una vera e propria tradizione locale. E ciò è avvenuto perché sono pochi, pochissimi i/le serfisti/e che non passano la propria passione alle/i figlie/i.

Il risultato è che a partire dalle prime domeniche di giugno le line-up e gli inside di diverse spiagge diventano luoghi di incontro per diverse generazioni di serfisti. Senti un chiacchiericcio allegro di bambini che chiedono informazioni ai padri e voci cupe di “vecchietti” che dicono cose sagge ai piccoletti. Vedi nascere amori fra giovanissime longboarders in scafandro invernale e inquartatissimi adolescenti in shorts e magliettina ultimo grido, mentre qualche disavveduto ragazzetto viene redarguito dai bagnini perché è stato così idiota da mettersi con lo shortboard appuntito in mezzo ai bambini piccoli e ha rischiato più volte di impalarne uno.

Non mancano le caratteristiche “italianate”: a riva attendono madri apprensive (”Dai Giacomo, esci che hai le dita lesse!”, “Ma mamma, proprio adesso che arrivano sono le onde!”), la pizza alle 5, poi il sole tramonta e tutti a casa, che nonna ha preparato la pasta al forno etc. etc.

Questa dimensione del serf in Italia, forse la più significativa, non fa surf culture, almeno sui giornali e in televisione, e quindi la gran massa ne sa ben poco.

E’ meglio così?

Capitan Navarro

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Luglio 8th, 2008

In un lungo thread di Surfreport riguardante le origini del serf italiano, l’avatar SURFiNG si chiedeva:

“ma capitan navarro per chi lo sappia, stà in costarica??? e’ sempre incazzoso pure la?”

Io l’ho cercato (in rete, ovviamente) e l’ho trovato sul suo “lussuoso catamarano” di nome Pitigüey.

Massimo Navarro

Insieme a Cristina, da ormai quindici anni, organizzano vacanze a Los Roques, un piccolo arcipelago venezuelano di bellezza infinita che - quando sono stato in Venezuela - non ho potuto visitare a causa dei costi altissimi di viaggio e permanenza.

Eh sì, caro SURFiNG, Capitan Navarro, uno dei tre scopritori di Banzai, vive in uno di quei “paradisi” dove ogni tanto i turisti spariscono per motivi sconosciuti e dove trovi più italiani che locali.

E ha messo su una discreta panza.

1987. La grande mareggiata (0.2)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Marzo 6th, 2008

Qui, qui e qui ho parlato della Grande mareggiata del 1987. Forse è per me una vera ossessione, forse è solo un modo per far passare le ultime 2 ore di lavoro senza sentirmi un bue, ma sta di fatto che ho scritto un e-mail a qualcuno di quelli che dovevano essere in acqua in quel gennaio del 1987 che registrò la più grande mareggiata mai serfata in Italia.

Mi ha subito risposto Michele Ceribelli, Gillo, mandandomi questa:

La grande mareggiata del 1987, servizio su Onda (numero unico)

Sul suo sito Michele scrive:

La mareggiata che vedete in questa foto di Cala della Morte e’ stata veramente storica. le onde superavano i 4m di altezza e si formava una barra unica che da Cala della Morte si univa in qualche set con Banzai. Se ne parla in questo altrettanto unico numero della rivista ONDA ideata da Vincy Ceglia e uscita in un unico numero: il PRIMO. Questo si che e’ storia del SURF italiano. Il logo trovo fosse bellissimo e anche attuale direi.

A questo punto ho provato a fare un giuoco.

Google maps, la grande onda del 1987

L’onda descritta da Michele e serfata da Giorgio superava il chilometro e mezzo. Ve l’immaginate? Per chi conosce l’area il fatto impressionante è che quell’onda si mangiava almeno 3 ottimi point: Toscana, Toscanella e Villa Lessona.

PS. Aggiungo questo video vintage della mareggiata a Positano:

Fluctus Aprutii

Posted in spot italiani, equipaggiarsi on Febbraio 12th, 2008

Non ci credi quando lo vedi. Specialmente perché sei in Adriatico, e roba così da questa parte è davvero rara. Dal trabocco, se il mare è da nord o nordest, si srotola una sinistra disciplinatissima, intuibile anche da chi di onde (come ad esempio Ale e Laura) non ci capisce una mazza.

Quando e un po’ più grosso (1,5-2,0) una A frame, più sinistra che destra, apre a centro baia. E questo era il caso di sabato, quando io e Marzio, increduli, ci siamo buttati tutti contenti in quello che solo a posteriori abbiamo capito essere ghiaccio fuso. Delle 4/3 da tirrenici senza guanti e cappello rendono tutto molto difficile e le sessions ovviamente più corte. In più il mio simpatico amico aveva due corpetti da 2,5 in macchina, e non me l’ha detto.

Grotta del Saraceno, Abruzzo

Sabato abbiamo provato anche la più radicale delle 3 onde di Grotta, quella al limite sud della baia. Tutte e 3 rompono su sassi e sabbia, ma questa è molto a riva, si srotola su pochi cm di acqua, e a sinistra termina con uno scoglio grosso e ruvido. Io ho preso soprattutto questa, con tragitti brevi ma verticali a destra (ho problemi con le sinistre, mannaggia, non mi vengono spontanee). Marzio, a cui piacciono di più le sinistre, è andato meglio a centro baia.

Domenica era più piccolo e quindi siamo stati entrambi in prossimità del trabocco (solo sinistre), insieme a un gentile serfista di Benevento attrezzato per il luogo (ci ha chiesto come siamo finiti qui e io gli ho risposto che c’è internet e ho amici di vecchia data da queste parti). Arrivavano meno frequenti e un po’ flosce ma davvero lunghe (con metro adriatico). E poi, sapendo che dall’altra parte tutti gli altri erano a casa a far d’uncinetto :))

Grotta è bellissimo. Da sopra vedi ’ste barre arrivare in baia e rompere. Il luogo è isolato, tranquillo. La gente sembra non usa al serfismo. Sabato sono uscito dall’acqua per primo (vista la mancanza di corpetti). Guardavo il mare per studiare lo spot in vista del giorno seguente. Mi si è avvicinato un ragazzetto e mi ha detto: “Sei preoccupato? Ché per caso non trovi più il tuo amico? Anche noi lo abbiamo perso…”.

Grazie a tutti i locals non serfisti (D., A. e quel winder che adesso vive a VT e tra un po’ ce lo ritroviamo in Tirreno).

E grazie Mar Adriatico.

Banzai watching (18 gennaio 2008, h. 14.00-15.30)

Posted in spot italiani, il campo da giuoco, serf estremo on Gennaio 21st, 2008

Le previsioni dicevano: 1.70-1.40m in scaduta specie sul Tirreno meridionale. Cosa pensereste voi? Che sul Tirreno centro settentrionale (S. Marinella - Cerenova - Civitavecchia - Tarquinia etc.) almeno un metro di onda ci dovesse essere.

E invece no. C’erano 0cm a Cerenova e 5-7cm a Banzai. Ho dichiarato la giornata non serfabile nonostante io sia un noto serfista estremo.

Quindi? Quindi siamo qua, io e Marzio, in un radioso pomeriggio di gennaio, di fronte al mare, in piena depressione. Prima strategia per uscirne: mangiare un panino al prosciutto al Ristorante. Secondo passo: mangiare un secondo panino al prosciutto. Terzo passo: andare in baia e guardare il mare parlando di cronaca, politica e società (il papa, il papa e il papa).

Marzio mi stupisce spesso con le sue nozioni di meteorologia. Dice: “queste nuvole qua sopra sono il residuo della libecciata. Sono scure, bassa pressione. Quelli in alto, schiacciati in alto, sono cirri. Quelle nuvole bianchissime all’orizzonte sono il risultato dell’alta pressione che avanza”. Ne sappiamo, noi, di cose… infatti abbiamo fatto uno dei nostri flop da astinenza serfistica.

I 5-7 cm di microbanzai sinistro si srotolano davvero bene. Producono un microinside ordinatissimo, disegnano l’area del reef sottomarino che rende così belle le onde di qui. La minidestra si apre più raramente. Ma, come da tradizione, è più ripida e radicale. Come sono frattaliche le onde…

Leggiamo le correnti. Ragioniamo sul fatto che la prossima volta entreremo proprio là dove la sinistra di Banzai finisce ed inizia la destra della Toscana, cioé nel canale fra le due onde.

Il sole fa capolino. Squarci di luce accesi. E’ bello anche così, dopotutto.


lorf.surfblog.it is hosted by SurfBlog.it - La Blog Community italiana by SurfReport by SurfReport.it