Archive for the 'serf italiano' Category

Arrivano (i buoni?) 3.0

Posted in serf italiano, news & media watching on Settembre 27th, 2008

 Questa dovrebbe essere la trama di “Luglio ‘80″ di Giorgio Fabbri, ovvero il primo film italiano di serf:

All’indomani della tragedia di Ustica e poco prima della strage di Bologna. Un ragazzino sardo fa la conoscenza di un anziano militare di una base Nato dalle parti di Oristano. In cambio di una promessa l’uomo insegna il surf al ragazzino e ne diventa amico e confidente. Il militare è ambiguamente coinvolto nella faccenda di Ustica, ma insegna al ragazzino ad apprezzare l’anarchia espressa dal surf e dal mare. I due vivono una specie di favola, e alla fine riescono a rompere un incantesimo che affliggeva il mondo da tanto tempo. Senza saperlo avranno cambiato la Storia, per sempre.

Potrebbe non essere male, anzi potrebbe essere un ottimo film.

Vince il Premio Solinas 2007 per la miglior sceneggiatura (ex-aequo):

Per aver saputo costruire la delicata e complessa storia di formazione di un adolescente attraverso l’amicizia con un militare statunitense, sullo sfondo del magnifico paesaggio marino sardo, di vivida evocazione della memoria cinematografica; arrivando a lambire, nel confronto tra due culture così vicine eppure così distanti, tra piccoli e grandi segreti, alcune pagine dolorose della nostra Storia.

Per Giorgio: il tuo intervento su Surfreport purtroppo si è rivelato profetico.

Per tutti gli altri: coraggio, non è detta l’ultima parola.

Surfing Gaeta (1981)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Settembre 6th, 2008

Anche a SURFiNG piace fare surfwebsearch sui primi serfisti italiani. Ha trovato questa fantastica fotografia del 1981.

Gaeta 1981

A parte lo stile delle tavole, che definirei “ottantissimo”, e lo slip del serfista centrale, assolutamente imbarazzante ai giorni nostri, noto la salopette con la zip davanti del serfista di destra e non oso pensare al dolore che può avergli procurato.

La cosa più importante è che questa foto documenta le radici storiche di una leggenda: si narra infatti che alcuni soldati-americani-serfisti di stanza nella base NATO di Gaeta “passarono” ad alcuni indigeni la loro passione (l’ho chiamata “leggenda” perché della storia ho avuto 2 o 3 versioni diverse, tutte collocate in epoche diverse).

Ed ecco scoperto l’arcano del terzo serfista della foto: l’italianissimo e ancora giovane Maurizio Rossi, ovvero l’odierno shaper di WWB (World Wave Baords), il cui claim è:

Da amante del mare a surfista…
…da surfista a shaper:
WWB, l’evoluzione di un uomo e delle sue tavole…

Nel sito di WWB Maurizio, classe 1961, si descrive nel modo seguente:

Da sempre ho sentito l’acqua come un elemento amico. All’età di 16 anni diventai un buon nuotatore arrivando a nuotare 100 m. stile libero in 56.4 secondi in vasca corta, vincendo alcune gare regionali. Tutte le attività che si svolgono sul e dentro il mare mi appassionano, la caccia subacquea, la pesca, lo snorkeling, il windsurf, e dal 1980 il SURFING. Scoprii che era possibile praticare il surfing anche in Italia: in particolari situazioni meteo non così rare, alcune spiagge del litorale permettono la formazione di onde di discreta qualità. Le stagioni più ricche di onde sono l’autunno e l’inverno ma spesso anche in primavera ed estate si possono avere buone condizioni.
Questo nuovo sport mi coinvolse a tal punto da cambiare radicalmente la mia vita…

Quello che segue è invece il suo racconto di come il tutto è nato:

 Circa venti anni fa in Italia era impossibile acquistare una tavola da surf (o accessori come mute o leash-line) nessuno ne aveva mai viste tranne che in qualche rara foto.
Alcuni ragazzi americani della vicina Base NATO di Gaeta surfavano le onde di Serapo, da loro ebbi il primo numero di “SURFER MAGAZINE” da cui presi le informazioni per autocostruirmi la mia prima tavola da surf, ovviamente in polistirolo e resina epoxy. Dei ragazzi americani ne ricordo due in particolare Bart e Tommy, californiani, piuttosto bravi e comunque simpatici. Sembra che anche WES LAYNE, poi divenuto un forte professionista, abbia surfato qui a Gaeta. Insieme ad alcuni amici cominciammo ad uscire in mare ad ogni mareggiata e con molte difficoltà imparammo l’arte del surfing… Iniziammo a viaggiare in cerca di onde e di nuove informazioni per migliorare.

Ed ora il triste epilogo (ma perché va sempre a finire male fra soci?):

Ho usato all’inizio il marchio “DANGER SURFBOARD” poi dall’idea di un amico modificando il mio cognome nacque il marchio “RED’Z” con il quale iniziai la produzione di tavole in CLARK FOAM e resina poliestere. Gli impegni di studio e di lavoro, mi costrinsero a trascurare l’attività di shaper per un paio di anni e nel frattempo un’altro shaper cominciò a costruire tavole con il mio marchio “RED’Z”, che purtroppo io non avevo registrato. Da circa due anni ho iniziato una nuova produzione di tavole in CLARK FOAM e resina poliestere con il marchio WWB. WWB (WORLD WAVE BOARD) sta a rappresentare il fatto che nei miei surf-trip ho toccato tutti gli oceani del globo.

Chiudo con qualche altra foto dal sito di Maurizio:

La prima tavola shapata da Maurizio Rossi

 Danger surfboards

Package Supreme (Sicilia mon amour!)

Posted in serf italiano, il campo da giuoco, serf estremo on Agosto 28th, 2008

Due settimane. Sono stato due settimane piene nei dintorni di Sciacca, in quello che pensavo essere uno dei paradisi del vento in Italia, e ho serfato un massimo di 10 cm d’onda.

Il vento c’era, sempre, molto armonioso. Accarezzava la nostre cene, le nostre passeggiate, una cosa molto bella.

Ma l’indomani lasciava solo 10 cm di onda.

Liscissimi, perfetti, incontestabilmente belli. Ma con una 5.10, anche se lenta e cicciona, la lunghezza della corsa non ha mai superato i 5 metri.

Un giorno mi sono fatto 7/8 chilometri a piedi per trovare il punto giusto.

Bellissimo, un mare fantastico, ma no surfing. O per dir meglio: bagnetto.

Poi torno a Palermo in una notte ventosissima. Da nord-ovest, sempre più forte.

Troppo forte.

L’indomani a Capaci c’erano 3m+ di mare attivo, arrabbiato, una risacca oceanica che faceva tubi grassi da morirci dentro.

Colori da sogno, praticamente i Caraibi.

Ho atteso, atteso, atteso ma non ha smesso fino a quando chi era con me non ha minacciato di bucarmi la tavola.

E allora sono dovuto andare via.

Come se non bastasse, sulla strada del ritorno, sul versante est di Isola delle Femmine, ho incontrato l’onda più grande che io abbia mai visto in Italia.

Una sinistra che doveva essere sui 3 metri e mezzo e iniziava a frangere a 20 metri dalla riva.

La “riva” era una conca di scogli puntuti e ruvidi.

Non me la sono sentita di entrare.

Che beffa.

La Sicilia continua a negarsi a me, sebbene io l’ami infinitamente.

Ravenna on fire (1981)

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Agosto 16th, 2008

Qualche giorno fa ho scritto il seguente messaggio alla redazione di surfnews.

 Ciao Redattori&C.

mi chiamo L. (Lorf) e già da un bel po’ curo un blog dal titolo” Il serf (spiegato anche male)”.

Il blog si occupa, fra le altre cose, di storia del serf italiano (vi ho citato più di una volta). So che voi siete a Ravenna (qlc volta ho serfato alla diga) e che il fondatore della vostra rivista è “il Tazzari”, uno dei primi a serfare l’Adriatico (http://lorf.surfblog.it/2007/12/20/aurosurf-news/).

Mi piacerebbe avere notizie su di lui e sulle origini del serf dalle vostre parti, se ne avete memoria. “RENO” un avatar di surfreport mi ha parlato di un certo “Tordi”, che mi sembra collegato con un surf club della costiera romagnola. Di più non so e, ripeto, mi farebbe piacere avere notizie documentate da pubblicare.
Ovviamente vi invito a leggere il blog (lorf.surfblog.it) e a darmene un feedback (x voi “nordadriatici”
http://lorf.surfblog.it/2007/10/29/gli-adriatici-del-nord/).

Saludos e buone onde (che da voi spira scirocco)
Lorf

La risposta non ha tardato molto, eccola:

Ciao L.
sono Angelo Manca, con il Tazzo ed altri ragazzi fra i quali Guancia al secolo Lodovico Broncelli ho fondato  SurfNews e la FISO (Federazione Italiana Surf da Onda) che è esistita fino al 2000. Velocemente posso darti il mio ricordo dei fatti. Nei lontani anni fra il 1981-83 Andrea Tazzari, Marco e Gian Piero Gerbella, Guancia, Maurizio Spinelli, Lamberto e Rossano Ruzzi ed uno sparuto gruppetto di amici, hanno dato vita al surf da queste parti. Tazz&Gerbi (Marco) costruivano le tavole, così come Guancia e Ruzzi. Io personalmente ho iniziato nel 1984 e qui a Ravenna eravamo già un gruppo di circa 50 praticanti. In quegli anni ci sono stati i primi viaggi nella costa ovest e all’estero, alla ricerca di onde più consistenti e di materiale (tavole, mute, accessori). Dei ragazzi di allora solo pochi surfano ancora: sicuramente il più assiduo di tutti è Guancia (esce ancora con tutti i climi e tutti i tipi di onda e tavola). Il posto di Marco Gerbella è stato preso da Dario “Cilli” Gerbella il più piccolo dei 3 fratelli che allora aveva solo 14 anni. Poi fra i “vecchioni” siamo rimasti Alberto Spizuoco detto Baba, Pietro Massaroli, Alex Cantelli (socio di Tazzari nel mitico negozio Danger SurfArea, primo negozio in costa est), Rudy Barbadoro, io e molto saltuariamente Lamberto Ruzzi. Siamo tutti ultra quarantenni, anzi alcuni di noi, me compreso, siamo già più vicini ai cinquanta che ai quaranta. La Diga che fino alla metà degli anni novanta è stato il centro dell’attività surfistica romagnola è stato soppiantato da altri spot con onde di migliore qualità, tutti citati sulla nostra SurfGuide che esce da oltre 10 anni nei mesi di marzo-aprile.
Per ora ti saluto, sperando di aver tolto un po’ curiosità in merito alle nostre origini.
salutoni
Angelo

Sì, un po’ di curiosità me la sono tolta. Del Tordi, però, nessuna traccia, almeno nelle memorie dei ravennati. Per riminesi, forlivesi etc. etc. bisognerà chiedere a qualcun altro.

P.S.  Per la cronaca RENO, a cui ho girato l’e-mail, mi ha accennato di oscure vicende riguardanti un perverso localismo perpetrato da due redattori di surfnews, riguardo al quale è rimasto un ampio dibattito su surfreport. A voi il giudizio, io faccio notare che i due in questione non sono della “vecchia guardia”.

Sapore di sale

Posted in serf italiano, il campo da giuoco on Agosto 4th, 2008

Andare al mare d’estate è un’esperienza strana. Sei lì, con quelle mutande fiorate addosso, il mare non si muove,  gli altri si divertono e/o si rilassano. Cerchi di trovare cose interessanti da fare, tipo guardare all’orizzonte, sentire il vento, determinare quanta onda fa quel deficiente con l’acquascooter.

La depressione sale.

Poi scopri che sì, è lo stesso posto dove vai a fare serf, ma fa parte di un altro universo, un universo parallelo in cui sei finito per caso e con cui devi fare i conti.

Allora ricordi che ci si stende per terra su di un asciugamano, ci si spalmano delle creme addosso, ci si lanciano vari tipi di palle usando piedi e mani.

Gelati, castelli di sabbia, pizzetta rossa. In fondo il mare d’estate è un bel posto dove andare.

Family surfing

Posted in spot italiani, serf italiano, news & media watching, serf estremo on Luglio 24th, 2008

Non so se quella dei serfisti italiani può essere chiamata una “comunità”. Parlerei piuttosto di piccole “comunità locali”, anche se certamente il network negli ultimi tempi ha dato i suoi frutti in termini di “coscienza collettiva”. Di certo so che in alcune aree del Lazio il serfismo all’italiana, oltre a produrre un discreto businness destinato fra l’altro a montare (con mostruose conseguenze a livello di traffico in mare), ha generato nel giro di trent’anni una vera e propria tradizione locale. E ciò è avvenuto perché sono pochi, pochissimi i/le serfisti/e che non passano la propria passione alle/i figlie/i.

Il risultato è che a partire dalle prime domeniche di giugno le line-up e gli inside di diverse spiagge diventano luoghi di incontro per diverse generazioni di serfisti. Senti un chiacchiericcio allegro di bambini che chiedono informazioni ai padri e voci cupe di “vecchietti” che dicono cose sagge ai piccoletti. Vedi nascere amori fra giovanissime longboarders in scafandro invernale e inquartatissimi adolescenti in shorts e magliettina ultimo grido, mentre qualche disavveduto ragazzetto viene redarguito dai bagnini perché è stato così idiota da mettersi con lo shortboard appuntito in mezzo ai bambini piccoli e ha rischiato più volte di impalarne uno.

Non mancano le caratteristiche “italianate”: a riva attendono madri apprensive (”Dai Giacomo, esci che hai le dita lesse!”, “Ma mamma, proprio adesso che arrivano sono le onde!”), la pizza alle 5, poi il sole tramonta e tutti a casa, che nonna ha preparato la pasta al forno etc. etc.

Questa dimensione del serf in Italia, forse la più significativa, non fa surf culture, almeno sui giornali e in televisione, e quindi la gran massa ne sa ben poco.

E’ meglio così?

Capitan Navarro

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia, serf italiano on Luglio 8th, 2008

In un lungo thread di Surfreport riguardante le origini del serf italiano, l’avatar SURFiNG si chiedeva:

“ma capitan navarro per chi lo sappia, stà in costarica??? e’ sempre incazzoso pure la?”

Io l’ho cercato (in rete, ovviamente) e l’ho trovato sul suo “lussuoso catamarano” di nome Pitigüey.

Massimo Navarro

Insieme a Cristina, da ormai quindici anni, organizzano vacanze a Los Roques, un piccolo arcipelago venezuelano di bellezza infinita che - quando sono stato in Venezuela - non ho potuto visitare a causa dei costi altissimi di viaggio e permanenza.

Eh sì, caro SURFiNG, Capitan Navarro, uno dei tre scopritori di Banzai, vive in uno di quei “paradisi” dove ogni tanto i turisti spariscono per motivi sconosciuti e dove trovi più italiani che locali.

E ha messo su una discreta panza.

M2

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Giugno 25th, 2008

M ha letto Fattore M e dice che sono un ingrato. Dice che se non c’era lui col cazzo che continuavo a serfare. In più mi invita a raccontare l’ultimo evento che ci ha coinvolto e io lo faccio.

E’ rimasto senza benzina sulla Roma-Civitavecchia e ciò non sarebbe poi così grave se non fosse che per tutto il viaggio di ritorno ha fatto il coatto sgassando a palla per superarmi a 200 allora e poi quasi inchiodarmi davanti.

Io avevo una serie di 5-10 appuntamenti importantissimi ai quali non sono andato per tirarlo fuori dall’impaccio.

Quando ho osato dirgli che poteva evitare di fare il coglione si è indignato e mi ha detto la cosa seguente:

“Ero un Rilke dei motori che poetava su onde d’asfalto”

Che gli avreste fatto voi? Io dapprima ho pensato di cospargerlo di benzina e dargli fuoco. Poi ho ragionato sul fatto che più volte, in motorino, mi è capitato di pensare alla mia carreggiata come alla spalla di un’onda, alle macchine in fila sulla mia carreggiata come alla cresta che rovina giù, alla carreggiata opposta come alla “fine della corsa”, il luogo nel quale puoi sconfinare solo per quei brevissimi periodi di tempo necessari a evitare la schiuma che avanza…

Ho pensato a tutto questo, dimenticando l’intento incendiario.

13 anni prima (il serfista zero 3.0)

Posted in i primi serfisti d'italia, news & media watching on Aprile 29th, 2008

Ieri sono successe due cose concomitanti e sconsolanti:

  1. su Surfreport l’avatar Shaun ha aperto una discussione intitolata “Invasioni barbariche e surf da onda”. Raccontava di un orribile servizio televisivo sul serf italiano e di un deprimente Luciano Onder in veste di “opinionista”. Commento sul servizio: “Non mi è piaciuto per nulla … tranne che per quel simpatico ed anziano signore che alla veneranda età compresa tra 60-70 anni (perdono: non ricordo con esattezza) ancora si fa dei bei numeri con il long. è probabile che sapete anche chi è.”
  2. telefono a Giulio che mi dice: “dalla Bignardi hanno fatto una cosa sul serf in Italia. C’erano anche dei ’serfisti di Banzai’ che hanno fatto una figura di merda: dicevano banalità del tipo ‘cioè, non si può vivere per lavorare’ (il ché mi suona con il secondo intervento del forum in cui surfnow diceva: ”hanno dato una visione dei surfisti di 70 anni fa, cioè di gente ke non fanno un cazzo dalla mattina alla sera mentre c è gente surfer con famiglia in carriera , con me surfano avvocati , studenti , dottori ,camerieri tutti uguali in acqua uniti dalla stessa passione …”).

Premesso che Giulio non è un serfista bensì una persona suo malgrado circondata da serfisti, gli ho chiesto del serfista settantenne e lui mi ha detto: “ha iniziato nel 1957, è di Lucca, ci aveva un longboard di 3m e 80, serfa ancora e pure bene… nella tua ricerca sul ‘serfista zero‘ in Italia hai sottovalutato la Toscana”.

Giuglio, non ho sottovalutato la Toscana… sono arrivato fin dove arrivano le notizie ufficiali, ufficiose, i “sentito dire” etc. etc. su carta e in rete… Certo, M mi disse una volta che alla fine degli anni ‘50, inizio ‘60 nel giro di suo padre (purtroppo recentemente scomparso all’età di 80 anni) qualcosa sul serf si sapeva attraverso immagini, documentari etc. non distribuiti al grande pubblico… Ma come potevo immaginare che il primo serfista italiano fosse di Lucca, cioè di un posto SENZA MARE? Come scovarlo, se non sono di Lucca e dintorni? Io non ho i potenti mezzi di “Invasioni barbariche”. E ciò - fatemelo dire - è una sfortuna non solo per me, ma anche per chi ha dovuto sorbirsi mezzoretta di macchiette&menzogne sul serfismo italiano.

Comunque, visto che fra le poche cose che mi rimangono c’è l’onestà intellettuale, prendo atto che sul tema del serfista zero questo maledetto blog ha fallito almeno 2 volte. Mannaggia. Ma fatta la constatazione, passo a compiere una serie di considerazioni, perché sono ancora in piedi sul bastione e almeno sull’impostazione di fondo delle mie riflessioni non sono così fake:

  1. il vecchietto lucchese, che Iddio lo ringrazi per questo, precedette Peter Troy nel serfare un’onda italiana, e ciò significa che il serf italiano è integralmente autoctono;
  2. il primo serfista d’Italia non era un local. Non viveva sul mare, non guardava le onde ogni giorno: ricevette impulso probabilmente da un viaggio in luoghi dove si faceva serf o guardando uno di quei film di cui mi diceva M.
  3. il primo serfista d’Italia usava una tavola di legno, cazzo. Serfò in solitudine per ben 13 anni.
  4. “L’esercito del surf” di Catherine Spaak, quando è uscita (cioè un anno dopo la serfata di Peter Troy ma ben 7 anni dopo l’anonimo lucchese) è roba d’appendice: già vecchissima e fuori moda. Che delusione… l’Italia non è mai cambiata e mai cambierà.
  5. l’altr’anno l’Italia festeggiava 50 anni di serf.
  6. l’Italia e la Francia hanno iniziato a serfare quasi contemporaneamente.

Avrei tante cose da chiedere al lucchese volante. Fra di esse cosa si metteva addosso per andare a serfare, nel ‘57. Però chiudo qui le comunicazioni, sperando che lumi arrivino dalla rete.

p.s. Riguardo ai “serfisti di Banzai”: il lavoro debilita l’uomo, è vero, ma per capire fino in fondo questa profonda verità bisogna prima essere uomini.

p.p.s. Questo è l’affidabile Onder:

Avete mai visto una foto meno serfistica di questa? Che c’entra questo coso in un contesto serfistico?

Fattore M

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Aprile 10th, 2008

Una delle figure fondamentali del serf è il socio. Il socio è il co-protagonista del tuo serf, quella persona con cui generalmente vai al mare, quello che ti spinge ad andarci quando avevi deciso che oggi proprio no, quello che ti fa ritrovare il senso del limite: quando c’è una mareggiata grossa e lui non vuole entrare tu alla fine non entri mai, anche se lui dice: “fa come ti pare”. Sì, perché il tuo socio è praticamente il tuo specchio, è “ciò che farebbe un altro al tuo posto”. Più che un amico, è una specie di assicurazione sulla vita.

A me è capitato un socio davvero singolare e non so se ciò è avvenuto perché anch’io a mio modo sono una persona molto singolare o perché ho avuto sfiga. Ma - modestamente - penso la prima, perché il socio non te lo scegli: è la tua vita incrociata con il tuo serfismo che sceglie il tuo socio. E per questo è insieme la tua croce e la tua delizia, la tua maledizione e la tua risorsa.

All’inizio M non c’era. Per più di un anno ho vagato da solo in giro per spiagge e promontori col mio roseo softboard, ho studiato la mia attrezzatura, la forma delle onde, il modo migliore per raggiungere il largo prendendomi spesso rischi inutili e impietosi sghignazzi di derisori in long e shortboard.

Appena uscito dalla culla ho incontrato M. M è assolutamente impazzito per il serf da quando io stesso l’ho lanciato su un’ondicella di Tarquinia nel lontano giugno del 2006, motivo per cui non posso dire: “lo subisco” ma devo dire: “me lo merito”.

In qualche mese M aveva tutto quello che un serfista deve avere, aveva tirato fuori dal suo passato tutte le conoscenze anche le più vaghe che potessero in qualche modo avere un nesso con il serf. E’ una persona generosa di ragionamenti e astuzie, che non dà quasi nulla per scontato, di indole fortemente analitica. Diverse volte mi ha prestato la sua tavola e come ho già scritto altrove con la sua tavola ho preso la mia prima parete.

Spesso abbiamo fatto serf estremo insieme, e ciò forse ti lega molto di più di qualsiasi altra cosa, specialmente quando in quei frangenti scopri che può essere piacevole poter discutere di “sublime kantiano” o “approccio stocastico alla meteorologia” mentre si sta a bagnomaria di fronte a un bel tramonto tirrenico e di onde vere non c’è traccia. Meno spesso abbiamo serfato in “bi-solitudine” su cavalloni perfetti, ma anche questo è successo, non posso né voglio negarlo.

Perché allora “me lo merito”? Perché M ha un lato oscuro, un lato B un bel po’ difficile da digerire. Sì, M me ne ha fatte veramente tante perché è sbadato, terribilmente sbadato, molto più sbadato di me che prima di conoscerlo ero rinomato per la mia sbadataggine. Poiché M non ha la minima cura di sé, non l’ha nemmeno per il suo socio.

Adesso sono sicuro che più di qualcuno potrebbe pensare che io sia malevolo e inclemente nei suoi confronti quindi passo immediatamente al racconto di alcune sue agghiaccianti performances, e badate bene, sono solo alcune:

1. promette una fantastica giornata di onde. Parcheggiamo la mia vecchia clio di fronte alla baia di Banzai, e notiamo che, al contrario di quanto promesso dal meteo, le onde sono molto piccole e scomposte; in acqua non c’è nessuno. Non siamo granché contenti ma bisogna entrare, sfidare la situazione estrema, perché altrimenti non varrebbe proprio la pena di fare questo sport. Quindi apriamo la macchina, tiriamo fuori le tavole e le borse ma c’è un piccolo problema: M ha dimenticato la tuta. “Oh minchia, M, sei allucinante!” gli dico, e lui fa: “Nonnò, non ti preoccupare, vado a prenderla e torno”. “Ma lascia stare M” dico “facciamo una cannetta e torniamo a casa”. “Nonnò, assolutamente no!” fa M “tu buttati, ci vediamo in acqua”. M parte e io perplesso mi butto. Prendo un buon numero di pseudoonde sotto gli sguardi increduli/ridanciani di quei 2 o 3 serfisti che sono a riva nella speranza che il mare ingrossi un po’. Passa almeno un’ora e un quarto e vedo M parcheggiare, mettersi la tuta e buttarsi in acqua con veemenza. Il problema è che la macchina con cui è venuto non è la mia vecchia clio. “Scusa M” gli dico mentre scrutiamo roboanti microfrangenti abbattersi a 2 o 4 metri dalla riva “ma che fine ha fatto la mia macchina?” “L’ho lasciata a Roma perché va troppo piano”. “Ah” dico “Vabbe’”. La session, costellata di successi mirabili su quelli che, con una metafora equina definirei “cuccioli di pony”, finisce in canti e inni in direzione di Dio Libeccio e Zio Ostro. Sono una specie di ghiacciolo acidoamaro. Stizzito e intristito salto in macchina e mi chiudo in un solenne mutismo fino all’arrivo a Roma. Mi aspetta una serata di cose da fare, persone da vedere, lavoro da erogare, insomma un fine giornata brutto. Ma non posso figurarmi che M ha preparato per me la staffilata conclusiva, quella capace di uccidere: arrivati alla mia macchina scopro: a) che è parcheggiata a cazzo di cane di fronte a un cancello su cui è apposto in grande evidenza il cartello “divieto di sosta”; b) che sul cruscotto, in bella vista, M ha lasciato un cartello con su scritto “guasta” (la qual cosa mi fa prendere un embolo istantaneo); c) che la macchina non ha un filo di benzina - ed è per questo che M astutamente ci ha messo sopra il cartello “guasta” - che è stata messa così a braccia dallo stesso M che ora, senza nemmeno provare a fare una faccia dispiaciuta, dice: “siamo stati fortunati che la benzina è finita proprio sotto casa”. Quando in preda a rabbia omicida urlo “Ma cazzo, M, perché non me lo hai detto?” lui - calmo e flemmatico - risponde “Non volevo rovinarti la serfata”.

2. marzo 2007, sono di ritorno da Salvador de Bahia da cui ho riportato a) un fantastico 7.1 a 3 pinne nose riding con rocker iperaccentuato e profumo di mango fresco; b) un ingestibile ma prestigioso shortboard 6.1 verde; c) una abbronzatura invidiabile; d) una preparazione atletica di tutto rispetto. M non sta nella pelle, vuole provare la 7.1, della quale ha dichiarato più volte di voler acquistare, cash alla mano, una metà. Mi lascio convincere ad andare al mare nonostante sia praticamente appena arrivato e ancora sotto un treno per il viaggio. Prima di partire ho lasciato tutta l’attrezzatura da lui, quindi decidiamo che io arrivo al mare con la vecchia clio e le tavole e lui con tutto il resto. Siamo di fronte a Torre Flavia. La giornata è abbastanza buona, una scaduta soleggiata di metà marzo da sfruttare anche su uno spiaggione come quello di Campo di Mare anche se a me che vengo dal Brasile sembra tutto abbastanza orribile: onde molli e corte, freddo fuori e presumibilmente dentro l’acqua, che fra l’altro mi sembra sporca come non mai. Per M, ovviamente, è tutto il contrario, quindi alla fine cedo e dico “Vabbe’, buttiamoci va…”. Apro il bagagliaio e prendo l’ingestibile shortboard, mentre lascio a lui il 7.1. Lui apre il suo bagagliaio e inizia a indossare la tuta. Non faccio in tempo a mettere la paraffina su ambedue gli attrezzi che M è già vestito. A questo punto faccio per avvicinarmi al bagagliaio della sua macchina per prendere la mia tuta e capisco subito che qualcosa non va perché il bagagliaio è perfettamente vuoto. Attendo qualche decina di secondi per vedere se M si cura di indicarmi dov’è la mia tuta ma lo vedo indaffarato nell’allacciamento del leash che lui - imprecando - definisce “troppo brasiliano” perché corto e sottile. Sta per dirigersi verso i cavalloni e allora gli dico: “Senti, M, dove hai messo la mia tuta?”. M senza neanche girarsi dice: “Nel bagagliaio”. “No, M, qui non c’è nessuna tuta da serf”. Sembra scocciato: “Ma come no, guarda bene”. “Non c’è, non è che magari sta davanti?”. “Nonnò sta dietro per forza”. “Allora non c’è”. M torna indietro, abbandona la tavola, fruga un po’ nella vettura e dice: “Cazzo, la vado a prendere” e io allarmato gli dico “No M, non andare!”. A quel punto fa per togliersi la sua tuta e dice: “tieni ti dò la mia” ma io lo mando a fare in culo in acqua dicendogli di fare qualche prova con la semi-sua tavola nuova. M a quel punto si lancia in acqua con veemenza e ci rimane per più di due ore senza mai tornare a riva, nonostante io mandi in sua direzione ogni genere di improperio. Al momento di spiaggiare incontra l’unico pezzo di roccia in tutto il litorale, procurando alla tavola un buco proprio in punta, in corrispondenza del longherone dove, lo sanno tutti, le riparazioni sono più difficili.
P.s. Dopo una serie di tira e molla M ci ha ripensato e il 7.1 è rimasto solo mio per molto tempo (perdita secca di 120€ preventivati ma mai ricevuti). Ora però temo che stia riconsiderando “l’offerta” (non sapendo che l’offerta non c’è più) dopo una session su Banzai sx in cui glie l’ho prestato (la sua nsp era in riparazione, io ho usato il gommone rosa): ha fatto corse di un centinaio di metri cantando, fischiettando e camminando avanti e indietro.

3. come ho già scritto lo scorso febbraio siamo andati a serfare in Abruzzo. Faceva un freddo becco in acqua e M a mia insaputa aveva in macchina un corpetto da 2,5 bello asciutto (oltre a quello che indossava), di cui non mi ha fatto menzione. Ciò che non ho scritto è che IO, circa un anno prima avevo comprato 2 corpetti da 2,5: uno per me e uno per M (insieme a 2 paia di guanti, il mio paio è scomparso). Un bel regalo vero? Indica un certo qual affetto nei confronti del proprio socio, o no? Ecco, il fatto è che io a un certo punto il mio corpetto non l’ho trovato più in giro, tanto che pensavo di averlo perso. E poi quando lo ritrovo? Dopo una session a -2 sottozero nel bagagliaio di M! Scusa ufficiale: “ce ne devono essere 3 perché io sono sicuro di averne sempre avuti 2“… non so, giudicate voi.

Per finire voglio però riabilitare M. Infatti, come ho detto prima, è solo (troppo) sbadato, non è cattivo. E ogni tanto tira fuori perle di saggezza che rimangono impresse nella memoria per anni, come la seguente:

“che cos’è un’onda? un onda è solo un’increspatura nell’anima”


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