Dice di se Gabriele Concato:
innamorato del surf e della vita libera inizia a cavalcare le prime “schiume†a Torvaianica e Sabaudia nel 1978. Agli inizi degli anni 80 si sposta sugli spots di Ostia e Fiumicino, gia’ frequentati da una decina di precursori del surf, con i quali si lega accomunato dalla stessa “inconsueta†e viscerale passione. Altrettanto accade, poco dopo, con gli altri pionieri del surf italiano quando, esplorando la costa nord, scopre gli spots di Santa Severa: Banzai e Off the Wall. Con questo manipolo di entusiasti condivedera’, fianco a fianco, onda dopo onda, inverno dopo inverno, tutta l’epopea del surf italiano fino alla fine degli anni 90 quando, ormai viaggiando assiduamente per il mondo, decide di mettere radici all’estero per girovagare tra alcuni dei migliori spots del pianeta. Attualmente vive in Brasile dove, oltre all’attivita’ della Scuola di Surf ad Iguape - Fortaleza e del Surf Camp ad Itacare’ - bahia, organizza contest di vario livello tra i quali una tappa di uno dei Tour piu’ importanti del Brasile…
Su surfreport ho rintracciato un thread del 2003 in cui dice:
Purtroppo non frequento ormai da anni gli spots Italiani, ed il mio ricordo risale a quei tempi in cui ci si conosceva ancora tutti, ma dico proprio tutti, partendo da Varazze fin giù alla Sicilia, passando per la Sardegna.
Eravamo proprio quattro gatti, ma oltremodo uniti e felici anche e soprattutto perché incompresi. Nessuno credeva che il Surf da Onda fosse uno sport praticabile nei nostri mari e, quelli che ci conoscevano, ci valutavano con un che di compassione per essere ancora alle prese con questi giocarelli da bambini. Quasi come se l’alzarsi alle 4 del mattino, d’inverno, entrare in acqua gelida, con libeccio forza 8 e mare attivo, fosse paragonabile a chi ancora, con paletta e secchiello, si diletta sulla spiaggia ormai in tarda età .
Io toglierei il “purtroppo” all’inizio della prima frase. Mi è oscuro il concetto di “essere uniti e felici perché incompresi”… ma va bene così.
Spartaco descrive così la serfata su una grossa onda a Boca da Barra (immagino che significhi bocca del porto fluviale) di Rio da Contas (sulla costa della Bahia centrale, Brasile):
“Calma, molta calma, rilassati, respira profondo, racimola tutte le tue energie, guarda con attenzione la velocità e la direzione del picco, avanza, avanza verso di lei sei troppo sotto, veloce rema, rema, ecco, sbrigati, girati, rema, rema, rema fino a farti schiattare i polmoni, ti succhia, ti solleva, sotto si apre il vuoto, una voragine spaventosa e a destra una lunghissima parete blu, non esitare devi partire o sei fatto, un scatto, un colpo di reni, i piedi sfiorano la paraffina, la tavola vola nel vuoto nel cavo dell’onda, una cascata d’acqua ti martella la schiena, precipiti, tieni l’equilibrio, non lasciare la tavola, spingi sul piede posteriore, non mollare, non mollare, piegati, stai per atterrare, afferra con la mano sinistra il bordo della tavola e infilati nel tubo, dai che ce la fai, ce la fai, ce la faiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, sei dentrooooooooo, hhhhhhiiiiiiiiiiiiiiiaaaaaaaaaaa, ecco la sbuffata, reggiti che ti sputa fuori, ssssbbbbhhhhuuuuaaaaa, sei sulla parete, quattro metri, tre metri, cut back, torna indietro, sali, sali, sali sulla cresta, slasch back e giù di nuovo nel cavo dell’onda veloce come il vento, poi ancora su, su, su, off the lip, snap back, e vvvviiaaaaaaaaaaa†così su e giù per un chilometro fino a riva, l’onda è domata, la natura mi ha regalato queste emozioni meravigliose e, giustamente, in cambio esige un tributo di valore soggettivo e variabile ma che personalmente non mi stancherò mai di pagare.