Archive for the 'i primi serfisti d'italia' Category

Aurosurf News

Posted in i primi serfisti d'italia on Dicembre 20th, 2007

Andrea Tazzari, classe ‘64, è chiaramente un fondatore di professione. Se cerchi il suo nome sui motori di ricerca scopri che a un certo punto è migrato verso l’India orientale e ha fondato la radio di Auroville, una città di fricchettoni non troppo rincoglioniti, se è vero che:

“The purpose of Auroville is to realise human unity – in diversity. Today Auroville is recognised as the first and only internationally endorsed ongoing experiment in human unity and transformation of consciousness, also concerned with - and practically researching into - sustainable living and the future cultural, environmental, social and spiritual needs of mankind.”

auroville, interno

Poi vai su SurfNews magazine e scopri che nella primavera del 1994 fu lui a inventare quella che possiamo considerare una delle più blasonate riviste italiane di serf.

Non pago è co-fondatore della FISO (Federazione Italiana Surf da Onda).

Ma c’è di più. L’attuale yogi integrale radiofonico di Auroville è stato il primo serfista adriatico. Ha fondato una tradizione che, come ho già scritto, si nutre di puro amore per la disciplina.

Il Tazzari sembra irraggiungibile ma qualche traccia la lascia. L’ultima volta si è loggato su surfreport nel settembre del 2007.

Il primo amore non si scorda mai, specialmente se è il serf.

Serf al naturale

Posted in i primi serfisti d'italia on Novembre 28th, 2007

In Versilia, intorno al 1980, spuntarono quattro protoserfisti italiani: Alessandro Dini, suo fratello Michele, Francesco Farina detto Checco e Ario Bertacca.

Fra di loro c’è un protoshaper nazionale, Michele, che a detta di suo fratello un giorno si mise a fabbricare tavole “con materiali improbabili ispirandosi a una puntata dei Flintstones” (non è chiaro se i due fratelli avessero già qualche tavola o dovettero costruirsene una per potersi buttare in acqua).

Michele Dini

Michele Dini nel Sinis

Nel 1981 i quattro andarono a Biarritz e da lì non si staccarono più dal serf. Alessandro nel 1983 fondò il Natural Surf Club, il primo in Italia (dall’88 poi il club si spostò in Darsena). Poi, più avanti, il primo surf shop e la prima rivista (Surf Magazine, poi divenuta Surf Latino).

Natural surf 1

Alessandro Dini davanti
al suo surfshop

Ario e Francesco, nel frattempo, serfavano a Marina di Pietrasanta, sulla spiaggia del bagno Wanda.

Francesco Farina 2
Francesco Farina in Darsena
Francesco Farina 1
al molo

Lì, c’erano diversi bambini - come spesso succede - fra cui Michele Puliti che, a soli undici anni, si mise a fare tavole da serf.

Michele Puliti

Alessandro Dini ha fatto molte altre cose per il serf italiano, fra cui:

  1. dare lezioni di serf al commissario tecnico della nazionale di calcio italiana;
  2. dare i primi “segnali di serf” alla Sardegna;
  3. essere al centro di decine di iniziative serfististiche;
  4. fare questa foto a Graziano Lai nel 2005 a Capo Mannu:


leggi anche Storia di uno swell

Ma non finisce qui, anzi. Michele Puliti è ancora lì che fa tavole (Olasurfboards). Il Bagno Wanda è diventato il Wanda Surf Resort, gestito dalla “famiglia Bertacca”. E i figli di Alessandro Dini e Francesco Farina, Jacopo e Aaron, serfano sulle onde scoperte dai loro padri. Ecco cosa dice Francesco nel 2004 al termine del Quiksilver Supergrommets:

“Non mi vergogno a dire che ho avuto le lacrime agli occhi quando mi sono reso conto che in acqua c’erano i nostri figli a gareggiare, l’uno contro l’altro, proprio come accadeva oltre 20 anni a tra me, Alessandro e Michele… un momento indimenticabile”

Quiksilver Supergrommet Italia 2004
(Aaron e Jacopo, 9? e 6 anni nel 2004)

Si sà, con le seconde generazioni, così come nel caso degli immigrati, inizia la storia e finisce il mito.

Il ragazzo del serf

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Novembre 23rd, 2007

A giudicare dal vestiario e dall’automobile, questa foto deve essere fine ‘70 o inizio ‘80.

Marco Fracas, diane

I tre individui sembrano abbastanza usi alla pratica dello scivolar sull’onde, al punto che sulla propria vettura trasportano tavole da serf.

Uno di loro (al centro?) è Marco Fracas, un giovane di Bogliasco che, a detta di tutti, fu il primo a lanciarsi nella baia del paese per catturare un’onda.

Bogliasco, vista

A meno che non si diano per vere le leggende riguardanti giovani militari americani (l’esercito del surf?) lanciatisi durante gli anni ‘60 in prossimità delle basi NATO di Camp Darby (LI) e Gaeta (LT), il momento in cui Marco prese un’onda è da considerarsi il primo “surf act” nella storia d’Italia.

P.S. Può anche non essere andata così ma è fuori di dubbio che Bogliasco sia oggi uno dei luoghi dove maggiore si sente il richiamo a una tradizione autoctona. E ciò - come dicono gli attuali serfisti di Bogliasco - è dovuto a Marco Fracas.

P.P.S. Marco serfa ancora (anzi fa le gare) e, come tutti quelli della vecchia guardia, ha una certa passione per le onde grosse.

Fracas, Varazze (Inside)

Ti sogno California

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Novembre 4th, 2007

Non ho trovato foto di Andrea Racca in rete ma tutti lo citano come uno dei pionieri del serf in Sardegna e come colui che dà il nome a uno spot sulla costa sud della Sardegna (Racca Point a Capitana, Via del Galeone).

Dare il nome, anzi il cognome, a uno spot non è da tutti, perché significa che quel posto l’hai trovato tu e lo hai serfato da solo fino a quando è entrato in acqua qualcun altro che ti ha chiesto: come si chiama questo spot?

Racca Point, 31 gennaio 2006

Sembra che Racca sia ancora in attività (settembre 2007) e, se non c’è omonimia, potrebbe essere il Direttore Generale di una società di distribuzione di materiale elettrico sarda. Ma questo è secondario.

Giangi Chiesura dice di lui che ha imparato “l’arte del surf” in California, dove studiava. Un serfista puro, quindi: non un windserfista convertito.

No guarda, ho fatto cagare…

Posted in i primi serfisti d'italia on Novembre 1st, 2007

Fra i nomi dei primi serfisti italiani ce n’è qualcuno straniero. Fra questi spicca quello di Simon James Altree. Su surftotal lo raccontano così:

Simon è un Australiano che vive a Sanremo da più di 20 anni, e come tutti gli Australiani è un ottimo surfista. Ha aperto il primo surf-shop di Sanremo ed ha fondato il Surf West Club circa 10 anni fa. A riconoscimento del contributo che ha dato alla scena del surf ligure, Simon ha ricevuto una targa di ringraziamento al recente “Surf Tribute” svoltosi a Ventimiglia. Il suo stile e la sua tecnica sono stati dei veri modelli per i giovani surfisti del ponente ligure. In gara Simon dà e pretende sempre il massimo da sè stesso, infatti l’anno scorso al “Surf Parade”, pur avendo passato la Heat, si è ritirato perchè non contento di come aveva surfato.

Tanto di cappello, Simon.

Simon James Altree

Località Pio X

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Ottobre 21st, 2007

Prima di diventare Banzai l’area che nelle piante è contraddistinta come Pio X, era solo un’accozzaglia di pietre dove non si andava perché ci si stava scomodi. Ma a partire dai primi anni ‘80 è divenuto lo spot più conosciuto del Lazio. Tante cose si dicono su Banzai e molte se ne diranno ancora, ma questo articolo del “testimone” Maurizio Marchisio sul sito del Banzai Surf Club, è probabilmente la cosa più affidabile che circoli in rete sull’argomento:

BANZAI ROOTS

Albori
Situata a circa 57 Km da Roma ed a soli 2 Km a nord di S. Severa, Banzai e’ sicuramente lo spot più famoso del Lazio ed uno dei migliori e più consistenti d’Italia. Grazie al fondale formato da grossi sassi che degradano gradualmente verso il largo, Banzai , oltre ad offrire un gradito riparo ad una folta colonia di ricci è in grado di produrre eccellenti onde sia destre che sinistre a seconda della direzione della mareggiata (W - SW onde destre / SE onde sinistre). Le onde generalmente frangono su due principali point break, uno esterno più grosso ed uno interno più ripido, spesso uniti da un’unica sezione che aumenta di intesità con l’approssimarsi alla riva. La forma quasi trapezoidale del fondale e la sua eccezionale regolarità consente di surfare Banzai con mareggiate da uno a dieci piedi con l’unica differenza che la sinistra è generalmente più ripida e lunga della destra. Quelle invidiabili caratteristiche hanno fatto sì che a Banzai sia ora uno degli spot più affollati della costa tirrenica, anche se per molti anni, quando il surf in Italia era praticato da pochi incompresi, è stato il tesoro nascosto di uno sparuto gruppetto di pionieri del surf. Nell’autunno del 1984, Giorgio Pietrangeli, Massimo Navarro [skipper?] e Valerio Castellano d’un tratto si devono essere ricordati di un vecchioproverbio cinese che dice che “la rana dello stagno non conosce l’immensità del mare”.
Fino a quel momento il terzetto si era limitato a combattere tenacemente con la corrente e le onde della spiaggia di Santa Severa, senza minimamente immaginare quello che li aspettava a pochi Km di distanza. In realtà, Navarro, Pietrangeli e Castellano non avevano proprio l’indole da “rana” , ma erano spinti da un’irrefrenabile passione che li aveva portati, diversi mesi prima , ad affrontare un viaggio in macchina verso una destinazione sconosciuta , di cui avevano visto , per pochi secondi, qualche immagine in uno dei primi video di surf. Quella località aveva un nome un pò particolare che venne storpiato da alcuni casellanti in Baia Ritz, ma che però più esattamente si chiamava Biarritz. Il primo viaggio di surf e l’impatto con le onde oceaniche non spensero gli entusiasmi di Navarro, Pietrangeli e Castellano, i quali finalmente in possesso di vere tavole da surf e soprattutto di mute invernali più elastiche e leggere delle mute da sub e/o da windsurf, incominciarono a spostarsi sulla costa tirrenica in cerca del fondale e dell’onda perfetta. Per mesi i tre si accontentarono delle onde che frangevano sulla spiaggia si S. Severa, grazie anche al fatto che la sabbia spostata dalle recenti mareggiate invernali aveva formato alcuni points piuttosto divertenti. Poi, arrivò il giorno in cui, dopo una violenta sciroccata, il mare incominciò a respirare più profondamente del solito rimescolando completamente il fondale di Santa Severa. Era un caldo giorno di Ottobre e Valerio Castellano , forse il più inquieto dello storico terzetto, piuttosto che assistere passivamente al passaggio della mareggiata convinse gli altri ad infilarsi in macchina per setacciare nuovamente la costa alla ricerca di qualche posto migliore dove surfare. Il caso volle che, giunti al bivio con l’Aurelia, i tre decisero di sterzare a destra in direzione di Santa Marinella. Tuttavia, dopo appena poche centinaia di metri, pare che a causa di un impellente bisogno corporale che colpì improvvisamente uno dei tre, le onde improvvisamente passarono in secondo piano e lasciarono il posto alla più urgente ricerca di un anfratto ove potersi “lasciare andare”. La Fiat 131 Station Wagon , grigio metallizzato, di Massimo Navarro si infilò così in un prato abbandonato a fianco di un piccolo albergo che si affacciava sull’aurelia e mentre il “bisognoso” si dimenava nel cercare qualcosa che potesse sostituire degnamente il classico rotolo di carta igienica , gli altri due , quasi di incanto, si accorsero che trovarsi in mezzo alla m#@d*$ a volte non è così male! Le late erbacce cresciute liberamente lungo il bordo della strada , nascondevano cio che Navarro, Pietrangeli e Castellano avevano per molti mesi vissuto solo nel loro immaginario: onde perfette che frangevano ritmicamente verso sinistra spingendosi fino all’interno della baia che si apriva di fronte a loro. Entrati in acqua i tre si accorsero (oltre che della presenza dei ricci) che quel fondale , simile ad una barriera corallina, aveva una conformazione quasi unica per la costa italiana: vi era una specia di lingua rocciosa che si restringeva obliquamente verso il largo per poi ripercorrere, a poche centinaia di metri dalla riva , l’esatto profilo della costa. Il tratto parallelo della barriera formata da centinaia di massi, fuoriusciva quasi completamente dalla superficie e formava al suo interno una piccola laguna che veniva sfruttata da alcuni pescatori locali per ormeggiare i loro gozzi. Le onde che impattavano sul fondale roccioso scorrevano così lungo la barriera riproducendone così fedelmente i contorni, fino a spegnersi dolcemente all’interno della piccola baia. La regolarità delle onde era semplicemente stupefacente.

Per uscire bastava remare al centro della baia e puntare il largo per poi convergere, una volta fuori, verso il point breack seguendo un percorso ideale a forma di “L” rovesciata. Navarro, Pietrangeli e Castellano decisero così di battezzare quel posto con il nome di “Banzai”, a ricordo del famoso spot Hawaiiano, di cui condivideva l’onda sinistra e la sua assoluta perfezione.

Primi anni: solo Banzai sinistro
Per anni Pietrangeli e Castellano e Navarro surfarono in compagnia di pochi amici: prima Vincenzo Ceglia e Maurizio Marchisio, poi Giorgio Mileti, Michele Ceribelli, Hugo Heinen, i fratelli Minafra, Luca Caponera, Antonio Cipolloni con Andy D’Anselmo, quindi Maurizio Gallo (detto “Ciccio”) e Carlo Kurt Caesar (il primo a scattare delle fotografie dall’acqua ai surfisti di Banzai). Nei gioni di massimo affollamento a Banzai non vi erano più che 10-15 persone in acqua , le quali utilizzavano il prato abbandonato per parcheggiare le loro macchine e riposarsi tra una session e l’altra ed entravano sempre dalla piccola baia seguendo mentalmente il percorso ad “L” rovesciata.L’accesso dal prato dal prato incolto e il raggiungimento del point-break remando dall’esterno della baia di Banzai sinistro aveva fatto si che Banzai venisse surfata esclusivamente a sinistra , indipendentemente dalla direzione della mareggiata. Finalmente, dopo alcuni mesi dalla scoperta di Banzai, durante una grossa mareggiata primaverile proveniente da SW, Giorgio Pietrangeli e Maurizio Marchisio , nello spingersi più a largo alla ricerca di set più grossi, furono trascinati pian piano dalla corrente all’interno del picco centrale.

La prima destra di Banzai: primavera 1985
Le onde che arrivavano costrinsero i due ad andare a destra e così , dopo un primo approccio limitato ad un bottom turn, i due si accorsero che la parete che si apriva verso destra era altrettanto aperta e lunga come la “sorella” di sinistra. Tuttavia, per lungo tempo ancora chi andava a surfare a Banzai continuava ad entrare in acqua dalla baia che si trovava dalla parte di Banzai sinistro, affrontando una remata di venti , trenta minuti per giungere sul point-break di Banzai destro . Solamente nell’inverno del 1985, grazie ancora una volta al caso, venne scoperto il canale di accesso di Banzai destro. Fu Massimo Navarro a ritrovarcisi praticamente dentro, quando emerso vicino alla barriera rocciosa dopo un brutto wipe-out incominciò a remare verso l’esterno per evitare un grosso set che stava incominciando a frangere.Nel tentativo di trovare una via di fuga dalla schiuma che incessantemente lo investiva, Massimo Navarro entrò così nel canale normalmente utilizzato dai gozzi ormeggiati all’interno della laguna. Di li a poco si incominciò a sfruttare l’attuale strada di accesso e ad utilizzare il canale della laguna come uscita da banzai destro, anche se molti continuavano ad accedere dall’incolto pratone ed a farsi una breve corsetta di riscaldamento fino al canale. Tutto ciò durò fino al giorno in cui una mano ignota chiuse l’accesso al pratone con una grossa gettata di terra e detriti e relegò l’entrata a Banzai unicamente dal vialetto (allora) sterrato che sbucava di fronte al canale di Banzai destro . Era il periodo era incominciato quello che sarebbe diventato, in pochi anni, un inesorabile quanto inimmaginabile flusso migratorio, capeggiato da Fabio Gini , Andrea Capogna da Fiumicino, e da Paolo Perrucci, Lorenzo Pellegrini da Ostia/Anzio. In pochi anni la popolazione surfistica è cresciuta a livello esponenziale (con immenso piacere della signora Ida e la sua famiglia che hanno potuto tramutare il chiosco di panini sulla spiaggia in un rinomato ristorante dal nome …Banzai!), grazie anche ai primi servizi fotografici e a quel tam-tam tanto efficace del passaparola , solo ora soppiantato (ma non del tutto) dal sito web su Internet.

Considerazioni finali
Attualmente la possibilità di surfare Banzai con meno di 10 persone in acqua è praticamente uguale a quella di riuscire a trovare alla facoltà di legge una ragazza ancora vergine! A quei pochi fortunati che hanno scoperto e vissuto Banzai agli albori non rimane che un ricordo, forse uno dei più belli della loro vita: L’immagine di lunghe onde solitarie che frangono dando corpo alle urla di gioia di pochi cari amici. A tutti coloro che sono venuti dopo, che inforcano il vialetto di entrata tramutandosi in piloti di formula uno colti da crisi isterica e che entrano in acqua con la faccia di chi ha appena scoperto che la propria ragazza se la fà con il loro migliore amico (pensando di poterlo trovare in acqua) solo un appello: Amate e Rispettate quello che è rimasto di Banzai e ricordatevi che se è diventato praticamente impossibile surfare Banzai con serenità, o se un giorno qualche burocrate senza scrupoli distruggerà per vile profitto personale, il fondale di Banzai, cancellando per sempre le sue meravigliose onde, beh tutto questo è solo colpa vostra!

Il nuragico avventuriero

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 20th, 2007

Più che un serfista Giangi Chiesura è uno a cui piace scender giù dalle onde con ogni mezzo possibile. Non ci ho mai parlato ma lo suppongo visto che, fra le immagini che lo ritraggono in mare reperibili in rete, lo trovi spesso alle prese con acquiloni e vele (fra l’altro è lui stesso fotografo).

Una delle poche foto nelle quali è su un vero serf è questa:

Giangi Chiesura

Il fatto è che Giangi è un vero local di Capo Mannu e sai… in questi casi l’occasione fa l’uomo serfista. Nel suo articolo sul Capo, che ho riportato integralmente sul blog, dice di aver serfato la prima volta in un luogo che non è mappato da nessuna guida di serf italiana: S’Arena Scoada… era la fine degli anni ‘70. Una sua bio si trova su www.capomannu.it.

Su Cuccuru Mannu

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Ottobre 19th, 2007

Quando, moltissimi anni fa, andai nel Sinis, la gente indicava un posto di nome “Su Cuccuru Mannu”. Ci ho messo 25 anni a capire che questa locuzione poteva essere tradotta con Grande Promontorio o Grande Capo, e che quello era Capo Mannu, ovvero lo spot più consistente d’Italia (Dave Kalama nel 2006 ha detto testuali parole: “Una buona giornata ad Hokipa è quasi come una ottima giornata a Capo Mannu”… ci credereste se non foste serfisti?).

Comunque… Quella che segue è la “Storia del Capo” scritta da un pioniere del serf, Giangi Chiesura. La storia non è proprio lineare e priva di contraddizioni ma insomma….

“…portatemi un giorno sulla collina del Sinis, davanti al Mediterraneo, e mettetemi sotto la nuca una conchiglia verde perché la voce del mare mi canti ancora all’orecchio. Ch’io dorma là, tra i lentischi, cisti ed asfodeli, col suono delle onde sull’arenaria, sotto l’ala dei falchi e il volo ampio e molle dei gabbiani. Ch’io dorma sulla petraia del Sinis…”.Questi versi scritti dal grande Prof. Pau suonano come un’atto d’amore verso il Sinis, sono parole che testimoniano l’attaccamento dei sardi, quelli che hanno “l’acqua di mare che scorre nelle vene” verso il loro mare, verso quello che il mare gli può dare. Sul Capo si è scritto molto e, a volte con poca reale conoscenza. Perciò, con un po’ di coscienza ci proverò io.

Sono praticamente nato nel mare, posso veramente dire di aver vissuto in prima linea la scoperta del windsurf e del surf con l ‘arrivo delle prime vele e delle prime tavole da onda come le mitiche tavole scuola Star Cut ed i primi “wave” Rocket in polietilene. Non c’è alcun dubbio sul fatto che i primi uomini che solcarono le acque del Golfo di Oristano e quindi anche le acque del Capo furono in nuragici in un periodo compreso tra il 2000 ed il 1500 a.c.; Con molta probabilità questi uomini, vincendo la paura di un elemento a loro poco conosciuto e la paura dell’ignoto arrivarono sulla costa occidentale della Sardegna dalla Penisola Iberica, spinti dalle costanti correnti e perturbazioni atlantiche. Sicuramente con imbarcazioni primordiali e pericolose. Proviamo ad immaginare un loro approdo sulla costa Ovest con mare attivo o scaduta… Credo non sia sbagliato dire che in un modo furono loro i primi surfisti della storia.

Dopo di loro è stato un continuo assalto alle coste della Sardegna da parte dei vari popoli che si sono alternati per il dominio del Mediterraneo. Lungo tutta la penisola del Sinis vi è la più grande densita’ di torri nuragiche di tutta la Sardegna che, insieme alle Torri Aragonesi ,costruite a partire dal 1300 d.c. in difesa delle coste per le frequenti incursioni dei pirati Saraceni, costituirono un efficiente sistema di avvistamento per tutto ciò che arrivava dal mare.Sul promontorio di Capo Mannu c’è una Torre Aragonese ancora ben conservata. Con un po’ di incoscienza ogni tanto mi arrampico fino alla sommità. E’ incredibile la bellezza del mare che si vede, quanto è lontana la linea dell’orizzonte. Immagino i guerrieri che scrutavano il mare…, erano sicuramente i primi a vedere il vento arrivare, le onde crescere ed infrangersi sulle scogliere. Chissà se qualcuno di loro avrà mai pensato di poter giocare con le onde…

La storia di questa parte della Sardegna è veramente affascinante, ed è facile farsi prendere la mano, perciò cerco di tagliare ed arrivare fino ai giorni nostri. Dopo un’infinito numero di onde “sprecate” nel corso dei millenni, negli anni ‘70 due sparuti gruppi di aspiranti windsurfisti uno di Cagliari e l’altro di Oristano cominciavano a fare le loro prime esperienze con tavoloni, derive e boma di legno. Mentre nel cagliaritano era più facile reperire materiale ed appassionati, nell’oristanese una pinna, un trapezio, una muta erano cose preziose e trovarle era veramente difficile. I primi praticanti erano quei pochi fortunati che, grazie alle proprie famiglie avevano vissuto dalla loro infanzia sulla costa. Per un po’ di tempo i due gruppi sono rimasti separati poi con l’avvento della classe Windsurfer e le prime regate zonali si sono stabiliti i primi contatti e sono venuti fuori i nomi dei veri pionieri del windsurf e surf sardo.

A Cagliari Barrella, Ciabatti, Brianda, Strazzera, Loi, Sanjust, Racca, Stagno per citarne alcuni, Blumenthal, Bobo Lutzu, Giangi Chiesura, Angelo Fadda per citare qualcuno dei più rappresentativi oristanesi. Dopo i primi anni di pratica con i “rabbasoni”(tavoloni), sfogliando le prime riviste del settore (Windsurf Italia…) capimmo che si poteva fare il wave!!
Ed allora via a Cagliari dai primi shaper isolani Giovanni Fabbri e Stefano Diana. Ricordo ancora l’entusiasmo e la voglia di provare subito quelle tavole nelle onde, e ricordo anche gli schiaffi presi nei close out di S’Arena Scoada nelle prime uscite… Era la fine degli anni ‘70. Io personalmente credo di aver surfato la mia prima onda nel ‘78 a Mandriola con il wave in polietilene della Star Cut chiamato Rocket.Poi un giorno arrivarono i Cagliaritani… Si potrebbe paragonare la loro calata sulla costa ovest come l’ennesima invasione del Sinis, ma non fu così.

Infatti la pura passione per questo nuovo ed affascinante sport andava oltre ogni confine e tutti insieme si condivideva la scoperta di uno spot o l’avvento di una novità, tavola o vela che fosse. Il localismo non ha mai fatto parte della storia del surf o del windsurf. Mi dispiace che molti praticanti delle nuove generazioni non sentano praticando questi sport l’estremo e profondo contatto con la natura, con l’elemento acqua, con la persona che sta condividendo con te la tua passione.
Fare un bottom od un aerial su una cristallina onda di 3 metri non può generare odio o gelosia…; sono d’accordo sul fatto che chi va a surfare da straniero fuori casa deve avere il massimo rispetto per i locals e soprattutto per gli “storici” rispettandone le usanze.
A proposito del surf da onda, storicamente parlando credo di poter affermare che il Capo sia stato violato per primo da una tavola da onda.

Mentre Doc Bobo tra un esame universitario e l’altro costruiva la prima tavola da onda, da Cagliari arrivava Andrea Racca, giovane studente in California, dove aveva imparato l’arte del surf, e sicuramente tra i primi a surfare le onde del Capo.
Insieme a lui uno dei primi a surfare al Capo “da onda ” è stato sicuramente Giorgio Pietrangeli, uno dei grandi padri del surf italiano.
Questo succedeva attorno alla metà degli anni ‘70. Io e Bobo surfavamo i terribili close out di S’Arena Scoada.
Poi sfidando il grande Capo ci buttammo anche noi tra le sue onde. All’inizio era veramente una grande sfida; del surf e del Capo sapevamo veramente poco ed ogni drittone era per noi una gioia incredibile. Ho ancora il ricordo di interminabili giornate in acqua passate a divedersi in due onde fantastiche. In quei primi anni molti erano attratti da questo affascinante sport, alcuni rinunciarono, altri hanno continuato a surfare un’onda che probabilmente gli accompagnerà per tutta la vita.

Onda dopo onda si andava formando quel gruppo di surfisti primordiale che avrebbe gettato poi le basi del surf sardo. Mi viene in mente la figura del bravissimo Giorgio Stagno che arrivava da Cagliari con Gigi Barrella e Pinzo Antonello Ciabatti.
Anche lui con Andrea Racca credeva nel surf e nel potenziale di questo posto. Presto il gruppo compatto cominciò ad esplorare gli spot vicini.
Quando il Capo era troppo grosso e le onde schiumavano scoprimmo il potenziale del Minicapo: beach break con destra e sinistra a volte tubante e molto veloce; quando lo swell è grosso, con vento di tramontana o grecale, la sua onda sbafa ed è davvero fantastica ed impegnativa.
Col passare del tempo il numero dei surfisti cresceva, e così anche la necessità di nuovi picchi…
Ecco quindi la scoperta del Medicapo o Gozzilla ad opera del forte local oristanese Fofo. Ancora oggi questo piccolo spot è esclusivo presidio degli oristanesi.

Tra la fine degli anni ‘70 ed i primi degli anni ‘80 cominciava a spargersi la voce anche nella penisola sull’esistenza di incredibili condizioni di onda sulla costa ovest della Sardegna. Cominciarono così ad arrivare i primi “stranieri”: Maddaleni, Pietrangeli, D’Angelo e gli altri storici surfisti della Penisola.
Dopo di loro il suono delle onde ha cominciato a viaggiare nel vento… ed ecco arrivare i primi grossi nomi: ho ancora in mente i grossi ondoni surfati con una 7′ dal grande Anders Bringdal portato qui da Roberto Ricci.
Dopo di lui, a metà degli anni ‘90, la leggenda hawaiana Josh Angulo si è esibito in surfate veramente impressionanti.
Mentre i pro si esibivano in radicali manovre anche noi poveri mortali cominciavamo ad innalzare il livello.
E a scoprire nuovi spots. Storico il Chutz Point, vicino al Medicapo, dal nome dell’ormai stanziale local Chutz.

La vera consacrazione del Capo è stata fatta in una soleggiata giornata di primavera del ‘99 quando le leggende del surf mondiale Dave Kalama, Jeff Akman, Rusty Kelauana, in occasione del Quiksilver Pro Tour, sono entrati in acqua…
Lo stile e la radicalità che hanno messo in mostra ha veramente impressionato quei pochi fortunati che quel giorno hanno potuto vedere con i propri occhi un tale spettacolo.
Anche i tre “ragazzi” sono rimasti impressionati dalla qualità delle onde, credevano che il loro fosse un tour votato più a firmare poster che a surfare…! E’ stato fantastico vedere Kalama indossare con varie imprecazioni muta intera e calzari che a sentire lui non aveva mai messo!Torniamo indietro di una ventina di anni per vedere cosa invece succedeva quando si surfava al Capo con una vela sulla tavola…

Nel windsurf come nel surf si era formato un gruppo storico cagliaritano/oristanese Ciabatti, Barrella, Sanjust, Fabbri, Diana, Chiesura, Blumenthal, Fadda, Tore ed altri … che surfavano le prime onde quando le grosse mareggiate di maestrale arrivavano fino alla spiaggia di Mandriola. Un bel giorno bordeggiando lungo il promontorio qualcuno si rese conte delle grosse onde che con grande regolarità si susseguivano lungo il promontorio del Capo. Era nata la scintilla! I più temerari Barrella,Ciabatti ed io cominciammo a fare i primi drittoni ed a prendere i primi schiumoni scoprendo sulla nostra pelle e sui nostri alberi come surfare, dove uscire e come domare quelle stupende onde. Il primo grande pro che fece i primi grandi aerial al Capo ed al Minicapo fu senza dubbio Cesare Cantagalli.

Cesare comprese subito il grande potenziale di questi spots, ne rimase veramente affascinato e da allora è rimasto affezionato a queste onde tanto che spesso i test delle sue nuove vele vengano fatti proprio qui.
Come nel surf anche nel windsurf i pro come Anders Bringdal e Josh Angulo sono rimasti stupiti del fatto che nel Mediterraneo potessero trovare condizioni così radicali.
Anche l’australiano Scott McKercher ha avuto il piacere di piegare in più occasioni con e senza vela le onde del Capo.
L’ultimo grande pro che ha navigato al Capo e al Mini in condizioni mitiche ad aprile di quest’anno è stato il kiter Max Bo. …
Ci mancava solo il kite al Capo!!
Dai Fassoni, le imbarcazioni in giunco di palude, costruite dagli antichi fenici, al kevlar delle tavole al ripstop delle vele, non si fermerà mai…

Alcune curiosità sul Capo:
· Il Capo non è sempre stato gioia e felicità ma anche sangue, dolore e soldi andati via… E’ grazie al surfista Doc Bobo ed alla sua borsa di pronto soccorso sempre in macchina, che molti ragazzi sono stati ricuciti nella spiaggetta del Capo o sul promontorio del Mini. Questo per aver sottovalutato le loro capacità o la grande potenza delle onde unita alla pericolosità delle rocce e della corrente.
· Ben due Rolex Submariner, un Philipwatch aquatica, un grosso bracciale d’oro giagiono sui fondali del Capo strappati agli sfigati durante le innumerevoli lavatrici.
· Capo Mannu: grande Capo, …the main spot.
· Gozzilla o Medicapo: reserved and restricted surf area; deve il suo nome al panettone roccioso che si erge fino al pelo dell’acqua…
· Minicapo: il figlio del Capo, spesso non proprio mini…
· Chutz Point: dal nome del local scopritore
· Alcuni nomi locali: Nas’e pompa, Salame, Pisisi, Gioccattoleddu, Crosta, Cerniotto, Millimetrico, Legenda, Miziga, Uaca, Tecà, Taba, Fofo, Giando, Orsetto, Nik & Mig,… Sul Capo, sulla gente del Capo, sulle sue storie si potrebbe scrivere un grande libro. Forse un giorno si farà. Per ora mi scuso con chi non è stato nominato perché sicuramente ci sarà stato qualcuno in qualche tempo che, solitario, ha surfato con immensa gioia questi incredibili doni del mare chiamati onde.

Angurie d’acqua

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 13th, 2007

Giorgio Stagno “studiato” da Valentina Campus:

[…] Tanti anni fa, i windsurfisti li prendevano in giro. Li chiamavano cocomeri, zucche vuote. Per loro il surf era una perdita di tempo, una sport che si poteva praticare solo una volta ogni tanto, “non immaginavano che in Sardegna si potesse fare tutto l’anno” […]

ma

Dopo i primi anni propedeutici al Poetto, la spiaggia di Cagliari, Giorgio e gli altri surfisti cominciano a organizzare le prime trasferte a Chia e Oristano:“Erano partenze di massa, con macchine stracariche di gente e tavole ammassate sull’imperiale. Ci univa lo spirito di evasione, il desiderio di scoprire nuove spiagge, la noia dei soliti locali, la voglia di stare con persone con cui si condivideva una passione”.

Giorgio Stagno

Quelle trasferte diventano un mito. La gente fantastica sull’abuso di alcool e droghe. “In realtà - assicura Giorgio - erano normali cene tra amici”, anche se non era raro che il mattino dopo qualcuno finisse in acqua ancora ubriaco. Qualche volta è successo anche alle gare.

Dove sei Doc?

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 12th, 2007

Bobo Lutzu, detto Doc Bobo, è considerato da tutti uno fra i primi serfisti sardi e anche il primo costruttore di tavole da serf in Sardegna. Alcuni gli attribuiscono la prima onda a Capo Mannu.

L’unica immagine che ho trovato di lui è questa:

Doc Bobo Lutzu

 

Che dire? Sicuramente è dell’oristanese. Nulla più di questo se non che da questa immagine assomiglia un po’ a Dave Kalama… ma forse è solo un’impressione.


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