Archive for the 'serf estremo' Category

Banzai watching (18 gennaio 2008, h. 14.00-15.30)

Posted in spot italiani, il campo da giuoco, serf estremo on Gennaio 21st, 2008

Le previsioni dicevano: 1.70-1.40m in scaduta specie sul Tirreno meridionale. Cosa pensereste voi? Che sul Tirreno centro settentrionale (S. Marinella - Cerenova - Civitavecchia - Tarquinia etc.) almeno un metro di onda ci dovesse essere.

E invece no. C’erano 0cm a Cerenova e 5-7cm a Banzai. Ho dichiarato la giornata non serfabile nonostante io sia un noto serfista estremo.

Quindi? Quindi siamo qua, io e Marzio, in un radioso pomeriggio di gennaio, di fronte al mare, in piena depressione. Prima strategia per uscirne: mangiare un panino al prosciutto al Ristorante. Secondo passo: mangiare un secondo panino al prosciutto. Terzo passo: andare in baia e guardare il mare parlando di cronaca, politica e società (il papa, il papa e il papa).

Marzio mi stupisce spesso con le sue nozioni di meteorologia. Dice: “queste nuvole qua sopra sono il residuo della libecciata. Sono scure, bassa pressione. Quelli in alto, schiacciati in alto, sono cirri. Quelle nuvole bianchissime all’orizzonte sono il risultato dell’alta pressione che avanza”. Ne sappiamo, noi, di cose… infatti abbiamo fatto uno dei nostri flop da astinenza serfistica.

I 5-7 cm di microbanzai sinistro si srotolano davvero bene. Producono un microinside ordinatissimo, disegnano l’area del reef sottomarino che rende così belle le onde di qui. La minidestra si apre più raramente. Ma, come da tradizione, è più ripida e radicale. Come sono frattaliche le onde…

Leggiamo le correnti. Ragioniamo sul fatto che la prossima volta entreremo proprio là dove la sinistra di Banzai finisce ed inizia la destra della Toscana, cioé nel canale fra le due onde.

Il sole fa capolino. Squarci di luce accesi. E’ bello anche così, dopotutto.

Il roseo softboard

Posted in equipaggiarsi, serf estremo, sono un serfista on Novembre 6th, 2007

Il 12 agosto 2004 prendo 10-15 schiume sulla spiaggia delle Saline di Tarquinia con una tavoletta di polistirolo. Il giorno dopo, non avendo intenzione di interrompere una carriera di serfista dall’inizio così brillante, decido di comprarmi una tavola da serf.

Il primo problema è il budget. Cioè non ho abbastanza euro per comprare quella mini australiana che sta appesa sul soffitto del piano di sotto di Hotline, il negozio che ho eletto come mio negozio di serf nonostante non sia per niente fornito.

Il secondo problema è che non so assolutamente nulla di serf, figurarsi se so qualcosa sulle tavole.

A dire il vero non so neanche che quella tavola che mi piace così tanto è una minimalibù: ai miei occhi è la tavola da serf per antonomasia e la vorrei.

Il tipo del negozio ne parla davvero bene. Dice che è della misura giusta per imparare, 7 piedi e 6, ma io non ho la minima idea di quanto misuri un piede. E nemmeno so che ci vogliono 12 pollici per fare un piede.

Quando il tipo dice “offertissima 500 euro” io di riflesso rispondo: “e quell’altra?”, indicando quella che ora è la tavola di Marzio, cioè una NSP 7.2.

Costa 340 euro e mi sembra una buona tavola ma non sono convinto, non so perché. Il tipo però ha solo 2 tavole in negozio e quindi vedendomi poco propenso a tirar fuori il portafogli spara l’ultimo colpo: “be’, potresti comprarti un softboard. Noi ci facciamo spedire questi della Surface che non sono per niente male e costano poco”.

“Mm” penso. Softboard è un po’ come softball… ma poi lui, aiutandosi con le foto che appaiono su alcuni siti, inizia a spiegarmi le caratteristiche dei softboard e - senza rendersene conto - mi dà la prima lezione teorica di serf su:

  1. lunghezza e panciosità delle tavole;
  2. numero e ruolo delle pinne;
  3. esistenza del lisc;
  4. etc.

Inoltre capisco che comprando un softboard:

  1. non dovrò mettere paraffina sulla tavola;
  2. non farò male a nessuno e nemmeno a me stesso perché la tavola è morbida (anche se solida);
  3. risparmierò del danaro con cui acquisterò accessori vari fra cui il lisc.

Il tipo termina con “per te ci vuole una 7 piedi” e io gli dico: “ok, la voglio arancione”.

***

 

Esco dal negozio serfando. Non esco dal loop fino al martedì successivo, giorno in cui dovrebbe arrivare la tavola.

La tavola arriva ma il trasporto l’ha danneggiata e il tipo del negozio la rimanda indietro. Non sto più nella pelle, chiamiamo il distributore (che sta a Lucca) il quale dice che hanno finito le tavole arancioni e che da 7 piedi è rimasta solo rossa.

Ok, vada per la rossa, dico. Passano altri 3 giorni e arriva finalmente il mio attrezzo. Ma non è rosso. A meno che un rosa scuro vagamente fuksia sia catalogabile sotto la categoria “rosso”.

Surface rosa 7?

Sì, può far ridere. Ha fatto ridere anche a me. Ma con questo attrezzo rosa ho imparato (rigorosamente in solitudine e non tanto bene) a scivolare sulle onde.

Gli adriatici del nord

Posted in spot italiani, serf italiano, serf estremo on Ottobre 29th, 2007

La prima volta che sono andato alla diga che divide Marina di Ravenna da Porto Corsini è stato nel settembre 2005 e c’era una bora tardo-estiva. Il vento spirava con forza da mare e nonostante fosse settembre faceva abbastanza freddo.

Gli spot di Marina di Ravenna e Porto Corsini sono generati dalla presenza di una diga che entra per 2 chilometri nel mare permettendo al porto fiume di lavorare e alle onde provenienti da nord o da sud di ordinarsi rispettivamente sul lato sud e su quello nord della diga stessa.

Diga di MArina di Ravenna e Porto Corsini

Sono entrato in spiaggia circa 500 metri a sud e ho guardato il mare. Era marrone scuro, pieno di schiume e così irregolare che non mi è sembrato di individuare un solo vero picco. Sul bagnasciuga giacevano grossi pezzi di albero, mescolati con plastiche varie.

Quel mare non mi sembrava per niente serfabile ma le indicazioni dicevano di buttarsi dalla diga e quindi con fiducia sono andato in quella direzione. A un certo punto mi è sembrato di vedere un tavola in acqua. Poi ho individuato altre persone in tuta da serf.

Alla diga le onde erano diverse. Nel punto in cui si concentravano i serfisti c’era un picco abbastanza regolare che si srotolava verso sinistra per un bel po’, anche se non era più scosceso del declivio di una morbida collina romagnola. Verso riva, più a sinistra, usciva ogni tanto un altro picco, più ripido, dove c’erano due o tre persone con gli short e uno con un egg. Il tutto però era mescolato con dozzine di piccole onde incrociate che rendevano quasi illegibile la situazione a uno che fino a quel momento aveva collezionato solo drittoni.

Buttarsi non è stato facile ma una volta dentro ho capito quanto in realtà quel posto non fosse minaccioso. Anzi, la non ripidità delle onde sembrava andare d’accordo con il mio roseo softboard. Il rientro sulla line-up non era così improbo, anche per un rammollito come me. Alla peggio si tornava a riva - evitando gli alberi - e si risaliva a piedi per la diga. Ricordo un signore che volle toccare la mia tavola. In effetti è piacevole al tatto.

Sono tornato più volte alla Diga. In alcuni casi c’erano molte persone in acqua (ma mai troppe), tutti sorridenti. Nei week end c’erano anche diversi spettatori, famiglie in bicicletta o meno. Ho visto quasi sempre solo sorrisi tranne una volta, quando ho chiesto a un pingue serfista che stava riponendo le tavole nel suo furgoncino da lavoro se pensava che il vento sarebbe cessato. Lui mi ha risposto più o meno: “Scemo, quando finisce il vento non ci sono più onde”.

Da quel momento ho capito la poetica del serfista nordadriatico. Lui ci deve credere davvero. Entra in acqua quando un gelido tifone russo spazza la costa mentre gli altri esseri umani, compresi molti prò, vanno a rifugiarsi presso i camini nei loro ripari. Lui affronta 40 centimetri di schiume a 2 gradi sotto lo zero. E riesce a tirarci fuori qualcosa nonostante indossi una cosa più simile all’attrezzatura di un palombaro che non a una tuta da serf.

Adriatico del nord, 2005

L’onda “serfabile” di febbraio dei nordadriatici è qualcosa di veramente difficile da affrontare per chiunque. Credo sia per questo che quando li vedi altrove non sfigurano mai, sono solitamente armonici nei movimenti. Credo però che abbiano qualche problema a rapportarsi con gli altri, non usi all’abbondanza di onde e hanno l’abitudine di prenderne più che possono, col risultato che gli altri si innervosiscono. Penso che liguri, tirrenici, sardi e ionici dovrebbero fare uno sforzo per capirli, in nome dell’amore per il serf.

PS. Non sono mai riuscito a serfare il Nordadriatico con una di quelle rare sciroccate di cui tanto bene si parla. Ma una volta nel 2006, a Porto Corsini - e cioé dall’altra parte della diga -, ho beccato una scaduta di scirocco ormai al termine. Con la NSP di Marzio ho tagliato la mia prima parete. Era il giorno di S. Petronio, un uomo che ringrazio in quanto patrono di Bologna e quindi elargitore di ferie a chi lavora lì.

Era una destra di 30 cm. È stata una delle emozioni più grandi che il serf mi abbia mai regalato. A testimoniare il grandioso evento c’erano:

  1. un windserfista;
  2. un guidatore di carrozzine per la corsa dei cavalli;
  3. un cavallo.

I pescatori

Posted in il campo da giuoco, serf estremo on Settembre 29th, 2007

In giornate di serf estremo, e cioè quando il mare non fa più di 20cm, individui particolarmente inquietanti si aggirano per le spiagge e sugli scogli. Sono vestiti da militari - manca solo il fucile ma il coltello ce l’hanno - e hanno un atteggiamento trionfale, sembra che siano molto fieri. Portano con sé tende da campo, derrate alimentari, secchioni pieni di sostanze organiche putride e una ingente quantità di lunghi bastoni retraibili su cui passa un lungo filo governato da uno strano e ululante avvolgitore meccanico. Alla fine del filo mettono malevoli uncini a cui infilzano le sostante organiche del secchio: lanciando tutto ciò in mare intendono catturare pesci.

Questi paramilitari si piazzano da qualche parte e lanciano cinque o sei uncini nel nostro agonizzante mare. Forse si rendono conto di quanto sia deprimente il loro atteggiamento, ma continuano con pervicacia a voler catturare pesci. Quando ciò avviene, un macabro sorriso gli si stampa in faccia ma il più delle volte, fortunatamente, non succede niente per ore e ore, a parte il fatto che si innervosiscono e iniziano a farmi grossi cenni con le mani con cui intendono dirmi “vai via”. Se vado a riva per parlarci loro dicono: “fai rumore” o “ti impigli”.

Ma io non vado via, ho più diritto io di stare lì, perché è vero che io sto facendo una cosa improbabile, ma è anche vero che io almeno non ammazzo i pesci.

Sono loro a dover scomparire. Non bastano le navi-industria che desertificano i mari. Ci vogliono anche i paramilitari con le tende e i secchi putridi. Che vadano in uno di quei laghetti dove i loro simili lanciano pesci per poi cercare di riprenderseli. E soprattutto che lascino stare i poveri serfisti estremi come me.

Il coraggio, l’orgoglio e altre idiozie

Posted in serf estremo, sono un serfista on Luglio 21st, 2007

E’ un mattino di febbraio. Tutto è perfettamente gelido, anche il vento, che ti schiaffeggia la faccia. Sei solo sulla spiaggia, vicino a te la tua cara vecchia tavola del serf. La tuta del serf è ancora in macchina.

Scruti con occhio vigile l’orizzonte, valuti attentamente la direzione e la forza della mareggiata.

Ti rendi conto di un piccolo problema: ci sono al massimo 13cm d’onda, non c’è nessuna mareggiata. Tredici infami centimetri del cazzo, mentre tutti ieri dicevano “bombe, montagne pure ripide, picchi spaventosi, schiume assassine” e tu sentivi già l’adrenalina salire, sapevi che avresti affrontato pericoli e difficoltà ma eri comunque già contento, perché l’unico obiettivo che avevi era andare in mare, la mattina dopo, e fare del buon serf.

Sono le sette e mezza. Hai lasciato il letto un’ora e un quarto fa. Dentro a quel letto si crogiola discintamente la tua amata compagna. Una voce intima e riposata, che sa di colazione fra le coperte e vicinanza di amori e affetti ti dice: “torna immediatamente a casa, rimettiti a letto e riinizia la giornata: tutto questo non è successo”. Un’altra voce, molto più brutale e perversa, urla: “Dai, buttati, ché almeno un po’ di braccia te le fai” e anche: “dai, che provi un po’ di tartarughe”.

In situazioni come queste il serf è uno sport estremo. Estremo perché se ti butti sei un vero idiota, o perlomeno sei sulla buona strada per diventarlo.

Inutile dire che io sono un vero idiota. Io pratico questo genere di serf estremo almeno 10 volte l’anno.


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