Archive for the 'serf estremo' Category

Banzai suicide. Nulla sarà come prima

Posted in spot italiani, serf estremo, sono un serfista on Settembre 3rd, 2009

Lo scorso 29 agosto 2009 sono stato a Banzai con A. e N. Non c’erano onde, o perlomeno io non ne vedevo di sufficientemente grandi. Non ho resistito, però, e sono entrato in acqua quando ho visto 6 presunti serfisti affollarsi sull’unico punto in cui il microscopico moto ondoso produceva schiuma.

Erano campani in gita a Santa Marinella. Avevano tutti delle tavole molto lunghe e sembravano molto eccitati. Discutevano di luoghi esotici come il Marocco e la Costarica. Ad ogni piccola variazione di altezza della superficie dell’acqua urlavano cose come: “questa è tutta tua” oppure “eccola” o semplicemente un “ooo” di spavento/ammirazione. Addirittura ho sentito questa battuta: “preferisci le onde o Tommaso in questo periodo?” (la risposta è stata “le onde”).

Fra di loro c’era anche una gerarchia serfistica. Una ragazza (1), la fidanzata di Tommaso, sembrava la più attiva ed entusiasta e si comportava da leader. Ne faceva le spese un’altra ragazza (2) che stava per lo più seduta su un gigantesco longboard, ben lontana dal micropicco e dunque con scarsissime possibilità di prendere una qualche microonda. La ragazza-leader, quando non inseguiva montagne d’acqua che vedeva solo lei, la tormentava dicendo “la senti la tavola? E’ troppo lunga? Dai rema, devi stare dritta, guarda le onde, girati in fretta” etc. A questo mantra si aggiungevano i saggissimi consigli di un altro ragazzo (3), ben piazzato e con l’aria di chi la sapeva lunghissima. A un certo punto le ha detto anche: “quando si è in mare non ci si aggiustano i capelli”.

Più a destra, in un’area se possibile anche più sfortunata, giaceva su un bodyboard la ragazza n. 3. La ragazza-leader si premurava di lanciare urla anche a lei. In questo caso sembrava davvero prenderla in giro perché le intimava di partire su declivi ondosi così poco scoscesi che nessuno, neanche il campione mondiale di bodyboard, sarebbe riuscito a prendere. La ragazza 3 dimostrava molta voglia di fare, al contrario della ragazza 2 che invece sembrava percepire le parole degli altri come un qualcosa più vicino alla lallazione di un bambino che non a un messaggio linguistico articolato e compiuto. A un certo punto ho dovuto dir loro di farla partire un po’ più al centro, se non altro per darle una possibilità in più di non distruggersi gli arti inferiori sulle rocce del fondale di Banzai (neanche a dirlo, il mio consiglio è scivolato via come una glossolalia rituale).

Quanto a me stavo male. Invocavo diverse divinità del mare, greche latine e bahiane, affinché mi inviassero almeno 30 cm di onda, ma niente. Non arrivava. Quelle microondine che prendevo, e su cui si accalcavano tutti, non mi permettevano una corsa più lunga di 3, forse 4 metri. Non mi davano alcuna soddisfazione, non mi procuravano nessuna gioia, nessuno stimolo.

Una brutta sensazione che probabilmente era stampata sul mio viso. Rivedevo la mia faccia di qualche anno prima nelle facce dei gitanti campani e nei loro sguardi verso di me rivedevo quelli che tante volte ho lanciato io a serfisti che ritenevo esperti e stupidamente depressi in giornate che io ritenevo buone per praticare il serf. Un gioco di specchi che non faceva che aumentare il mio senso di oppressione e tristezza. Ma la cosa che più mi turbava era il fatto che quelle persone si stavano comportando come se ci fossero onde serfabili, e anche grosse, pericolose. Discutevano di precedenze, di spalle, di come eseguire le manovre… mi sembravano completamente fuori di senno o in preda a allucinazioni collettive.

Non avrei dovuto buttarmi in acqua e non avrei dovuto ridurmi in quelle condizioni di frustrazione perché alla fine non ho resistito. Dopo aver sentito la frase “amo questo spot” associato all’ennesima espressione di meraviglia/spavento ho detto ad alta voce: “Regà, il mare è piatto”. E mi sono sentito un idiota per aver provocato un silenzio grave e una sensazione di imbarazzo di cui i sei campani non avevano assolutamente bisogno. Per di più dopo un minuto me ne sono andato via, e dovevo avere l’aria disgustata.

Chiedo scusa ai presenti, non era mia intenzione esprimere un tale disprezzo per una situazione che, invece, era assolutamente positiva e piacevole. Gitanti campani, non meritavate quella frase. Sono io lo stupido, sono io ad essere cambiato.

p.s. Un saluto a Willy, che ho incontrato sulla strada per Pura Vida. Non so, forse eri stanco, ma anche tu avevi la faccia depressa quel giorno. E i miei complimenti per la tua famiglia :-)

p.p.s. Comunque mi sono rifatto il giorno dopo: un’ottima session mattutina a Cerenova e una (meno bella) a Banzai intorno a mezzogiorno.

Befana surfing (6/1/2009)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Gennaio 8th, 2009

Prima uscita dell’anno, prima uscita da orgoglioso padre di Nora, ma soprattutto prima uscita dopo un mese almeno di tarantelle.

Che dire? Banzai mandava piccole destre bruttine.

Off the Wall mandava la sua sinistra gigantesca in partenza quanto microscopica a seguire.

Abbiamo scelto Off.

1 oretta di serf estremo.

Frase di un serfista dreaddato:

“Sono in estasi serfistica. La fase successiva è l’ipodermia”.

Era entrato prima di me, è uscito molto dopo di me.

Ah… i longboarders!

p.s. A un certo punto M. si è messo a fare strane mosse con le braccia in direzione dell’orizzonte. Sembrava dialogare con esso o con il mare, animatamente. Il fatto ha creato un bel po’ di curiosità. Si è pensato all’assideramento delirante.

Irony chance (Banzai, 7/12/2008)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Dicembre 9th, 2008

Ti svegli verso le 8 - è domenica - e ti fa tutto male: schiena, testa, gambe.

Fai colazione, una robusta colazione, e senti che gambe e schiena migliorano. La testa invece no.

Questo è un problema, ma non hai il tempo di praticare quei tuoi efficacissimi riti wodoo anti-emicrania che prevedono lunghe sessions in tazza e l’acquisizione di bevande calde di tipo tisanoide.

Non hai il tempo perché è scaduta da ponente, e le scadute da ponente durano poco.

Sì, ieri era grosso, ma il vento si è fermato nel pomeriggio. Se arrivi a mezzogiorno potrebbe essere tutto finito.

Va bene lo stesso, dici, va bene. Prendi baracca e burattini, ti rechi presso Banzai insieme ad A. e Banana.

M. sta arrivando, insieme alla di lui metà, ma tu non lo aspetti: la scaduta sta davvero finendo. Entri in acqua anche se ti rendi conto che il mal di testa non è passato affatto.
Anzi aumenta.

Il tipo con il longboard dell’altra volta ti saluta e tu quasi non riesci a rispondergli.

Arriva la prima onda e tu goffamente la prendi dritta, finendo fra le schiume. L’immersione del cranio provoca una fitta lancinante al collo ma tu la ignori.

Arriva la seconda e questa, fortunatamente la prendi bene, avventurandoti in un su e giù lungo una parete destra corta ma piacevole.

Arriva la terza mentre stai dicendo a quello col long del tuo mal di testa. Non fa in tempo a dirti una cosa tipo “sei pazzo” o “sei scemo” che l’onda se lo porta via. Lo sento canticchiare allegramente mentre cammina fino al naso della tavola.

La quarta e la quinta onda sono tentativi a vuoto. Il tipo, tornato su, argomenta un: “abbiamo il pubblico”. E infatti a riva c’è un gruppo di persone che sembra davvero in attesa di vederti fare qualcosa di bello.

Intanto la schiena torna a farti male. Le gambe pure. La testa invece scoppia.

Arriva una destra e riesci a salirci sopra. Con una certa qual naturalezza, bisogna dirlo, ma niente più di questo. Tornare in linea, nonostante le condizioni meteomarine assolutamente propizie sta diventando una tortura.

Altre onde, altre corse di altri serfisti. Arriva M. e si butta. Non riesci neanche ad alzare la mano per salutarlo.

Ma ecco una bella destra, un po’ fuori misura, che - in preda ormai a una specie di delirio masochista - prendi quando ormai ha già iniziato a frangere. Risultato: arrivi dritto a riva fra le schiume.

Basta. Non ce la fai più. Così ti fai solo del male. Esci.

Ti avventuri fra i sassi di Banzai, piano piano, mentre tutto intorno a te è brutto e cattivo.

A riva alzi la testa per vedere dove hai la macchina e c’è uno, di fronte a te, con una macchina fotografica professionale.

Ti inquadra, scatta una foto.

Una foto… Questa è crudeltà, cazzo. Oppure un complotto.

p.s. Per la qualità delle foto che mi vengono fatte vedi anche qui.

Il mio amico Branko

Posted in serf estremo, le regole del serf on Novembre 26th, 2008

In una tipica giornata di onde, presso uno spot mediamente conosciuto, vediamo dei serfisti in acqua. Il loro numero può variare molto o poco ma quasi sempre individuiamo un “gruppo” che si muove in maniera discretamente compatta.

Il movimento è fluido e quindi siamo portati a pensare che vi sia una “saggezza” nel fatto che lì vi sia un assembramento e che quell’assembramento si muova in quel modo invece che in un altro.

E invece no, o perlomeno quasi sempre no. O meglio: v’è una ratio al riguardo - spesso dovuta all’iniziativa di singoli serfisti - ma questa non è misurabile in gradi di saggezza se non in seconda battuta, a cose fatte. Il movimento dei serfisti in acqua, infatti, è un sistema “caotico” ma non “casuale”: non possiamo prevederne i contorni in una situazione data (è dipendente dall’andamento del moto ondoso e quindi da qualcosa di prevedibile solo a livello statistico o in base a un modello stocastico*), ma è il risultato di un’attività cosciente e - si spera - razionale.

Insomma, i serfisti in acqua si muovono in greggi o, se più vi piace, in stormi. E le dinamiche di gregge o stormo possono anche essere affascinanti ma portano con sé - insieme ai fattori positivi - delle ottusità mostruose.

Per esempio: posto il fatto che l’intenzione di un serfista in acqua dovrebbe esse: “trova il punto migliore per prendere l’onda buona”, lo stimolo primordiale è: “proteggi te stesso” che, a livello di gregge, diventa: “fidati degli altri serfisti, fa come loro”.

Il ché, come è facile intuire, è un grosso limite perché:

1. non è detto che si facciano i movimenti migliori; in un branco sono in pochi a decidere davvero dove e come posizionarsi mentre tutti gli altri non fanno altro che seguire la massa (che poi può diventare “critica”);
2. non è detto che questi “leaders” o decisori siano anche i migliori “locatori” di quel determinato spot.

Ne risulta che in luoghi dove determinare il punto di frangenza delle onde migliore non è così facile o scontato (ad esempio su una spiaggia, dove le mareggiate sconvolgono spesso la geografia dei banchi di sabbia sottomarini che generano i punti di frangenza) i serfisti si mettano tutti (o quasi) nel punto sbagliato in virtù di “tradizioni” passate (ad esempio di fronte ad Ocean Surf) o in base alle scelte di uno di loro che, magari, si butta in quel tratto di mare da poco tempo e/o non ha fatto (o non è in grado di fare) un buon check-up della situazione.

Chi di serf ne sa qualcosa penserà che negli spot su roccia i “punti” attorno ai quali i serfisti si dispongono sono sempre gli stessi perché il picco è quello e basta. Ciò è vero in parte, nel senso che in questi casi la dinamica del branco prende pieghe diverse: succede ad esempio che molti si vanno a buttare nello spot considerato più “consistente” o sul point senza nemmeno guardare il mare e in base solo al numero di persone che in quel momento è in acqua, tralasciando tutto il resto.

E veniamo all’esempio che mi riguarda:

Sabato 23 c’era un’ottima scaduta, a detta di qualcuno non faceva onde così belle da almeno un anno. Più o meno 2 metri, lisce. Io non ho potuto esserci ma, a detta di M., Banzai era così pieno che si serfava sui corpi.
Domenica 24, invece, c’era la scaduta della scaduta: dai 70 ai 50 cm, davvero lisci, languidi e poco frequenti. Io stavolta c’ero (e meno male): ho serfato a Banzai per 45 minuti con 2 persone e per 1 ora con una papera (lei era agli inizi però, ha fatto almeno 2 wipeouts).

Ora il ragionamento è questo: se sabato fossi stato a Banzai, avrei preso al massimo 2 onde in 2 ore. Probabilmente avrei rischiato la mia e l’altrui vita decollando su qualche testa o intralciando qualche aitante prò.
Domenica, invece, ho fatto serf. Serf italiano, Mediterraneo, ma serf. E, vi assicuro, ho trovato Banzai affollato con onde molto peggiori.

Perché, come è potuto succedere? La risposta è che la legge del “fidati degli altri serfisti, fa come loro”, del ragionare con la testa e le braccia degli altri, può metterti al riparo da bagnetti e sessions di serf estremo, ma alla fine si rivela una vera idiozia.
Risultato: quelli che hanno preso belle onde di sabato sono rimasti a casa. E quelli che non ne hanno presa nemmeno una anche.

Amo il branco. E’ un meccanismo che salva dalla massa il serfista estremo del Mediterraneo.

* Wao, ce l’ho fatta, ho scritto “stocastico” su un post. Vedi M.? Anch’io so usare “stocastico”, brutto filosofo dei miei stivali.

Package Supreme (Sicilia mon amour!)

Posted in serf italiano, il campo da giuoco, serf estremo on Agosto 28th, 2008

Due settimane. Sono stato due settimane piene nei dintorni di Sciacca, in quello che pensavo essere uno dei paradisi del vento in Italia, e ho serfato un massimo di 10 cm d’onda.

Il vento c’era, sempre, molto armonioso. Accarezzava la nostre cene, le nostre passeggiate, una cosa molto bella.

Ma l’indomani lasciava solo 10 cm di onda.

Liscissimi, perfetti, incontestabilmente belli. Ma con una 5.10, anche se lenta e cicciona, la lunghezza della corsa non ha mai superato i 5 metri.

Un giorno mi sono fatto 7/8 chilometri a piedi per trovare il punto giusto.

Bellissimo, un mare fantastico, ma no surfing. O per dir meglio: bagnetto.

Poi torno a Palermo in una notte ventosissima. Da nord-ovest, sempre più forte.

Troppo forte.

L’indomani a Capaci c’erano 3m+ di mare attivo, arrabbiato, una risacca oceanica che faceva tubi grassi da morirci dentro.

Colori da sogno, praticamente i Caraibi.

Ho atteso, atteso, atteso ma non ha smesso fino a quando chi era con me non ha minacciato di bucarmi la tavola.

E allora sono dovuto andare via.

Come se non bastasse, sulla strada del ritorno, sul versante est di Isola delle Femmine, ho incontrato l’onda più grande che io abbia mai visto in Italia.

Una sinistra che doveva essere sui 3 metri e mezzo e iniziava a frangere a 20 metri dalla riva.

La “riva” era una conca di scogli puntuti e ruvidi.

Non me la sono sentita di entrare.

Che beffa.

La Sicilia continua a negarsi a me, sebbene io l’ami infinitamente.

Family surfing

Posted in spot italiani, serf italiano, news & media watching, serf estremo on Luglio 24th, 2008

Non so se quella dei serfisti italiani può essere chiamata una “comunità”. Parlerei piuttosto di piccole “comunità locali”, anche se certamente il network negli ultimi tempi ha dato i suoi frutti in termini di “coscienza collettiva”. Di certo so che in alcune aree del Lazio il serfismo all’italiana, oltre a produrre un discreto businness destinato fra l’altro a montare (con mostruose conseguenze a livello di traffico in mare), ha generato nel giro di trent’anni una vera e propria tradizione locale. E ciò è avvenuto perché sono pochi, pochissimi i/le serfisti/e che non passano la propria passione alle/i figlie/i.

Il risultato è che a partire dalle prime domeniche di giugno le line-up e gli inside di diverse spiagge diventano luoghi di incontro per diverse generazioni di serfisti. Senti un chiacchiericcio allegro di bambini che chiedono informazioni ai padri e voci cupe di “vecchietti” che dicono cose sagge ai piccoletti. Vedi nascere amori fra giovanissime longboarders in scafandro invernale e inquartatissimi adolescenti in shorts e magliettina ultimo grido, mentre qualche disavveduto ragazzetto viene redarguito dai bagnini perché è stato così idiota da mettersi con lo shortboard appuntito in mezzo ai bambini piccoli e ha rischiato più volte di impalarne uno.

Non mancano le caratteristiche “italianate”: a riva attendono madri apprensive (”Dai Giacomo, esci che hai le dita lesse!”, “Ma mamma, proprio adesso che arrivano sono le onde!”), la pizza alle 5, poi il sole tramonta e tutti a casa, che nonna ha preparato la pasta al forno etc. etc.

Questa dimensione del serf in Italia, forse la più significativa, non fa surf culture, almeno sui giornali e in televisione, e quindi la gran massa ne sa ben poco.

E’ meglio così?

Basta la parola!

Posted in news & media watching, serf estremo, sono un serfista on Luglio 21st, 2008

Ho capito. Ho finalmente capito il giochetto “serf vs media”. L’ho capito guardando una gallery fotografica di repubblica.it  intitolata “Topless e surf per la top model Paulina”.

C’è una signora in topless, tal Paulina Porizkova classe 1965. Sebbene io non sappia chi ella sia la didascalia dice: “Un fisico invidiabile che l’ha resa famosa nel mondo e volto di alcune grandissimi griffe tra moda e prodotti di bellezza” (l’errore di ortografia non è mio).

Ok, c’è una del ‘65 in topless che si tratta molto bene ed ha una figura assolutamente dignitosa. Ma io ho cliccato sul link per vedere una che fa serf in topless ed ora mi immagino questa Porizkova che, oltre ad avere un seno e dei glutei non molto sfioriti, scende giù da un onda, magari con un 6′1”.

Dico: “La serfata sarà più avanti”  e scorro velocemente un numero infinito di immagini che ritraggono la topless woman mentre cammina, mentre corre, mentre fa il bagno, mentre interagisce con quelli che devono essere i suoi figli.

A un certo punto mi rendo conto che la gallery è finita e che sono tornato al punto di partenza.

Non ho visto la tipa fare serf.

“Come - dico - il titolo era proprio ‘Topless e surf’!” quindi rifaccio il giro e allora capisco.

Poi, atterrito e avvilito, realizzo. Mi aspettavo una cosa tipo questa:

Surfista nuda

E invece scopro che Paulina Porizkova, a un certo punto, inforca una tavoletta di polistirolo da edicola, una di quelle cose per bambini su cui si va stesi, e fa questo:

 Paulina con la tavoletta

Il suo sorriso, la sua faccia, la sua espressione è tipica di una persone che non ha la minima idea di che cosa sia il serf. Avevo probabilmente una faccia simile quando nell’ormai lontano 2004 sono sceso per la prima volta da un’onda con un attrezzo simile.

Chissà, magari questa prima session prelude ad un vero e proprio amore per il serf, come fu per me. Sta di fatto che queste foto con il serf non c’entrano veramente un cazzo.

Ed eccoci arrivati all’epilogo. Morale della favola?

Non è più nemmeno importante che davvero qualcuno almeno ci provi a fare del serf. Non c’è neanche bisogno che appaia una vera tavola. Basta la parola, per fare notizia, mannaggia. Oltre al fatto di dover assistere al deprimente show estivo italiota di milioni di ragazzetti che indossano roba da serf ma non fanno serf (e quel che è peggio non c’è onda), ora siamo costretti a vedere addirittura usi impropri della parola “surf“.

Gente, il gioco è fatto, l’invasione degli ultracorpi è completa. Quindi convertitevi al serf (quello che si fa d’inverno, sulle onde italiane), siete ancora in tempo. In regalo avrete un santo protettore.

M2

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Giugno 25th, 2008

M ha letto Fattore M e dice che sono un ingrato. Dice che se non c’era lui col cazzo che continuavo a serfare. In più mi invita a raccontare l’ultimo evento che ci ha coinvolto e io lo faccio.

E’ rimasto senza benzina sulla Roma-Civitavecchia e ciò non sarebbe poi così grave se non fosse che per tutto il viaggio di ritorno ha fatto il coatto sgassando a palla per superarmi a 200 allora e poi quasi inchiodarmi davanti.

Io avevo una serie di 5-10 appuntamenti importantissimi ai quali non sono andato per tirarlo fuori dall’impaccio.

Quando ho osato dirgli che poteva evitare di fare il coglione si è indignato e mi ha detto la cosa seguente:

“Ero un Rilke dei motori che poetava su onde d’asfalto”

Che gli avreste fatto voi? Io dapprima ho pensato di cospargerlo di benzina e dargli fuoco. Poi ho ragionato sul fatto che più volte, in motorino, mi è capitato di pensare alla mia carreggiata come alla spalla di un’onda, alle macchine in fila sulla mia carreggiata come alla cresta che rovina giù, alla carreggiata opposta come alla “fine della corsa”, il luogo nel quale puoi sconfinare solo per quei brevissimi periodi di tempo necessari a evitare la schiuma che avanza…

Ho pensato a tutto questo, dimenticando l’intento incendiario.

Fattore M

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Aprile 10th, 2008

Una delle figure fondamentali del serf è il socio. Il socio è il co-protagonista del tuo serf, quella persona con cui generalmente vai al mare, quello che ti spinge ad andarci quando avevi deciso che oggi proprio no, quello che ti fa ritrovare il senso del limite: quando c’è una mareggiata grossa e lui non vuole entrare tu alla fine non entri mai, anche se lui dice: “fa come ti pare”. Sì, perché il tuo socio è praticamente il tuo specchio, è “ciò che farebbe un altro al tuo posto”. Più che un amico, è una specie di assicurazione sulla vita.

A me è capitato un socio davvero singolare e non so se ciò è avvenuto perché anch’io a mio modo sono una persona molto singolare o perché ho avuto sfiga. Ma - modestamente - penso la prima, perché il socio non te lo scegli: è la tua vita incrociata con il tuo serfismo che sceglie il tuo socio. E per questo è insieme la tua croce e la tua delizia, la tua maledizione e la tua risorsa.

All’inizio M non c’era. Per più di un anno ho vagato da solo in giro per spiagge e promontori col mio roseo softboard, ho studiato la mia attrezzatura, la forma delle onde, il modo migliore per raggiungere il largo prendendomi spesso rischi inutili e impietosi sghignazzi di derisori in long e shortboard.

Appena uscito dalla culla ho incontrato M. M è assolutamente impazzito per il serf da quando io stesso l’ho lanciato su un’ondicella di Tarquinia nel lontano giugno del 2006, motivo per cui non posso dire: “lo subisco” ma devo dire: “me lo merito”.

In qualche mese M aveva tutto quello che un serfista deve avere, aveva tirato fuori dal suo passato tutte le conoscenze anche le più vaghe che potessero in qualche modo avere un nesso con il serf. E’ una persona generosa di ragionamenti e astuzie, che non dà quasi nulla per scontato, di indole fortemente analitica. Diverse volte mi ha prestato la sua tavola e come ho già scritto altrove con la sua tavola ho preso la mia prima parete.

Spesso abbiamo fatto serf estremo insieme, e ciò forse ti lega molto di più di qualsiasi altra cosa, specialmente quando in quei frangenti scopri che può essere piacevole poter discutere di “sublime kantiano” o “approccio stocastico alla meteorologia” mentre si sta a bagnomaria di fronte a un bel tramonto tirrenico e di onde vere non c’è traccia. Meno spesso abbiamo serfato in “bi-solitudine” su cavalloni perfetti, ma anche questo è successo, non posso né voglio negarlo.

Perché allora “me lo merito”? Perché M ha un lato oscuro, un lato B un bel po’ difficile da digerire. Sì, M me ne ha fatte veramente tante perché è sbadato, terribilmente sbadato, molto più sbadato di me che prima di conoscerlo ero rinomato per la mia sbadataggine. Poiché M non ha la minima cura di sé, non l’ha nemmeno per il suo socio.

Adesso sono sicuro che più di qualcuno potrebbe pensare che io sia malevolo e inclemente nei suoi confronti quindi passo immediatamente al racconto di alcune sue agghiaccianti performances, e badate bene, sono solo alcune:

1. promette una fantastica giornata di onde. Parcheggiamo la mia vecchia clio di fronte alla baia di Banzai, e notiamo che, al contrario di quanto promesso dal meteo, le onde sono molto piccole e scomposte; in acqua non c’è nessuno. Non siamo granché contenti ma bisogna entrare, sfidare la situazione estrema, perché altrimenti non varrebbe proprio la pena di fare questo sport. Quindi apriamo la macchina, tiriamo fuori le tavole e le borse ma c’è un piccolo problema: M ha dimenticato la tuta. “Oh minchia, M, sei allucinante!” gli dico, e lui fa: “Nonnò, non ti preoccupare, vado a prenderla e torno”. “Ma lascia stare M” dico “facciamo una cannetta e torniamo a casa”. “Nonnò, assolutamente no!” fa M “tu buttati, ci vediamo in acqua”. M parte e io perplesso mi butto. Prendo un buon numero di pseudoonde sotto gli sguardi increduli/ridanciani di quei 2 o 3 serfisti che sono a riva nella speranza che il mare ingrossi un po’. Passa almeno un’ora e un quarto e vedo M parcheggiare, mettersi la tuta e buttarsi in acqua con veemenza. Il problema è che la macchina con cui è venuto non è la mia vecchia clio. “Scusa M” gli dico mentre scrutiamo roboanti microfrangenti abbattersi a 2 o 4 metri dalla riva “ma che fine ha fatto la mia macchina?” “L’ho lasciata a Roma perché va troppo piano”. “Ah” dico “Vabbe’”. La session, costellata di successi mirabili su quelli che, con una metafora equina definirei “cuccioli di pony”, finisce in canti e inni in direzione di Dio Libeccio e Zio Ostro. Sono una specie di ghiacciolo acidoamaro. Stizzito e intristito salto in macchina e mi chiudo in un solenne mutismo fino all’arrivo a Roma. Mi aspetta una serata di cose da fare, persone da vedere, lavoro da erogare, insomma un fine giornata brutto. Ma non posso figurarmi che M ha preparato per me la staffilata conclusiva, quella capace di uccidere: arrivati alla mia macchina scopro: a) che è parcheggiata a cazzo di cane di fronte a un cancello su cui è apposto in grande evidenza il cartello “divieto di sosta”; b) che sul cruscotto, in bella vista, M ha lasciato un cartello con su scritto “guasta” (la qual cosa mi fa prendere un embolo istantaneo); c) che la macchina non ha un filo di benzina - ed è per questo che M astutamente ci ha messo sopra il cartello “guasta” - che è stata messa così a braccia dallo stesso M che ora, senza nemmeno provare a fare una faccia dispiaciuta, dice: “siamo stati fortunati che la benzina è finita proprio sotto casa”. Quando in preda a rabbia omicida urlo “Ma cazzo, M, perché non me lo hai detto?” lui - calmo e flemmatico - risponde “Non volevo rovinarti la serfata”.

2. marzo 2007, sono di ritorno da Salvador de Bahia da cui ho riportato a) un fantastico 7.1 a 3 pinne nose riding con rocker iperaccentuato e profumo di mango fresco; b) un ingestibile ma prestigioso shortboard 6.1 verde; c) una abbronzatura invidiabile; d) una preparazione atletica di tutto rispetto. M non sta nella pelle, vuole provare la 7.1, della quale ha dichiarato più volte di voler acquistare, cash alla mano, una metà. Mi lascio convincere ad andare al mare nonostante sia praticamente appena arrivato e ancora sotto un treno per il viaggio. Prima di partire ho lasciato tutta l’attrezzatura da lui, quindi decidiamo che io arrivo al mare con la vecchia clio e le tavole e lui con tutto il resto. Siamo di fronte a Torre Flavia. La giornata è abbastanza buona, una scaduta soleggiata di metà marzo da sfruttare anche su uno spiaggione come quello di Campo di Mare anche se a me che vengo dal Brasile sembra tutto abbastanza orribile: onde molli e corte, freddo fuori e presumibilmente dentro l’acqua, che fra l’altro mi sembra sporca come non mai. Per M, ovviamente, è tutto il contrario, quindi alla fine cedo e dico “Vabbe’, buttiamoci va…”. Apro il bagagliaio e prendo l’ingestibile shortboard, mentre lascio a lui il 7.1. Lui apre il suo bagagliaio e inizia a indossare la tuta. Non faccio in tempo a mettere la paraffina su ambedue gli attrezzi che M è già vestito. A questo punto faccio per avvicinarmi al bagagliaio della sua macchina per prendere la mia tuta e capisco subito che qualcosa non va perché il bagagliaio è perfettamente vuoto. Attendo qualche decina di secondi per vedere se M si cura di indicarmi dov’è la mia tuta ma lo vedo indaffarato nell’allacciamento del leash che lui - imprecando - definisce “troppo brasiliano” perché corto e sottile. Sta per dirigersi verso i cavalloni e allora gli dico: “Senti, M, dove hai messo la mia tuta?”. M senza neanche girarsi dice: “Nel bagagliaio”. “No, M, qui non c’è nessuna tuta da serf”. Sembra scocciato: “Ma come no, guarda bene”. “Non c’è, non è che magari sta davanti?”. “Nonnò sta dietro per forza”. “Allora non c’è”. M torna indietro, abbandona la tavola, fruga un po’ nella vettura e dice: “Cazzo, la vado a prendere” e io allarmato gli dico “No M, non andare!”. A quel punto fa per togliersi la sua tuta e dice: “tieni ti dò la mia” ma io lo mando a fare in culo in acqua dicendogli di fare qualche prova con la semi-sua tavola nuova. M a quel punto si lancia in acqua con veemenza e ci rimane per più di due ore senza mai tornare a riva, nonostante io mandi in sua direzione ogni genere di improperio. Al momento di spiaggiare incontra l’unico pezzo di roccia in tutto il litorale, procurando alla tavola un buco proprio in punta, in corrispondenza del longherone dove, lo sanno tutti, le riparazioni sono più difficili.
P.s. Dopo una serie di tira e molla M ci ha ripensato e il 7.1 è rimasto solo mio per molto tempo (perdita secca di 120€ preventivati ma mai ricevuti). Ora però temo che stia riconsiderando “l’offerta” (non sapendo che l’offerta non c’è più) dopo una session su Banzai sx in cui glie l’ho prestato (la sua nsp era in riparazione, io ho usato il gommone rosa): ha fatto corse di un centinaio di metri cantando, fischiettando e camminando avanti e indietro.

3. come ho già scritto lo scorso febbraio siamo andati a serfare in Abruzzo. Faceva un freddo becco in acqua e M a mia insaputa aveva in macchina un corpetto da 2,5 bello asciutto (oltre a quello che indossava), di cui non mi ha fatto menzione. Ciò che non ho scritto è che IO, circa un anno prima avevo comprato 2 corpetti da 2,5: uno per me e uno per M (insieme a 2 paia di guanti, il mio paio è scomparso). Un bel regalo vero? Indica un certo qual affetto nei confronti del proprio socio, o no? Ecco, il fatto è che io a un certo punto il mio corpetto non l’ho trovato più in giro, tanto che pensavo di averlo perso. E poi quando lo ritrovo? Dopo una session a -2 sottozero nel bagagliaio di M! Scusa ufficiale: “ce ne devono essere 3 perché io sono sicuro di averne sempre avuti 2“… non so, giudicate voi.

Per finire voglio però riabilitare M. Infatti, come ho detto prima, è solo (troppo) sbadato, non è cattivo. E ogni tanto tira fuori perle di saggezza che rimangono impresse nella memoria per anni, come la seguente:

“che cos’è un’onda? un onda è solo un’increspatura nell’anima”

Banzai swimming (2 marzo 2008, h. 14.00-15.30)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Marzo 4th, 2008

Una bellissima giornata che annuncia la primavera. Un libeccio in rinforzo che accarezza Banzai. Ma all’una nessuna macchina è parcheggiata di fronte allo spot, nessuna onda supera i 30 cm di altezza e i 7m di lunghezza.

Non ci credo. Non c’è onda. Dicevano 1.30-1.50m. E ieri - c’era 1,00-1,50m - erano tutti qui a saltellare sui flutti mentre io stavo male.

Marzio fa l’ottimista. Dice: “Guarda che la destra c’è”. Un po’ sorride, beffardo, perché ieri lui c’era.

Mi tocca ancora, mannaggia. Mi butto in acqua, nonostante sia al quarto anno di microonde e di serf estremo ne abbia fatto davvero troppo. In acqua a prendere il sole, a rubare qualche decimetro di parete, a distruggere le pinnette in acqua bassa.

Un’ora, due. Poi basta.

Io e M. l’abbiamo fatto ancora: si chiama “il bagnetto” e lascia depressi.

A meno che, una volta usciti, qualcuno prenda il tuo posto in acqua. Qualcun altro che decida di fare il bagnetto.

Ed è proprio questo ciò che è successo ieri, con mia grande soddisfazione. Si è trattato di 3 giovanotti di Civitavecchia.

Il serf estremo ha figli e nipoti.


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