Una delle figure fondamentali del serf è il socio. Il socio è il co-protagonista del tuo serf, quella persona con cui generalmente vai al mare, quello che ti spinge ad andarci quando avevi deciso che oggi proprio no, quello che ti fa ritrovare il senso del limite: quando c’è una mareggiata grossa e lui non vuole entrare tu alla fine non entri mai, anche se lui dice: “fa come ti pare”. Sì, perché il tuo socio è praticamente il tuo specchio, è “ciò che farebbe un altro al tuo posto”. Più che un amico, è una specie di assicurazione sulla vita.
A me è capitato un socio davvero singolare e non so se ciò è avvenuto perché anch’io a mio modo sono una persona molto singolare o perché ho avuto sfiga. Ma - modestamente - penso la prima, perché il socio non te lo scegli: è la tua vita incrociata con il tuo serfismo che sceglie il tuo socio. E per questo è insieme la tua croce e la tua delizia, la tua maledizione e la tua risorsa.
All’inizio M non c’era. Per più di un anno ho vagato da solo in giro per spiagge e promontori col mio roseo softboard, ho studiato la mia attrezzatura, la forma delle onde, il modo migliore per raggiungere il largo prendendomi spesso rischi inutili e impietosi sghignazzi di derisori in long e shortboard.
Appena uscito dalla culla ho incontrato M. M è assolutamente impazzito per il serf da quando io stesso l’ho lanciato su un’ondicella di Tarquinia nel lontano giugno del 2006, motivo per cui non posso dire: “lo subisco” ma devo dire: “me lo merito”.
In qualche mese M aveva tutto quello che un serfista deve avere, aveva tirato fuori dal suo passato tutte le conoscenze anche le più vaghe che potessero in qualche modo avere un nesso con il serf. E’ una persona generosa di ragionamenti e astuzie, che non dà quasi nulla per scontato, di indole fortemente analitica. Diverse volte mi ha prestato la sua tavola e come ho già scritto altrove con la sua tavola ho preso la mia prima parete.
Spesso abbiamo fatto serf estremo insieme, e ciò forse ti lega molto di più di qualsiasi altra cosa, specialmente quando in quei frangenti scopri che può essere piacevole poter discutere di “sublime kantiano” o “approccio stocastico alla meteorologia” mentre si sta a bagnomaria di fronte a un bel tramonto tirrenico e di onde vere non c’è traccia. Meno spesso abbiamo serfato in “bi-solitudine” su cavalloni perfetti, ma anche questo è successo, non posso né voglio negarlo.
Perché allora “me lo merito”? Perché M ha un lato oscuro, un lato B un bel po’ difficile da digerire. Sì, M me ne ha fatte veramente tante perché è sbadato, terribilmente sbadato, molto più sbadato di me che prima di conoscerlo ero rinomato per la mia sbadataggine. Poiché M non ha la minima cura di sé, non l’ha nemmeno per il suo socio.
Adesso sono sicuro che più di qualcuno potrebbe pensare che io sia malevolo e inclemente nei suoi confronti quindi passo immediatamente al racconto di alcune sue agghiaccianti performances, e badate bene, sono solo alcune:
1. promette una fantastica giornata di onde. Parcheggiamo la mia vecchia clio di fronte alla baia di Banzai, e notiamo che, al contrario di quanto promesso dal meteo, le onde sono molto piccole e scomposte; in acqua non c’è nessuno. Non siamo granché contenti ma bisogna entrare, sfidare la situazione estrema, perché altrimenti non varrebbe proprio la pena di fare questo sport. Quindi apriamo la macchina, tiriamo fuori le tavole e le borse ma c’è un piccolo problema: M ha dimenticato la tuta. “Oh minchia, M, sei allucinante!” gli dico, e lui fa: “Nonnò, non ti preoccupare, vado a prenderla e torno”. “Ma lascia stare M” dico “facciamo una cannetta e torniamo a casa”. “Nonnò, assolutamente no!” fa M “tu buttati, ci vediamo in acqua”. M parte e io perplesso mi butto. Prendo un buon numero di pseudoonde sotto gli sguardi increduli/ridanciani di quei 2 o 3 serfisti che sono a riva nella speranza che il mare ingrossi un po’. Passa almeno un’ora e un quarto e vedo M parcheggiare, mettersi la tuta e buttarsi in acqua con veemenza. Il problema è che la macchina con cui è venuto non è la mia vecchia clio. “Scusa M” gli dico mentre scrutiamo roboanti microfrangenti abbattersi a 2 o 4 metri dalla riva “ma che fine ha fatto la mia macchina?” “L’ho lasciata a Roma perché va troppo piano”. “Ah” dico “Vabbe’”. La session, costellata di successi mirabili su quelli che, con una metafora equina definirei “cuccioli di pony”, finisce in canti e inni in direzione di Dio Libeccio e Zio Ostro. Sono una specie di ghiacciolo acidoamaro. Stizzito e intristito salto in macchina e mi chiudo in un solenne mutismo fino all’arrivo a Roma. Mi aspetta una serata di cose da fare, persone da vedere, lavoro da erogare, insomma un fine giornata brutto. Ma non posso figurarmi che M ha preparato per me la staffilata conclusiva, quella capace di uccidere: arrivati alla mia macchina scopro: a) che è parcheggiata a cazzo di cane di fronte a un cancello su cui è apposto in grande evidenza il cartello “divieto di sosta”; b) che sul cruscotto, in bella vista, M ha lasciato un cartello con su scritto “guasta” (la qual cosa mi fa prendere un embolo istantaneo); c) che la macchina non ha un filo di benzina - ed è per questo che M astutamente ci ha messo sopra il cartello “guasta” - che è stata messa così a braccia dallo stesso M che ora, senza nemmeno provare a fare una faccia dispiaciuta, dice: “siamo stati fortunati che la benzina è finita proprio sotto casa”. Quando in preda a rabbia omicida urlo “Ma cazzo, M, perché non me lo hai detto?” lui - calmo e flemmatico - risponde “Non volevo rovinarti la serfata”.
2. marzo 2007, sono di ritorno da Salvador de Bahia da cui ho riportato a) un fantastico 7.1 a 3 pinne nose riding con rocker iperaccentuato e profumo di mango fresco; b) un ingestibile ma prestigioso shortboard 6.1 verde; c) una abbronzatura invidiabile; d) una preparazione atletica di tutto rispetto. M non sta nella pelle, vuole provare la 7.1, della quale ha dichiarato più volte di voler acquistare, cash alla mano, una metà. Mi lascio convincere ad andare al mare nonostante sia praticamente appena arrivato e ancora sotto un treno per il viaggio. Prima di partire ho lasciato tutta l’attrezzatura da lui, quindi decidiamo che io arrivo al mare con la vecchia clio e le tavole e lui con tutto il resto. Siamo di fronte a Torre Flavia. La giornata è abbastanza buona, una scaduta soleggiata di metà marzo da sfruttare anche su uno spiaggione come quello di Campo di Mare anche se a me che vengo dal Brasile sembra tutto abbastanza orribile: onde molli e corte, freddo fuori e presumibilmente dentro l’acqua, che fra l’altro mi sembra sporca come non mai. Per M, ovviamente, è tutto il contrario, quindi alla fine cedo e dico “Vabbe’, buttiamoci va…”. Apro il bagagliaio e prendo l’ingestibile shortboard, mentre lascio a lui il 7.1. Lui apre il suo bagagliaio e inizia a indossare la tuta. Non faccio in tempo a mettere la paraffina su ambedue gli attrezzi che M è già vestito. A questo punto faccio per avvicinarmi al bagagliaio della sua macchina per prendere la mia tuta e capisco subito che qualcosa non va perché il bagagliaio è perfettamente vuoto. Attendo qualche decina di secondi per vedere se M si cura di indicarmi dov’è la mia tuta ma lo vedo indaffarato nell’allacciamento del leash che lui - imprecando - definisce “troppo brasiliano” perché corto e sottile. Sta per dirigersi verso i cavalloni e allora gli dico: “Senti, M, dove hai messo la mia tuta?”. M senza neanche girarsi dice: “Nel bagagliaio”. “No, M, qui non c’è nessuna tuta da serf”. Sembra scocciato: “Ma come no, guarda bene”. “Non c’è, non è che magari sta davanti?”. “Nonnò sta dietro per forza”. “Allora non c’è”. M torna indietro, abbandona la tavola, fruga un po’ nella vettura e dice: “Cazzo, la vado a prendere” e io allarmato gli dico “No M, non andare!”. A quel punto fa per togliersi la sua tuta e dice: “tieni ti dò la mia” ma io lo mando a fare in culo in acqua dicendogli di fare qualche prova con la semi-sua tavola nuova. M a quel punto si lancia in acqua con veemenza e ci rimane per più di due ore senza mai tornare a riva, nonostante io mandi in sua direzione ogni genere di improperio. Al momento di spiaggiare incontra l’unico pezzo di roccia in tutto il litorale, procurando alla tavola un buco proprio in punta, in corrispondenza del longherone dove, lo sanno tutti, le riparazioni sono più difficili.
P.s. Dopo una serie di tira e molla M ci ha ripensato e il 7.1 è rimasto solo mio per molto tempo (perdita secca di 120€ preventivati ma mai ricevuti). Ora però temo che stia riconsiderando “l’offerta” (non sapendo che l’offerta non c’è più) dopo una session su Banzai sx in cui glie l’ho prestato (la sua nsp era in riparazione, io ho usato il gommone rosa): ha fatto corse di un centinaio di metri cantando, fischiettando e camminando avanti e indietro.
3. come ho già scritto lo scorso febbraio siamo andati a serfare in Abruzzo. Faceva un freddo becco in acqua e M a mia insaputa aveva in macchina un corpetto da 2,5 bello asciutto (oltre a quello che indossava), di cui non mi ha fatto menzione. Ciò che non ho scritto è che IO, circa un anno prima avevo comprato 2 corpetti da 2,5: uno per me e uno per M (insieme a 2 paia di guanti, il mio paio è scomparso). Un bel regalo vero? Indica un certo qual affetto nei confronti del proprio socio, o no? Ecco, il fatto è che io a un certo punto il mio corpetto non l’ho trovato più in giro, tanto che pensavo di averlo perso. E poi quando lo ritrovo? Dopo una session a -2 sottozero nel bagagliaio di M! Scusa ufficiale: “ce ne devono essere 3 perché io sono sicuro di averne sempre avuti 2“… non so, giudicate voi.
Per finire voglio però riabilitare M. Infatti, come ho detto prima, è solo (troppo) sbadato, non è cattivo. E ogni tanto tira fuori perle di saggezza che rimangono impresse nella memoria per anni, come la seguente:
“che cos’è un’onda? un onda è solo un’increspatura nell’anima”