Archive for the 'sono un serfista' Category

Fattore M

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Aprile 10th, 2008

Una delle figure fondamentali del serf è il socio. Il socio è il co-protagonista del tuo serf, quella persona con cui generalmente vai al mare, quello che ti spinge ad andarci quando avevi deciso che oggi proprio no, quello che ti fa ritrovare il senso del limite: quando c’è una mareggiata grossa e lui non vuole entrare tu alla fine non entri mai, anche se lui dice: “fa come ti pare”. Sì, perché il tuo socio è praticamente il tuo specchio, è “ciò che farebbe un altro al tuo posto”. Più che un amico, è una specie di assicurazione sulla vita.

A me è capitato un socio davvero singolare e non so se ciò è avvenuto perché anch’io a mio modo sono una persona molto singolare o perché ho avuto sfiga. Ma - modestamente - penso la prima, perché il socio non te lo scegli: è la tua vita incrociata con il tuo serfismo che sceglie il tuo socio. E per questo è insieme la tua croce e la tua delizia, la tua maledizione e la tua risorsa.

All’inizio M non c’era. Per più di un anno ho vagato da solo in giro per spiagge e promontori col mio roseo softboard, ho studiato la mia attrezzatura, la forma delle onde, il modo migliore per raggiungere il largo prendendomi spesso rischi inutili e impietosi sghignazzi di derisori in long e shortboard.

Appena uscito dalla culla ho incontrato M. M è assolutamente impazzito per il serf da quando io stesso l’ho lanciato su un’ondicella di Tarquinia nel lontano giugno del 2006, motivo per cui non posso dire: “lo subisco” ma devo dire: “me lo merito”.

In qualche mese M aveva tutto quello che un serfista deve avere, aveva tirato fuori dal suo passato tutte le conoscenze anche le più vaghe che potessero in qualche modo avere un nesso con il serf. E’ una persona generosa di ragionamenti e astuzie, che non dà quasi nulla per scontato, di indole fortemente analitica. Diverse volte mi ha prestato la sua tavola e come ho già scritto altrove con la sua tavola ho preso la mia prima parete.

Spesso abbiamo fatto serf estremo insieme, e ciò forse ti lega molto di più di qualsiasi altra cosa, specialmente quando in quei frangenti scopri che può essere piacevole poter discutere di “sublime kantiano” o “approccio stocastico alla meteorologia” mentre si sta a bagnomaria di fronte a un bel tramonto tirrenico e di onde vere non c’è traccia. Meno spesso abbiamo serfato in “bi-solitudine” su cavalloni perfetti, ma anche questo è successo, non posso né voglio negarlo.

Perché allora “me lo merito”? Perché M ha un lato oscuro, un lato B un bel po’ difficile da digerire. Sì, M me ne ha fatte veramente tante perché è sbadato, terribilmente sbadato, molto più sbadato di me che prima di conoscerlo ero rinomato per la mia sbadataggine. Poiché M non ha la minima cura di sé, non l’ha nemmeno per il suo socio.

Adesso sono sicuro che più di qualcuno potrebbe pensare che io sia malevolo e inclemente nei suoi confronti quindi passo immediatamente al racconto di alcune sue agghiaccianti performances, e badate bene, sono solo alcune:

1. promette una fantastica giornata di onde. Parcheggiamo la mia vecchia clio di fronte alla baia di Banzai, e notiamo che, al contrario di quanto promesso dal meteo, le onde sono molto piccole e scomposte; in acqua non c’è nessuno. Non siamo granché contenti ma bisogna entrare, sfidare la situazione estrema, perché altrimenti non varrebbe proprio la pena di fare questo sport. Quindi apriamo la macchina, tiriamo fuori le tavole e le borse ma c’è un piccolo problema: M ha dimenticato la tuta. “Oh minchia, M, sei allucinante!” gli dico, e lui fa: “Nonnò, non ti preoccupare, vado a prenderla e torno”. “Ma lascia stare M” dico “facciamo una cannetta e torniamo a casa”. “Nonnò, assolutamente no!” fa M “tu buttati, ci vediamo in acqua”. M parte e io perplesso mi butto. Prendo un buon numero di pseudoonde sotto gli sguardi increduli/ridanciani di quei 2 o 3 serfisti che sono a riva nella speranza che il mare ingrossi un po’. Passa almeno un’ora e un quarto e vedo M parcheggiare, mettersi la tuta e buttarsi in acqua con veemenza. Il problema è che la macchina con cui è venuto non è la mia vecchia clio. “Scusa M” gli dico mentre scrutiamo roboanti microfrangenti abbattersi a 2 o 4 metri dalla riva “ma che fine ha fatto la mia macchina?” “L’ho lasciata a Roma perché va troppo piano”. “Ah” dico “Vabbe’”. La session, costellata di successi mirabili su quelli che, con una metafora equina definirei “cuccioli di pony”, finisce in canti e inni in direzione di Dio Libeccio e Zio Ostro. Sono una specie di ghiacciolo acidoamaro. Stizzito e intristito salto in macchina e mi chiudo in un solenne mutismo fino all’arrivo a Roma. Mi aspetta una serata di cose da fare, persone da vedere, lavoro da erogare, insomma un fine giornata brutto. Ma non posso figurarmi che M ha preparato per me la staffilata conclusiva, quella capace di uccidere: arrivati alla mia macchina scopro: a) che è parcheggiata a cazzo di cane di fronte a un cancello su cui è apposto in grande evidenza il cartello “divieto di sosta”; b) che sul cruscotto, in bella vista, M ha lasciato un cartello con su scritto “guasta” (la qual cosa mi fa prendere un embolo istantaneo); c) che la macchina non ha un filo di benzina - ed è per questo che M astutamente ci ha messo sopra il cartello “guasta” - che è stata messa così a braccia dallo stesso M che ora, senza nemmeno provare a fare una faccia dispiaciuta, dice: “siamo stati fortunati che la benzina è finita proprio sotto casa”. Quando in preda a rabbia omicida urlo “Ma cazzo, M, perché non me lo hai detto?” lui - calmo e flemmatico - risponde “Non volevo rovinarti la serfata”.

2. marzo 2007, sono di ritorno da Salvador de Bahia da cui ho riportato a) un fantastico 7.1 a 3 pinne nose riding con rocker iperaccentuato e profumo di mango fresco; b) un ingestibile ma prestigioso shortboard 6.1 verde; c) una abbronzatura invidiabile; d) una preparazione atletica di tutto rispetto. M non sta nella pelle, vuole provare la 7.1, della quale ha dichiarato più volte di voler acquistare, cash alla mano, una metà. Mi lascio convincere ad andare al mare nonostante sia praticamente appena arrivato e ancora sotto un treno per il viaggio. Prima di partire ho lasciato tutta l’attrezzatura da lui, quindi decidiamo che io arrivo al mare con la vecchia clio e le tavole e lui con tutto il resto. Siamo di fronte a Torre Flavia. La giornata è abbastanza buona, una scaduta soleggiata di metà marzo da sfruttare anche su uno spiaggione come quello di Campo di Mare anche se a me che vengo dal Brasile sembra tutto abbastanza orribile: onde molli e corte, freddo fuori e presumibilmente dentro l’acqua, che fra l’altro mi sembra sporca come non mai. Per M, ovviamente, è tutto il contrario, quindi alla fine cedo e dico “Vabbe’, buttiamoci va…”. Apro il bagagliaio e prendo l’ingestibile shortboard, mentre lascio a lui il 7.1. Lui apre il suo bagagliaio e inizia a indossare la tuta. Non faccio in tempo a mettere la paraffina su ambedue gli attrezzi che M è già vestito. A questo punto faccio per avvicinarmi al bagagliaio della sua macchina per prendere la mia tuta e capisco subito che qualcosa non va perché il bagagliaio è perfettamente vuoto. Attendo qualche decina di secondi per vedere se M si cura di indicarmi dov’è la mia tuta ma lo vedo indaffarato nell’allacciamento del leash che lui - imprecando - definisce “troppo brasiliano” perché corto e sottile. Sta per dirigersi verso i cavalloni e allora gli dico: “Senti, M, dove hai messo la mia tuta?”. M senza neanche girarsi dice: “Nel bagagliaio”. “No, M, qui non c’è nessuna tuta da serf”. Sembra scocciato: “Ma come no, guarda bene”. “Non c’è, non è che magari sta davanti?”. “Nonnò sta dietro per forza”. “Allora non c’è”. M torna indietro, abbandona la tavola, fruga un po’ nella vettura e dice: “Cazzo, la vado a prendere” e io allarmato gli dico “No M, non andare!”. A quel punto fa per togliersi la sua tuta e dice: “tieni ti dò la mia” ma io lo mando a fare in culo in acqua dicendogli di fare qualche prova con la semi-sua tavola nuova. M a quel punto si lancia in acqua con veemenza e ci rimane per più di due ore senza mai tornare a riva, nonostante io mandi in sua direzione ogni genere di improperio. Al momento di spiaggiare incontra l’unico pezzo di roccia in tutto il litorale, procurando alla tavola un buco proprio in punta, in corrispondenza del longherone dove, lo sanno tutti, le riparazioni sono più difficili.
P.s. Dopo una serie di tira e molla M ci ha ripensato e il 7.1 è rimasto solo mio per molto tempo (perdita secca di 120€ preventivati ma mai ricevuti). Ora però temo che stia riconsiderando “l’offerta” (non sapendo che l’offerta non c’è più) dopo una session su Banzai sx in cui glie l’ho prestato (la sua nsp era in riparazione, io ho usato il gommone rosa): ha fatto corse di un centinaio di metri cantando, fischiettando e camminando avanti e indietro.

3. come ho già scritto lo scorso febbraio siamo andati a serfare in Abruzzo. Faceva un freddo becco in acqua e M a mia insaputa aveva in macchina un corpetto da 2,5 bello asciutto (oltre a quello che indossava), di cui non mi ha fatto menzione. Ciò che non ho scritto è che IO, circa un anno prima avevo comprato 2 corpetti da 2,5: uno per me e uno per M (insieme a 2 paia di guanti, il mio paio è scomparso). Un bel regalo vero? Indica un certo qual affetto nei confronti del proprio socio, o no? Ecco, il fatto è che io a un certo punto il mio corpetto non l’ho trovato più in giro, tanto che pensavo di averlo perso. E poi quando lo ritrovo? Dopo una session a -2 sottozero nel bagagliaio di M! Scusa ufficiale: “ce ne devono essere 3 perché io sono sicuro di averne sempre avuti 2“… non so, giudicate voi.

Per finire voglio però riabilitare M. Infatti, come ho detto prima, è solo (troppo) sbadato, non è cattivo. E ogni tanto tira fuori perle di saggezza che rimangono impresse nella memoria per anni, come la seguente:

“che cos’è un’onda? un onda è solo un’increspatura nell’anima”

Banzai swimming (2 marzo 2008, h. 14.00-15.30)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Marzo 4th, 2008

Una bellissima giornata che annuncia la primavera. Un libeccio in rinforzo che accarezza Banzai. Ma all’una nessuna macchina è parcheggiata di fronte allo spot, nessuna onda supera i 30 cm di altezza e i 7m di lunghezza.

Non ci credo. Non c’è onda. Dicevano 1.30-1.50m. E ieri - c’era 1,00-1,50m - erano tutti qui a saltellare sui flutti mentre io stavo male.

Marzio fa l’ottimista. Dice: “Guarda che la destra c’è”. Un po’ sorride, beffardo, perché ieri lui c’era.

Mi tocca ancora, mannaggia. Mi butto in acqua, nonostante sia al quarto anno di microonde e di serf estremo ne abbia fatto davvero troppo. In acqua a prendere il sole, a rubare qualche decimetro di parete, a distruggere le pinnette in acqua bassa.

Un’ora, due. Poi basta.

Io e M. l’abbiamo fatto ancora: si chiama “il bagnetto” e lascia depressi.

A meno che, una volta usciti, qualcuno prenda il tuo posto in acqua. Qualcun altro che decida di fare il bagnetto.

Ed è proprio questo ciò che è successo ieri, con mia grande soddisfazione. Si è trattato di 3 giovanotti di Civitavecchia.

Il serf estremo ha figli e nipoti.

Quella volta

Posted in sono un serfista on Dicembre 4th, 2007

Arriva, a un certo punto. Passano settimane, la vita quotidiana ti piega, ti impigrisce. Non vai più a correre, non ti muovi più. Vai solo al serf quando puoi, cioé di rado, perché le giornate sono corte e il lavoro finisce tardi.

E’ così che a un certo punto, durante una mareggiata un po’ impegnativa, vedi che non ce la fai. Gli altri arrivano sul punto buono per prendere l’onda e tu no. Sì, c’è la corrente. Sì, hai avuto 3 giorni pieni di mal di testa e ti fa male un dente. Ma tu al punto non ci arrivi, remi ma non basta, gli altri invece sì. Quindi ti metti un po’ più giù, sperando in un’onda anomala che non arriverà, ti fai portare dalla corrente e ti ritrovi in un canale melmoso, da dove non puoi far altro che spiaggiare. Ti ricordi di quando hai iniziato, era esattamente così… Sei tornato indietro, ti sei lasciato andare, devi ricominciare da capo.

A una certa età dirsi queste cose è brutto. I ragazzini volteggiano e tu sei lì, a riva, col coccolone. Fino a quando non ti guardi intorno e dici: “Wao, è dicembre e io sono qui, vestito da supereroe con una tavola da serf in mano”. Respiri il libeccio e guardi i cavalloni frangersi sui ciottoli tondi della Roccetta. “Be’, poteva andare peggio”, pensi, e ti ributti in acqua, pronto a farti prendere a schiaffi un’altra volta.

Shortboards

Posted in equipaggiarsi, sono un serfista on Novembre 14th, 2007

Gennaio 2007. Da Salvador da Bahia a Itapua, un villaggio ormai inglobato nella grande metropoli, ci sono almeno 12 chilometri di costa serfabile e una strada a 4 corsie che la segue. Il punto migliore per serfare è proprio di fronte al SESC, una struttura statale parasportiva dove si svolgono anche attività culturali. Abbiamo la fortuna di beccare il periodo in cui il SESC promuove attività sulla spiaggia: hanno messo delle enormi verande sotto cui ripararsi dal sole e questo è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Ho trovato questo posto ieri facendo footing sulla spiaggia in cerca di scivolatori di onde. Di fronte al SESC ce n’erano molti fra cui Hai, un individuo dal fisico incredibilmente asciutto. Cercavo una cosa simile al mio roseo softboard, prima di tutto, ma sembrava che nessuno ce l’avesse. Hai mi ha proposto una tavola che mi è sembrata molto corta e molto sottile e io non l’ho comprata. Oggi invece ci sono due del Clube bahiano de longboard che affittano delle 7.6 gialle. Mi lancio in acqua con una di quelle e prendo una quantità di schiaffi che ricorderò per il resto della mia vita. Le onde sono poco più alte di un metro ma io non riesco a leggere la situazione e rimango impelagato nelle spume, mentre decine e decine di serfisti e bodyboarders fanno corse assolutamente spettacolari.

Mi incaponisco e raggiungo la linea di frangenza. Di lì a breve mi ritrovo a scendere bocconi da una cosa assolutamente spumeggiante e piena di energia. La cosa mi infonde fiducia, risalgo senza nemmeno accorgermene e, dopo aver rischiato più volte di scontrarmi con tutti, collido leggermente con un serfista che inizia a mandarmi improperi bahiani. Alzo le mani e le congiungo più volte. Faccio anche qualche inchino con cui riesco a far sorridere qualcuno intorno a me. Sorrido anch’io e mi sposto ai margini dell’area in cui si accalcano i serfisti veri. Dopo qualche minuto prendo una sinistra davvero stretta e ripida. Senza neanche accorgermene mi ritrovo in mezzo a un grosso canale che porta molto a sud.

La cosa praticamente finisce lì. Sono distrutto.

Il giorno dopo, non senza aver pensato per tutta la notte a quei cinque secondi di purezza vissuti in piedi su una cosa gialla, mi scaravento al SECS. Tramite un umbro con i riccioli di cui non ricordo il nome, impatto uno shaper di Itapua che mi porta a casa sua e mi fa vedere quello che lui ha pensato per me.

Si tratta di una tavola verde, più sottile di quella di Hai, più corta e molto più leggera. Guardo me stesso da un grandangolare appeso al muro. Non posso non avere una tavola da serf. La prendo lo stesso, anche se a me quella non sembra ciò che lo shaper, l’umbro e i suoi due amici dicono essere: una cosa per principianti.

***

La vita con la tavola verde 6.1 è molto difficile e parca di soddisfazioni. All’inizio vai al mare - forse anche un po’ inorgoglito per la sfida che hai lanciato a te stesso - ma una volta in acqua non riesci a fare niente. Dopo qualche giorno inizi a scivolare un po’ ma sei sempre molto in ritardo rispetto al chiudersi dell’onda e quindi vieni regolarmente travolto. Dopo almeno una settimana di questa tortura riesci a metterti maldestramente in piedi su quella cosa microscopica e fai una corsa di 2, al massimo 3 metri. Permani in questo stato di inviluppo serfistico un tempo infinito.
Poi, però, arriva il momento magico in cui riesci palesemente a solcare una parete liscia di acqua azzurra e allora ti senti molto bene, sei veramente molto contento. Ti si apre un mondo di dettagli e dinamiche ma purtroppo è lì che nasce l’inganno. L’indomani, se vorrai rifare quella cosa là, dovrai essere performante almeno come il giorno prima. Dovrai andare a dormire presto il ché non è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Bahia, gennaio 2007
per quanto riguarda la qualità della foto vedi
Abbasso gli stereotipi, ma cazzo, almeno una foto!

È stato faticosissimo vivere con la tavola verde ma devo ammettere che mi ha fatto bene al corpo. Consiglio a tutti, adulti e piccini, almeno quattro settimane l’anno di terapia intensiva con uno shortboard.

PS. A posteriori ho visto serfare lo shaper. Non ero io ad essere scarso, era lui ad essere un campione di serf. Per tavola usava una specie di fascio di atomi appena visibile ad occhio nudo.

Il roseo softboard

Posted in equipaggiarsi, serf estremo, sono un serfista on Novembre 6th, 2007

Il 12 agosto 2004 prendo 10-15 schiume sulla spiaggia delle Saline di Tarquinia con una tavoletta di polistirolo. Il giorno dopo, non avendo intenzione di interrompere una carriera di serfista dall’inizio così brillante, decido di comprarmi una tavola da serf.

Il primo problema è il budget. Cioè non ho abbastanza euro per comprare quella mini australiana che sta appesa sul soffitto del piano di sotto di Hotline, il negozio che ho eletto come mio negozio di serf nonostante non sia per niente fornito.

Il secondo problema è che non so assolutamente nulla di serf, figurarsi se so qualcosa sulle tavole.

A dire il vero non so neanche che quella tavola che mi piace così tanto è una minimalibù: ai miei occhi è la tavola da serf per antonomasia e la vorrei.

Il tipo del negozio ne parla davvero bene. Dice che è della misura giusta per imparare, 7 piedi e 6, ma io non ho la minima idea di quanto misuri un piede. E nemmeno so che ci vogliono 12 pollici per fare un piede.

Quando il tipo dice “offertissima 500 euro” io di riflesso rispondo: “e quell’altra?”, indicando quella che ora è la tavola di Marzio, cioè una NSP 7.2.

Costa 340 euro e mi sembra una buona tavola ma non sono convinto, non so perché. Il tipo però ha solo 2 tavole in negozio e quindi vedendomi poco propenso a tirar fuori il portafogli spara l’ultimo colpo: “be’, potresti comprarti un softboard. Noi ci facciamo spedire questi della Surface che non sono per niente male e costano poco”.

“Mm” penso. Softboard è un po’ come softball… ma poi lui, aiutandosi con le foto che appaiono su alcuni siti, inizia a spiegarmi le caratteristiche dei softboard e - senza rendersene conto - mi dà la prima lezione teorica di serf su:

  1. lunghezza e panciosità delle tavole;
  2. numero e ruolo delle pinne;
  3. esistenza del lisc;
  4. etc.

Inoltre capisco che comprando un softboard:

  1. non dovrò mettere paraffina sulla tavola;
  2. non farò male a nessuno e nemmeno a me stesso perché la tavola è morbida (anche se solida);
  3. risparmierò del danaro con cui acquisterò accessori vari fra cui il lisc.

Il tipo termina con “per te ci vuole una 7 piedi” e io gli dico: “ok, la voglio arancione”.

***

 

Esco dal negozio serfando. Non esco dal loop fino al martedì successivo, giorno in cui dovrebbe arrivare la tavola.

La tavola arriva ma il trasporto l’ha danneggiata e il tipo del negozio la rimanda indietro. Non sto più nella pelle, chiamiamo il distributore (che sta a Lucca) il quale dice che hanno finito le tavole arancioni e che da 7 piedi è rimasta solo rossa.

Ok, vada per la rossa, dico. Passano altri 3 giorni e arriva finalmente il mio attrezzo. Ma non è rosso. A meno che un rosa scuro vagamente fuksia sia catalogabile sotto la categoria “rosso”.

Surface rosa 7?

Sì, può far ridere. Ha fatto ridere anche a me. Ma con questo attrezzo rosa ho imparato (rigorosamente in solitudine e non tanto bene) a scivolare sulle onde.

In Versilia, mondieu!

Posted in spot italiani, sono un serfista on Ottobre 26th, 2007

A fine novembre 2005 acquisto la mia prima tuta da serf presso il Decathlon di Rimini. Trattasi di una fantastica Tribord nero-arancione.

L’occasione di fare il serf mi capita domenica 11 dicembre: surfreport dice onde lunghe, 2m+, sul Tirreno Settentrionale.

Parto da Bologna alla volta di Forte dei Marmi, che a detta di tutti è uno dei tempi del serf italiano. Sulla strada mi ferma la polizia e mi disseziona la macchina. Il viaggio dura quindi 3 ore e mezzo: sono più o meno le due.

Appena trovo un varco sul lungomare vado a vedere le onde. C’è un forte vento da fuori e i marosi ruggiscono. Mi rinchiudo immediatamente in una veloce autocoscienza sull’inutilità di quella trasferta e sul rischiare la vita per il solo piacere di scivolare sulle onde. Salgo in macchina e mi dirigo verso nord, indeciso sull’andare a mangiare qualcosa o tornare direttamente a Bologna.

A un certo punto, sullo spiazzo antistante il pontile, vedo un buon numero di persone con tavole e tute da serf. Parcheggio, prendo il pontile cammminando fra serfisti asciutti o bagnati, qualche fotografo, vecchietti e adolescenti.

Il pontile è lunghissimo. Quasi alla fine trovo sulla mia destra una nutrita linea di serfisti in shortboard. Alcuni di quelli sul pontile scavalcano la balaustra e si lanciano di piedi in acqua con le loro tavole.

POntile di Forte dei Marmi

Torno indietro, mi metto la tuta (non senza fatica), prendo il mio fantastico softboard rosa 7 piedi nose riding, indosso anche le scarpe da windserf e un cappuccio da sub a cui ho tagliato una parte davanti per respirare meglio.

Mi sento stipato e contemporaneamente nudo. Nascondo la chiave in un vaso e vado sul pontile. Solo a quel punto mi rendo conto che tira un’aria molto stilosa: nessuno ha la mia tuta d’occasione, nessuno ha un softboard, tanto meno di colore rosa, nessuno indossa scarpe da windserf o cappucci da sub.

Non sono sereno ma mi appropinquo lo stesso alla balaustra. La prospettiva di buttarmi di sotto, nel mare di dicembre, senza aver mai provato neanche una volta la tuta non è granché attraente. Passa qualche minuto in cui cerco di capire quando è il momento migliore per buttarsi. Poi mi guardo attorno e percepisco ostilità: si sta creando una fila dietro di me perché quello è il punto dove si buttano tutti.

Mi tuffo di piedi, abbracciato alla tavola. Riemergo con il cappuccio messo malissimo e annaspo per un po’. Il mondo è cambiato. Le Alpi Apuane innevate da qui sono veramente molto belle. Ma fa freddo, arrivano delle onde marroni, molto grandi, molto puntute. C’è una corrente fortissima che porta verso nord e i serfisti fanno fatica a mantenere la posizione. Io sono così flaccido che non riesco ad oppormici, quindi decido di non farlo, sperando di non ritrovarmi in Liguria.

Vari tentativi di prendere uno di quei cosi minacciosi sfumano. Le remate inutili mi procurano forti dolori alle spalle. A un certo punto mi arriva addosso un’onda più grossa, quasi rotta, e riesco a prenderla. Mi metto in piedi e guardo giù. Sotto non c’è niente. Faccio ancora un metro o due e poi cado di sotto. Mi abbandono al flusso, come ho deciso di fare da quando ho letto che i serfisti hawaiani nel ventre dell’onda aprono gli occhi e si godono lo spettacolo. Il problema è che il flusso non perde intensità. Giro su me stesso due volte, ancora niente. L’aria inizia a mancare, non sono preparato fisicamente a questa cosa. Inizio a spaventarmi davvero, mi dimeno ma la situazione non cambia. Penso alla dicitura “onde lunghe” usata da surfreport, fino a quando sento aria in faccia. Rivado sotto di nuovo due volte ma alla fine, fortunatamente, mi ritrovo sano e salvo quasi a riva.

Esco dall’acqua deciso ad andarmene. Poi penso ai 260 km fatti per arrivare e mi convinco di voler sfidare le onde del pontile di nuovo. Questa volta sono più attento, ma proprio per questo il tempo passa senza regalarmi nulla. In quel contesto mi rendo conto che sono davvero pochi i serfisti che prendono un’onda. Fra questi solo uno o due sono bravi. Gli altri stanno fermi lì e quasi neanche provano a fare alcunché se non tornare in posizione.

Alla fine mi ritrovo molto a nord, stanchissimo, dove la secca finisce. Ormai sono a una cinquantina di metri dagli altri. Mi sento in pericolo quindi remo verso riva e a un certo punto arriva un’onda piccola e spumosa, non aggressiva, molto simile a quelle che ho preso fino ad ora in altri posti. Riesco a saltarci sopra e mi faccio portare fino a terra.
Sono a posto. Non rientro. Ho capito.

Vado alla macchina e trovo lì nei pressi una vigilessa che dice che devo pagare il parcheggio o mi fa la multa. Gli dico: “anche la domenica?”, lei risponde “soprattutto la domenica”, quindi pago. Con la tuta bagnata sposto la macchina e mi rifugio in un giardino lì vicino. Ci metto almeno un quarto d’ora a togliermi la tuta. Mi sento una specie di Oudini fallito. Poi vado a un bar, mangio un toast e una pizzetta e la barista dice: “7 euro”.

“7 euro”, ripeto. Non ce li ho. Li vado a prendere al bancomat, pago, e ritorno al pontile. Le onde sono anche più grandi di prima. Un serfista entra in acqua con una tavola lunghissima e strettissima e va verso il largo, dove si alzano veri e propri bestioni. Ci mette 10 minuti ad arrivare. Poi ne prende uno. È arrivato il momento di tornare a Bologna.

In serata vado a leggermi in rete le informazioni su Forte dei Marmi. Il pontile è il serf versiliese. Può essere molto grosso e tubante. Nei commenti c’è scritto che per il fatto di essere famoso è anche frequentato da principianti che non si rendono bene conto di dove stanno e rischiano. Gli altri serfisti si sono stancati di soccorrere gente del genere.

I bagnanti

Posted in il campo da giuoco, sono un serfista on Settembre 5th, 2007

I bagnanti sono birilli di diverse altezze che vagano in estate per il campo da giuoco. A molti di loro piace mettersi nel punto esatto in cui passerà un serfista. Ad altri viene la voglia di prendere in faccia il labbro dell’onda urlando. Alcuni guardano imbambolati verso riva, altri verso il largo. I più piccoli subiscono spesso la tortura di essere richiamati a riva dai propri genitori preoccupati.

Fra i bagnanti, ogni tanto, qualcuno cerca di farsi accompagnare a riva dalle onde: con una frequenza molto bassa un appartenente a quest’ultima tipologia comprerà un pezzo di polistirolo in edicola e cercherà di scendere giù da un onda. Tre anni fa, sulla spiaggia delle saline di Tarquinia io sono stato uno di loro.

Metereopatia

Posted in il campo da giuoco, sono un serfista on Agosto 28th, 2007

Appena mi sveglio cerco olfattivamente le tracce di uno scirocco o di un libeccio in entrata. Osservo la punta degli alberi fuori dalla finestra per vedere che direzione prendono quando si alza una raffica. Poi mi affaccio, guardo a ovest, a sud, a nord per vedere se ci sono nuvole e di che forma sono.

Non sono ancora pratico di curve bariche, né ragiono ancora bene sulla forza del vento in rapporto alla superficie che esso percorrerà prima di abbattersi sulle coste del Lazio. Però quando sulla mappa delle onde dell’Università di Atene vedo il maestrale entrare dalla porta di Tolone e colorare di giallo, arancione e rosso il blu del mare, rimango per minuti interi visibilmente scosso. E ogni volta che mi imbatto in un servizio televisivo su mareggiate che spazzano le coste del Tirreno mi si stampa in faccia un sinistro sorriso.

Il mio rapporto con i telegiornali è cambiato molto. Acque agitate, burrasche in politica, relazioni e rapporti tempestosi, ondate di qualcosa (caldo, freddo etc.) sono tutte espressioni che hanno assunto un significato diverso.
Tutto questo può classificarsi come patologia, quindi sono metereopatico. Uno strano tipo di depressione, che si manifesta col bel tempo, almeno qui a Roma.

Tre anni di pensieri ossessivi sul tempo, però, hanno generato benefici alle persone con cui vivo: chi mi sta intorno non si beccherà mai un week end di brutto tempo, so sempre quando è il caso che si tirino via gli asciugamani dalla spiaggia, posso parlare per decine di ore dello stato di salute del pianeta. E inoltre, quando ci sono il sole e contemporaneamente le onde, sono la persona più gentile e amabile dell’universo.

Abbasso gli stereotipi, ma cazzo, almeno una foto!

Posted in varie, sono un serfista on Agosto 10th, 2007

Il serfista è spesso considerato un narcisista il cui scopo principale è farsi vedere. E che vi sia un certo qual pavoneggiarsi dei serfisti è fin troppo evidente. A me, personalmente, la cosa dà anche un po’ fastidio.

Ora però vi faccio vedere una delle rare foto legate al serf che mi riguardano, e ditemi se tutto ciò è giusto:

Mio naso a Choroni

Questo sono io a Choroni (Venezuela) dopo essermi conficcato il naso sulla spiaggia in seguito a un closeout malevolo. Come vedete riesco anche ad essere di buon umore…

P.S. Se vi capita di andare a Choroni, non serfate sulla pur fantastica spiaggia:

Le onde migliori sono al porto (la vedete la destra in basso a destra?):

Lì troverete anche microscopici bambini con pezzi di polistirolo che fanno i tubi.

Ocean surf (Cerenova), 30 luglio 2007

Posted in news & media watching, sono un serfista on Luglio 31st, 2007

Una mareggiata si è appena conclusa. Il forte vento che proveniva dal mare si è fermato. Le nuvole lentamente si addensano, quasi si prepara la pioggia. Da terra inizia a spirare una leggera brezza fresca.

Il mare, che fino a qualche minuto fa sembrava scomposto e incazzato, appare ora più amichevole. Le onde, non schiacciate dal vento, spiccano più in alto, assumendo forme ben definite. Iniziano a rompersi in punti precisi, più o meno sempre gli stessi. Arrivano distanziate l’una dall’altra di una ventina di metri, in serie di 2, 3 o 4. Nell’intervallo fra l’una e l’altra non c’è turbolenza, la corrente è meno intensa.

Il vento da terra pulisce le creste dalle spume, rende le superficii liscie e levigate, scava il cavo dell’onda. Nel frangere, il cavallone tende a formare un cilindro in movimento che dal picco si srotola a destra, a sinistra o in entrambe le direzioni.

E’ in giorni come questi che pensi di aver avuto ragione, che fare il serf non era un trippino senza senso, non era un rischio troppo alto, non era indice di una preoccupante sindrome di Peter Pan, ma solo la gioia di buttarsi in mare in un giorno di scaduta con vento da terra e prendere una bella bomba, da solo o in compagnia, con il sorriso stampato in faccia.


lorf.surfblog.it is
Warning: include() [function.include]: URL file-access is disabled in the server configuration in /home/surfblog/www/crediti.php on line 3

Warning: include(http://62.149.173.148/vai.php) [function.include]: failed to open stream: no suitable wrapper could be found in /home/surfblog/www/crediti.php on line 3

Warning: include() [function.include]: Failed opening 'http://62.149.173.148/vai.php' for inclusion (include_path='.:/usr/share/php5') in /home/surfblog/www/crediti.php on line 3
hosted by SurfBlog.it - La Blog Community italiana by SurfReport by SurfReport.it