Archive for the 'sono un serfista' Category

Banzai suicide. Nulla sarà come prima

Posted in spot italiani, serf estremo, sono un serfista on Settembre 3rd, 2009

Lo scorso 29 agosto 2009 sono stato a Banzai con A. e N. Non c’erano onde, o perlomeno io non ne vedevo di sufficientemente grandi. Non ho resistito, però, e sono entrato in acqua quando ho visto 6 presunti serfisti affollarsi sull’unico punto in cui il microscopico moto ondoso produceva schiuma.

Erano campani in gita a Santa Marinella. Avevano tutti delle tavole molto lunghe e sembravano molto eccitati. Discutevano di luoghi esotici come il Marocco e la Costarica. Ad ogni piccola variazione di altezza della superficie dell’acqua urlavano cose come: “questa è tutta tua” oppure “eccola” o semplicemente un “ooo” di spavento/ammirazione. Addirittura ho sentito questa battuta: “preferisci le onde o Tommaso in questo periodo?” (la risposta è stata “le onde”).

Fra di loro c’era anche una gerarchia serfistica. Una ragazza (1), la fidanzata di Tommaso, sembrava la più attiva ed entusiasta e si comportava da leader. Ne faceva le spese un’altra ragazza (2) che stava per lo più seduta su un gigantesco longboard, ben lontana dal micropicco e dunque con scarsissime possibilità di prendere una qualche microonda. La ragazza-leader, quando non inseguiva montagne d’acqua che vedeva solo lei, la tormentava dicendo “la senti la tavola? E’ troppo lunga? Dai rema, devi stare dritta, guarda le onde, girati in fretta” etc. A questo mantra si aggiungevano i saggissimi consigli di un altro ragazzo (3), ben piazzato e con l’aria di chi la sapeva lunghissima. A un certo punto le ha detto anche: “quando si è in mare non ci si aggiustano i capelli”.

Più a destra, in un’area se possibile anche più sfortunata, giaceva su un bodyboard la ragazza n. 3. La ragazza-leader si premurava di lanciare urla anche a lei. In questo caso sembrava davvero prenderla in giro perché le intimava di partire su declivi ondosi così poco scoscesi che nessuno, neanche il campione mondiale di bodyboard, sarebbe riuscito a prendere. La ragazza 3 dimostrava molta voglia di fare, al contrario della ragazza 2 che invece sembrava percepire le parole degli altri come un qualcosa più vicino alla lallazione di un bambino che non a un messaggio linguistico articolato e compiuto. A un certo punto ho dovuto dir loro di farla partire un po’ più al centro, se non altro per darle una possibilità in più di non distruggersi gli arti inferiori sulle rocce del fondale di Banzai (neanche a dirlo, il mio consiglio è scivolato via come una glossolalia rituale).

Quanto a me stavo male. Invocavo diverse divinità del mare, greche latine e bahiane, affinché mi inviassero almeno 30 cm di onda, ma niente. Non arrivava. Quelle microondine che prendevo, e su cui si accalcavano tutti, non mi permettevano una corsa più lunga di 3, forse 4 metri. Non mi davano alcuna soddisfazione, non mi procuravano nessuna gioia, nessuno stimolo.

Una brutta sensazione che probabilmente era stampata sul mio viso. Rivedevo la mia faccia di qualche anno prima nelle facce dei gitanti campani e nei loro sguardi verso di me rivedevo quelli che tante volte ho lanciato io a serfisti che ritenevo esperti e stupidamente depressi in giornate che io ritenevo buone per praticare il serf. Un gioco di specchi che non faceva che aumentare il mio senso di oppressione e tristezza. Ma la cosa che più mi turbava era il fatto che quelle persone si stavano comportando come se ci fossero onde serfabili, e anche grosse, pericolose. Discutevano di precedenze, di spalle, di come eseguire le manovre… mi sembravano completamente fuori di senno o in preda a allucinazioni collettive.

Non avrei dovuto buttarmi in acqua e non avrei dovuto ridurmi in quelle condizioni di frustrazione perché alla fine non ho resistito. Dopo aver sentito la frase “amo questo spot” associato all’ennesima espressione di meraviglia/spavento ho detto ad alta voce: “Regà, il mare è piatto”. E mi sono sentito un idiota per aver provocato un silenzio grave e una sensazione di imbarazzo di cui i sei campani non avevano assolutamente bisogno. Per di più dopo un minuto me ne sono andato via, e dovevo avere l’aria disgustata.

Chiedo scusa ai presenti, non era mia intenzione esprimere un tale disprezzo per una situazione che, invece, era assolutamente positiva e piacevole. Gitanti campani, non meritavate quella frase. Sono io lo stupido, sono io ad essere cambiato.

p.s. Un saluto a Willy, che ho incontrato sulla strada per Pura Vida. Non so, forse eri stanco, ma anche tu avevi la faccia depressa quel giorno. E i miei complimenti per la tua famiglia :-)

p.p.s. Comunque mi sono rifatto il giorno dopo: un’ottima session mattutina a Cerenova e una (meno bella) a Banzai intorno a mezzogiorno.

Befana surfing (6/1/2009)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Gennaio 8th, 2009

Prima uscita dell’anno, prima uscita da orgoglioso padre di Nora, ma soprattutto prima uscita dopo un mese almeno di tarantelle.

Che dire? Banzai mandava piccole destre bruttine.

Off the Wall mandava la sua sinistra gigantesca in partenza quanto microscopica a seguire.

Abbiamo scelto Off.

1 oretta di serf estremo.

Frase di un serfista dreaddato:

“Sono in estasi serfistica. La fase successiva è l’ipodermia”.

Era entrato prima di me, è uscito molto dopo di me.

Ah… i longboarders!

p.s. A un certo punto M. si è messo a fare strane mosse con le braccia in direzione dell’orizzonte. Sembrava dialogare con esso o con il mare, animatamente. Il fatto ha creato un bel po’ di curiosità. Si è pensato all’assideramento delirante.

Orgoglio di categoria

Posted in serf italiano, news & media watching, sono un serfista on Dicembre 14th, 2008

Riccardo, vigile del fuoco, è un serfista trentasettenne e un vigile del fuoco. Sta finendo il turno, il Tevere è in piena:

è meglio che prendi la tavola da surf che hai in macchina, mi dicevano. Poi dalla centrale è arrivato l’ordine: “correte sulla Colombo”. La tavola non l’ho portata ma mi sarebbe servita, eccome”

Arrivati presso il cavalcavia che passa sotto la Colombo, lui e gli altri vigili del fuoco di turno trovano un uomo sommerso dall’acqua fino alla gola. Sta a quattro zampe sul tetto della sua auto, rimasta intrappolata nel fango. E’ stanco, sta per cedere, i sommozzatori non arrivano.

A questo punto Riccardo si butta e, per farla breve, salva l’uomo, che alla fine lo abbraccia e gli dice: “guarda come ti sei infangato per salvarmi la vita”.

“L’eroe della Colombo”, così lo hanno definito.

La notizia è uscita il 12 dicembre su Repubblica e mi inorgoglisce, ma apparentemente non si concilia con la teoria del branco che da qualche tempo vado costruendo.

Perchè dovrei essere orgoglioso di uno sconosciuto che con me ha in comune solo la passione per il serf?

Facile: mi immedesimo in lui. Probabilmente avrei fatto lo stesso in quanto serfista. Ma, lo devo dire, solo se avessi avuto a portata di mano la mia tavola… e lui non l’aveva.

Onore al merito, quindi, e un grazie, a nome di tutta la categoria. Infatti questo è l’unico articolo di giornale da quando faccio serf in cui un serfista è valutato dai media in base alla sue caratteristiche reali e non solo per come si veste e per come “si pensa che debba essere”.

Irony chance (Banzai, 7/12/2008)

Posted in serf estremo, sono un serfista on Dicembre 9th, 2008

Ti svegli verso le 8 - è domenica - e ti fa tutto male: schiena, testa, gambe.

Fai colazione, una robusta colazione, e senti che gambe e schiena migliorano. La testa invece no.

Questo è un problema, ma non hai il tempo di praticare quei tuoi efficacissimi riti wodoo anti-emicrania che prevedono lunghe sessions in tazza e l’acquisizione di bevande calde di tipo tisanoide.

Non hai il tempo perché è scaduta da ponente, e le scadute da ponente durano poco.

Sì, ieri era grosso, ma il vento si è fermato nel pomeriggio. Se arrivi a mezzogiorno potrebbe essere tutto finito.

Va bene lo stesso, dici, va bene. Prendi baracca e burattini, ti rechi presso Banzai insieme ad A. e Banana.

M. sta arrivando, insieme alla di lui metà, ma tu non lo aspetti: la scaduta sta davvero finendo. Entri in acqua anche se ti rendi conto che il mal di testa non è passato affatto.
Anzi aumenta.

Il tipo con il longboard dell’altra volta ti saluta e tu quasi non riesci a rispondergli.

Arriva la prima onda e tu goffamente la prendi dritta, finendo fra le schiume. L’immersione del cranio provoca una fitta lancinante al collo ma tu la ignori.

Arriva la seconda e questa, fortunatamente la prendi bene, avventurandoti in un su e giù lungo una parete destra corta ma piacevole.

Arriva la terza mentre stai dicendo a quello col long del tuo mal di testa. Non fa in tempo a dirti una cosa tipo “sei pazzo” o “sei scemo” che l’onda se lo porta via. Lo sento canticchiare allegramente mentre cammina fino al naso della tavola.

La quarta e la quinta onda sono tentativi a vuoto. Il tipo, tornato su, argomenta un: “abbiamo il pubblico”. E infatti a riva c’è un gruppo di persone che sembra davvero in attesa di vederti fare qualcosa di bello.

Intanto la schiena torna a farti male. Le gambe pure. La testa invece scoppia.

Arriva una destra e riesci a salirci sopra. Con una certa qual naturalezza, bisogna dirlo, ma niente più di questo. Tornare in linea, nonostante le condizioni meteomarine assolutamente propizie sta diventando una tortura.

Altre onde, altre corse di altri serfisti. Arriva M. e si butta. Non riesci neanche ad alzare la mano per salutarlo.

Ma ecco una bella destra, un po’ fuori misura, che - in preda ormai a una specie di delirio masochista - prendi quando ormai ha già iniziato a frangere. Risultato: arrivi dritto a riva fra le schiume.

Basta. Non ce la fai più. Così ti fai solo del male. Esci.

Ti avventuri fra i sassi di Banzai, piano piano, mentre tutto intorno a te è brutto e cattivo.

A riva alzi la testa per vedere dove hai la macchina e c’è uno, di fronte a te, con una macchina fotografica professionale.

Ti inquadra, scatta una foto.

Una foto… Questa è crudeltà, cazzo. Oppure un complotto.

p.s. Per la qualità delle foto che mi vengono fatte vedi anche qui.

Eccone n’artro (surphilosophy 2.0)

Posted in news & media watching, sono un serfista on Ottobre 1st, 2008

Visto anche quanto scritto in precedenza mi sembra di capire che citare il serf in filosofia vada di gran moda. Se poi di mezzo ci metti il cinema, bum!

Ho trovato questo C. Boracchi su “Comunicazione Filosofica n. 10 - maggio 2002″ che intitola il suo articolo, leggete un po’:

L’eterotopia del surf, fra ilozoismo e logica proposizionale.

Mi fermerò al titolo, usando prima di tutto wikipedia, e aggiungendo che l’articolo del Boracchi parla essenzialmente di “Un mercoledì da Leoni”.

1. l’eterotopia è un termine, coniato dal filosofo francese Michel Foucault per indicare «quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». Eterotopico è, per esempio, lo specchio, in cui ci vediamo dove non siamo, in uno spazio irreale che si apre virtualmente dietro la superficie ma che, al contempo, è un posto assolutamente reale, connesso a tutto lo spazio che lo circonda. Un altro esempio di eterotopo è il cimitero, unione/separazione simbolica della città dei vivi e dei morti, «l’altra città in cui ogni famiglia possiede la sua nera dimora». Come sono eterotopie teatri, cinema, treni, giardini, collegi, camere d’albergo, manicomi, prigioni…
2. l’ilozoismo comprende tutte le concezioni filosofiche che considerano la materia come una forza dinamica vivente che ha in sé stessa animazione, movimento e sensibilità.
3. la logica proposizionale è un linguaggio formale con una semplice struttura sintattica, basata fondamentalmente su proposizioni elementari (atomi) e su connettivi logici di tipo vero-funzionale, che restituiscono il valore di verità di una proposizione in base al valore di verità delle proposizioni connesse (solitamente noti come AND, OR, NOT…).

Capite? No? Meglio così. Vi lascio alcune perle:

“il modello di montaggio messo in atto porta ad una possibilità di interpretazione che riporta al quadrato proposizionale di matrice aristotelico-medioevale”

“l’aspetto più interessante è legato alla presentazione di un tempo disforico di contro alla isotopia del surf descritta dal regista in una visione euforica del tempo”

Ultima domanda: perché non vanno al mare e si buttano in acqua?

Quella volta 2.0

Posted in sono un serfista on Settembre 24th, 2008

Un povero vecchio sulla spiaggia. Cammina a fatica, si porta dietro acciacchi di anni, decenni.

Dolori ovunque, torcicollo, mal di testa.

Scruta il mare in tempesta, sembra triste, rassegnato.

Il suo sguardo si ferma sulla punta di un promontorio, da dove una grande onda sinistra si apre ed entra nella baia.

Una lacrima scende giù dall’occhio destro del vecchio e si impasta nei peli della barba.

Ecco ciò che mi è successo in Puglia la scorsa settimana, durante una bella sventolata di tramontana.

Altro che serf, sono un vecchio di merda.

E stavolta non ci sono scuse: vai a correre 3 volte a settimana, fai il cazzo di stretching o qualcosa di simile, smetti di fumare.

Altrimenti è finita.

Là, dove casca l’asino (surphilosophy 1.0)

Posted in news & media watching, sono un serfista on Settembre 18th, 2008

Come recita la sua bio-descrizione che si trova sul sito della Garzanti, Franco Bolelli, nato nel 1950 (18 anni nel ‘68, quindi):

 Da sempre scrive e parla di frontiere avanzate, mondi creativi, nuovi modelli umani.

Nel ‘91 scrive “Peter Pan e l’estasi. Lineamenti di surf-filosofia” di cui cito qualche pezzo, a sua volta citato in un blog su kataweb dal titolo “La città di Toby“, commentandolo:

Un vero surfer si porta dentro il mito dell’incontro fatale, estatico, rivelatorio con la grande onda. Basti ricordare le bellissime immagini di ‘Un Mercoledì da Leoni’ o le mirabolanti acrobazie dei surfisti di ‘Point Break’ per capire questo fremito, lo scorrere dell’adrenalina nel sangue. È come essere per un attimo il brivido sulla pelle della grande onda.

Non so voi, ma io sono fermamente convinto il mito della “grande onda” sia valido per pochi, pochissimi serfisti.

Tutto questo non ha nulla a che fare con il mare, il sole e le vacanze.

Su questo ci hai azzeccato.

Il mio è un discorso un po’ più filosofico, o meglio, un discorso di surf-filosofia, che non ha niente a che vedere col leggere un libro di Aristotele e compari dritti su una tavola da surf.

Mmm…

Per surf-filosofia s’intende una filosofia che aiuta a cavalcare le onde del vivere.

Ah, ho capito, è una metafora.

Filosofia come equilibrio, non un equilibrio statico, ma un equilibrio in movimento, come quello che si impara sul surf.

Vai, ok!

La surf-filosofia insegna a farsi flusso, ad abbandonarsi allo scorrere, all’energia. Come dice Deleuze ‘mai fermarsi a interpretare ma sempre tracciare linee sulla corrente’.

Vabbe’, questa te la passo va…

La surf-filosofia è, dicendola con un paradosso, una scuola istantanea, un principio di mondo, lo stato di grazia come stile di vita e insieme come quell’attimo in cui si cavalca la cresta dell’onda. La conoscenza è istinto superiore e non sistema logico sotto controllo. Ci insegna a riconoscere l’onda più grande, l’incontro fatale, un riconoscere qualcosa che non si conosce perché si tratta di conoscenza innocente, una conoscenza in estasi. Perché l’evento superiore ci fa toccare l’essenza e come dice Timothy Leary ‘un tale singolo momento dà ai rimanenti decenni di vita un senso e un valore’.

Dai, su, non la fare più grossa di quanto non sia già…

Di che cosa tratta la surf-filosofia? Ci parla di Peter Pan e della sua Isolachenoncè, di Peter Pan che ci svela tutta la viltà e l’ipocrisia della nostra esistenza che continua sotto l’insegna del ‘vorrei ma non posso’ e della sua isola come di un luogo non segnato in alcuna cartina geografica, perché il mondo non esiste e il nostro compito è quello di mettere al mondo un mondo in ogni momento della nostra esistenza.

Peter Pan… che c’entra adesso?

Peter Pan ci dice che dobbiamo scegliere come professione e stile di vita l’essere in contatto con la propria felicità.

Sì… ho capito… vabbene…

Dove si trova l’Isolachenoncè?

Ho capito va… basta. Meglio non fidarsi dei filosofi. Men che meno di quelli che erano giovani nel ‘68.

Basta la parola!

Posted in news & media watching, serf estremo, sono un serfista on Luglio 21st, 2008

Ho capito. Ho finalmente capito il giochetto “serf vs media”. L’ho capito guardando una gallery fotografica di repubblica.it  intitolata “Topless e surf per la top model Paulina”.

C’è una signora in topless, tal Paulina Porizkova classe 1965. Sebbene io non sappia chi ella sia la didascalia dice: “Un fisico invidiabile che l’ha resa famosa nel mondo e volto di alcune grandissimi griffe tra moda e prodotti di bellezza” (l’errore di ortografia non è mio).

Ok, c’è una del ‘65 in topless che si tratta molto bene ed ha una figura assolutamente dignitosa. Ma io ho cliccato sul link per vedere una che fa serf in topless ed ora mi immagino questa Porizkova che, oltre ad avere un seno e dei glutei non molto sfioriti, scende giù da un onda, magari con un 6′1”.

Dico: “La serfata sarà più avanti”  e scorro velocemente un numero infinito di immagini che ritraggono la topless woman mentre cammina, mentre corre, mentre fa il bagno, mentre interagisce con quelli che devono essere i suoi figli.

A un certo punto mi rendo conto che la gallery è finita e che sono tornato al punto di partenza.

Non ho visto la tipa fare serf.

“Come - dico - il titolo era proprio ‘Topless e surf’!” quindi rifaccio il giro e allora capisco.

Poi, atterrito e avvilito, realizzo. Mi aspettavo una cosa tipo questa:

Surfista nuda

E invece scopro che Paulina Porizkova, a un certo punto, inforca una tavoletta di polistirolo da edicola, una di quelle cose per bambini su cui si va stesi, e fa questo:

 Paulina con la tavoletta

Il suo sorriso, la sua faccia, la sua espressione è tipica di una persone che non ha la minima idea di che cosa sia il serf. Avevo probabilmente una faccia simile quando nell’ormai lontano 2004 sono sceso per la prima volta da un’onda con un attrezzo simile.

Chissà, magari questa prima session prelude ad un vero e proprio amore per il serf, come fu per me. Sta di fatto che queste foto con il serf non c’entrano veramente un cazzo.

Ed eccoci arrivati all’epilogo. Morale della favola?

Non è più nemmeno importante che davvero qualcuno almeno ci provi a fare del serf. Non c’è neanche bisogno che appaia una vera tavola. Basta la parola, per fare notizia, mannaggia. Oltre al fatto di dover assistere al deprimente show estivo italiota di milioni di ragazzetti che indossano roba da serf ma non fanno serf (e quel che è peggio non c’è onda), ora siamo costretti a vedere addirittura usi impropri della parola “surf“.

Gente, il gioco è fatto, l’invasione degli ultracorpi è completa. Quindi convertitevi al serf (quello che si fa d’inverno, sulle onde italiane), siete ancora in tempo. In regalo avrete un santo protettore.

Il luogo dell’anima (per Elly)

Posted in sono un serfista on Luglio 1st, 2008

Alle Saline di Tarquinia non si fa più il sale, ma il piccolo borgo dell’Ente Maremma costruito per ospitare gli operai del sale è ancora abitato. E’ rimasta anche una vasta laguna, protetta dai forestali e (credo) dal wwf, dove gli uccelli migratori depongono le uova e le nutrie fanno i fatti loro. La spiaggia è definita dalle due chiuse che permettono di regolare l’afflusso e il deflusso di acqua in laguna. E’ una spiaggia nera non più lunga di un chilometro al cui centro si trovano i resti di un porto etrusco/romano. Il tutto incorniciato dalle centrali di Civitavecchia a sud e Montalto a nord.

Non posso definirlo un gran bel posto, né uno spot degno di questo nome. Ma di certo questa spiaggia è legata indissolubilmente al mio serf.

Qui venni nel 1996 con il mio amico T, dopo essere stati a Banzai, con Leo e Matteo. Ci mettemmo su una delle due chiuse a valutare le onde e, senza saperne nulla, dicevamo “Sì, questo è un posto spettacolare per il serf”.

Qui, sei anni dopo, sono sceso da un’onda (con una tavoletta di polistirolo comprata all’edicola). Qui, in un giorno d’estate, ho capito cosa vuol dire quando il vento ruota da terra, il mare si stende e i picchi delle onde si alzano e si arricciano. Qui ho lanciato M su un’onda, motivo per cui oggi ho un socio. Qui, infine, ho letteralmente cambiato prospettiva sulle onde, avendone vista una per la prima volta dall’alto, in piedi sul mio roseo softboard (d’ora in poi RS).

Il primo giorno “all’inpiedi” mi ha legato indissolubilmente ad una tavola e al mare e, cosa più importante, mi ha liberato forse per sempre dall’incubo ricorrente di quando ero bambino, in cui mi tuffavo nel blu per ritrovarmi in un momento a largo senza avere la forza di tornare a riva.

Ma andiamo per gradi perché quel giorno per me è stato anche molto di più. Ecco il racconto:

E’ settembre, fa vento dal mare ed è piuttosto nuvoloso. Io, A (cioè la mia amata) e B (la mia cane) siamo sulla spiaggia. A è un po’ seccata dal clima, ma si fa prendere bene e affonda nel suo romanzo stesa sull’asciugamano. B è molto saltellante, come ogni volta che vede il mare, e tende a buttarsi in acqua. Io titubo perché inizia a fare un po’ freddo, le onde quasi non ci sono e non so se è il caso di buttarsi. Ma il desiderio di provare gli indumenti da serf appena comprati mi spinge in acqua.

Sono dentro e il mare ingrossa un po’. Con il RS è facile prendere onde (me ne accorgerò molto più tardi molto meglio) e quindi scivolo giù, steso sulla tavola, cercando di capire come si fa a saltarci sopra.

Ad un tratto capisco, anzi forse è il mio corpo a “capire”. Il movimento giusto si insinua in me e mi ritrovo là sopra, a guardare dall’alto più di 30 anni di paure, conscio di aver trovato finalmente un modo per tornare indietro, sulla terraferma.

Qui entra in gioco B. E’ preoccupata, forse pensa che mi trovi in difficoltà, corre avanti e indietro per il bagnasciuga senza sosta abbaiandomi. Alla fine si butta in acqua e viene verso di me. A prova a chiamarla, ma lei non torna indietro. Le onde, non più di 30 cm, sono per lei molto grandi (pesa 14 chili), e anche la mia distanza dalla riva, circa 80 metri, è per lei molto impegnativa.

La vedo far fatica, annaspare in balia della corrente. Viene investita più volte dalle spume, la vedo risalire a galla con sempre maggior fatica. Eppure non si dà per vinta ma a un certo punto non la vedo più per un bel po’, almeno una ventina di secondi, e questo mi fa accorrere verso il punto in cui l’avevo individuata l’ultima volta.

La trovo che ancora tenta di abbaiare. La metto sul RS, è tremante e infreddolita, e la riporto a terra.

E ‘ salva, stanchissima, quindi si mette sotto il RS a dormire, e mentre A alza gli occhi dal libro e mi sorride, lei già russa soddisfatta, convinta di avermi salvato la vita.

Ecco, mi sono detto, la storia del mio serfismo è già scritta. Non priverò mai me stesso del serf, continuerò a scoprire che posso tornare a riva, giocherò con la mia antica paura, di volta in volta spingerò più in avanti i miei limiti. E tornerò ogni volta a casa sano e salvo, perché grazie al serf sono una persona migliore, ma senza A e B questo serfista non serve a niente.

ps. Non avevo intenzione di pubblicare questa cosa, perché è davvero molto personale. Mi sono convinto di farlo dopo aver letto i commenti di Elly a “i poeti del serf”. Per questo dedico (anche) a lei questo post.

M2

Posted in serf italiano, serf estremo, sono un serfista on Giugno 25th, 2008

M ha letto Fattore M e dice che sono un ingrato. Dice che se non c’era lui col cazzo che continuavo a serfare. In più mi invita a raccontare l’ultimo evento che ci ha coinvolto e io lo faccio.

E’ rimasto senza benzina sulla Roma-Civitavecchia e ciò non sarebbe poi così grave se non fosse che per tutto il viaggio di ritorno ha fatto il coatto sgassando a palla per superarmi a 200 allora e poi quasi inchiodarmi davanti.

Io avevo una serie di 5-10 appuntamenti importantissimi ai quali non sono andato per tirarlo fuori dall’impaccio.

Quando ho osato dirgli che poteva evitare di fare il coglione si è indignato e mi ha detto la cosa seguente:

“Ero un Rilke dei motori che poetava su onde d’asfalto”

Che gli avreste fatto voi? Io dapprima ho pensato di cospargerlo di benzina e dargli fuoco. Poi ho ragionato sul fatto che più volte, in motorino, mi è capitato di pensare alla mia carreggiata come alla spalla di un’onda, alle macchine in fila sulla mia carreggiata come alla cresta che rovina giù, alla carreggiata opposta come alla “fine della corsa”, il luogo nel quale puoi sconfinare solo per quei brevissimi periodi di tempo necessari a evitare la schiuma che avanza…

Ho pensato a tutto questo, dimenticando l’intento incendiario.


lorf.surfblog.it is hosted by SurfBlog.it - La Blog Community italiana by SurfReport by SurfReport.it