Appena mi sveglio cerco olfattivamente le tracce di uno scirocco o di un libeccio in entrata. Osservo la punta degli alberi fuori dalla finestra per vedere che direzione prendono quando si alza una raffica. Poi mi affaccio, guardo a ovest, a sud, a nord per vedere se ci sono nuvole e di che forma sono.
Non sono ancora pratico di curve bariche, né ragiono ancora bene sulla forza del vento in rapporto alla superficie che esso percorrerà prima di abbattersi sulle coste del Lazio. Però quando sulla mappa delle onde dell’Università di Atene vedo il maestrale entrare dalla porta di Tolone e colorare di giallo, arancione e rosso il blu del mare, rimango per minuti interi visibilmente scosso. E ogni volta che mi imbatto in un servizio televisivo su mareggiate che spazzano le coste del Tirreno mi si stampa in faccia un sinistro sorriso.
Il mio rapporto con i telegiornali è cambiato molto. Acque agitate, burrasche in politica, relazioni e rapporti tempestosi, ondate di qualcosa (caldo, freddo etc.) sono tutte espressioni che hanno assunto un significato diverso.
Tutto questo può classificarsi come patologia, quindi sono metereopatico. Uno strano tipo di depressione, che si manifesta col bel tempo, almeno qui a Roma.
Tre anni di pensieri ossessivi sul tempo, però, hanno generato benefici alle persone con cui vivo: chi mi sta intorno non si beccherà mai un week end di brutto tempo, so sempre quando è il caso che si tirino via gli asciugamani dalla spiaggia, posso parlare per decine di ore dello stato di salute del pianeta. E inoltre, quando ci sono il sole e contemporaneamente le onde, sono la persona più gentile e amabile dell’universo.