Archive for the 'equipaggiarsi' Category

Il boa non è un serpente: meteo sicuro 1.0

Posted in equipaggiarsi on Ottobre 24th, 2009

A beneficio di chi, come me:

1. fa il serf sulla costa a nord di Roma
2. ritiene che le previsioni abbiano un senso molto relativo
3. pensa che sia meglio affidarsi alla scienza esatta

Fornisco questa immagine in cui troviamo:

a. la posizione della boa di Capo Linaro
b. la rosa dei venti

Le istruzioni sono le seguenti:

1. apri http://64.246.9.130:5555/ron/aspetti/boa.asp?ID=civ e studia altezza dell’onda, periodo, direzione del vento etc. etc.
2. apri l’immagine e traccia le dovute conseguenze

Beach bubbleboard

Posted in equipaggiarsi on Giugno 18th, 2008

Ti arriva una scatola di cartone 50×40 e pensi: mi hanno tirato un pacco, qui dentro non ci può essere una tavola da serf.

Apri la scatola, sbucci tutto e osservi bene. Trovi:

1. una pompa per l’aria molto compatta con un bocchettone semiartigianale alla fine
2. uno strano attrezzo di ferro simile a una chiave inglese ma non utilizzabile come tale
3. un piccolo misuratore di pressione
4. un foglio stampato a colori artigianalmente con una inkjet
5. un pezzo di plastica gommosa bianco e azzurro a forma di tavola da serf. In punta ha una valvola molto elaborata con un bottone rosso al centro. In coda vi sono appiccicate due cose di gomma a forma di pinne.
6. un kit con istruzioni per riparare le forature

La sensazione-pacco aumenta. Come può funzionare? Non funzionerà mai.

Allora leggi il foglio e scopri che il suo autore è il costruttore dell’attrezzo in persona. Scrive colloquialmente dalla sua location di San Diego e sembra saperla lunga su come funziona il tutto, approcciandosi al cliente come fosse un amico o un conoscente appena incontrato sulla spiaggia.

L’uomo - che nella mia immaginazione ha un cannone di white widow in bocca e indossa molte collanine - spiega che devi gonfiare la tavola fino a raggiungere le 18-22 atmosfere, facendo attenzione a non superare le 24 e determinando la pressione con un’applicazione del misuratore di pressione direttamente sulla valvola. Mai lasciarla in macchina o al sole quando fa troppo caldo, potrebbe scoppiare. Se spingi una volta il bottone rosso la valvola si apre, se spingi una seconda volta si chiude. Per gonfiare la tavola, la valvola deve essere chiusa.

L’uomo poi ti ricorda che quando è bagnata la tavola è scivolosa e quindi bisogna applicarci sopra della paraffina (ti informa anche di come piegarla quando la si sgonfia e non ci si vuole sporcare di paraffina. Fra l’altro lui per toglierla usa il phon, ma non nell’opzione “caldissimo”). Avverte infine che quell’attrezzo non è affatto sicuro, non è un giochetto qualsiasi, che bisogna saper nuotare per avventurarsi con esso in acqua e che se non sai come usarlo puoi farti davvero molto male.

Poi chiude, dicendo una cosa come “e adesso goditela”.

M… non sai se la lettura ha reso l’operazione convincente o meno. Però ti fidi - dopotutto ormai il pacco l’hai preso - e applichi la pompa alla valvola. Inizi a pompare, pompare, pompare ma non succede niente… è bucata? Continui a pompare, la pompa inizia a fare strani rumori aerofagici e pensi: “be’, qualcosa almeno cambia”, fino a quando noti che davvero la tavola si sta gonfiando, che davvero sta prendendo la forma di un fish tail 5′10” anche se un po’ troppo ciccione. Ed in breve quel coso inizia ad essere duro come un pezzo di legno, al punto che applichi il misuratore per scoprire che invece le atmosfere sono ancora troppo poche.

Ecco. Ora sei al mare con questo attrezzo bello gonfio e paraffinato a dovere. E’ cortissimo ma allo stesso tempo molto grosso, quindi hai una discreta fiducia di poter partire sull’onda, anche se non sei mai andato sotto ai 6′1”. Ovviamente hai scelto un beach break, non sia mai ti scoppi su una roccia. L’unica cosa che davvero devi affrontare è la faccia degli altri serfisti, perché con una materassone biancazzuro a forma di twin fin non sei molto credibile.

Aspetti ben bene l’onda giusta. Nel frattempo ti impratichisci con il fatto che nonostante sia corto l’attrezzo non è facile da girare. Quando l’onda arriva fai quello che sai fare e come per miracolo sei in piedi a guardare il panorama. Ma è troppo presto, non ci sei abituato, l’hai presa con un anticipo sconcertante, al punto che cadi senza un vero motivo.

Il secondo picco è a 10 metri sulla sinistra. Che fai, ci provi? Cerchi di raggiungerlo, non ce la fai neanche tanto bene, ti metti in posizione e bom, sei di nuovo in piedi là sopra, ma stavolta non vuoi cadere. Cerchi di quadagnare il piede dell’onda ma non ce la fai, ti metti proprio a cannone in perpendicolare ma niente, la tavola sembra appiccicata alla cresta.

Passa una quantità di tempo, l’onda muore a riva, e tu sei ancora li sopra. Hai spiaggiato, sei dall’altra parte della spiaggia, è assurdo.

Dici: “ho avuto culo” e riprovi, stavolta su una cosa che chiamare onda è quasi ridicolo. Lei parte, vai in punta, lei regge un po’ e poi si inabbissa.

E così via, prove su prove, per due orette.

Che dire? Non sono un manovratore, quindi non posso giudicare al riguardo della manovrabilità. Tuttavia un bel po’ di curvoni li ho fatti, con una certa facilità. La coda però è veramente troppo voluminosa, e penso che ciò crei dei problemi per le manovra più radicali.

Per il resto se costasse la metà la consiglierei alle seguenti tipologie di serfisti:

1. serfisti che viaggiano con dei non-serfisti
2. apprendisti estivi e non che non vogliono procurare danni al prossimo (in questo senso è addirittura meglio di un softboard)
3. amanti del paradosso e dell’assurdo

Unica precisazione: io ho una 5′10”. Non le fabbricano più. Non so dirvi al riguardo delle 7′6” o delle 9′.

Saludos ;)

ps. ha anche un buon rocker :)

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Fluctus Aprutii

Posted in spot italiani, equipaggiarsi on Febbraio 12th, 2008

Non ci credi quando lo vedi. Specialmente perché sei in Adriatico, e roba così da questa parte è davvero rara. Dal trabocco, se il mare è da nord o nordest, si srotola una sinistra disciplinatissima, intuibile anche da chi di onde (come ad esempio Ale e Laura) non ci capisce una mazza.

Quando e un po’ più grosso (1,5-2,0) una A frame, più sinistra che destra, apre a centro baia. E questo era il caso di sabato, quando io e Marzio, increduli, ci siamo buttati tutti contenti in quello che solo a posteriori abbiamo capito essere ghiaccio fuso. Delle 4/3 da tirrenici senza guanti e cappello rendono tutto molto difficile e le sessions ovviamente più corte. In più il mio simpatico amico aveva due corpetti da 2,5 in macchina, e non me l’ha detto.

Grotta del Saraceno, Abruzzo

Sabato abbiamo provato anche la più radicale delle 3 onde di Grotta, quella al limite sud della baia. Tutte e 3 rompono su sassi e sabbia, ma questa è molto a riva, si srotola su pochi cm di acqua, e a sinistra termina con uno scoglio grosso e ruvido. Io ho preso soprattutto questa, con tragitti brevi ma verticali a destra (ho problemi con le sinistre, mannaggia, non mi vengono spontanee). Marzio, a cui piacciono di più le sinistre, è andato meglio a centro baia.

Domenica era più piccolo e quindi siamo stati entrambi in prossimità del trabocco (solo sinistre), insieme a un gentile serfista di Benevento attrezzato per il luogo (ci ha chiesto come siamo finiti qui e io gli ho risposto che c’è internet e ho amici di vecchia data da queste parti). Arrivavano meno frequenti e un po’ flosce ma davvero lunghe (con metro adriatico). E poi, sapendo che dall’altra parte tutti gli altri erano a casa a far d’uncinetto :))

Grotta è bellissimo. Da sopra vedi ’ste barre arrivare in baia e rompere. Il luogo è isolato, tranquillo. La gente sembra non usa al serfismo. Sabato sono uscito dall’acqua per primo (vista la mancanza di corpetti). Guardavo il mare per studiare lo spot in vista del giorno seguente. Mi si è avvicinato un ragazzetto e mi ha detto: “Sei preoccupato? Ché per caso non trovi più il tuo amico? Anche noi lo abbiamo perso…”.

Grazie a tutti i locals non serfisti (D., A. e quel winder che adesso vive a VT e tra un po’ ce lo ritroviamo in Tirreno).

E grazie Mar Adriatico.

Shortboards

Posted in equipaggiarsi, sono un serfista on Novembre 14th, 2007

Gennaio 2007. Da Salvador da Bahia a Itapua, un villaggio ormai inglobato nella grande metropoli, ci sono almeno 12 chilometri di costa serfabile e una strada a 4 corsie che la segue. Il punto migliore per serfare è proprio di fronte al SESC, una struttura statale parasportiva dove si svolgono anche attività culturali. Abbiamo la fortuna di beccare il periodo in cui il SESC promuove attività sulla spiaggia: hanno messo delle enormi verande sotto cui ripararsi dal sole e questo è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Ho trovato questo posto ieri facendo footing sulla spiaggia in cerca di scivolatori di onde. Di fronte al SESC ce n’erano molti fra cui Hai, un individuo dal fisico incredibilmente asciutto. Cercavo una cosa simile al mio roseo softboard, prima di tutto, ma sembrava che nessuno ce l’avesse. Hai mi ha proposto una tavola che mi è sembrata molto corta e molto sottile e io non l’ho comprata. Oggi invece ci sono due del Clube bahiano de longboard che affittano delle 7.6 gialle. Mi lancio in acqua con una di quelle e prendo una quantità di schiaffi che ricorderò per il resto della mia vita. Le onde sono poco più alte di un metro ma io non riesco a leggere la situazione e rimango impelagato nelle spume, mentre decine e decine di serfisti e bodyboarders fanno corse assolutamente spettacolari.

Mi incaponisco e raggiungo la linea di frangenza. Di lì a breve mi ritrovo a scendere bocconi da una cosa assolutamente spumeggiante e piena di energia. La cosa mi infonde fiducia, risalgo senza nemmeno accorgermene e, dopo aver rischiato più volte di scontrarmi con tutti, collido leggermente con un serfista che inizia a mandarmi improperi bahiani. Alzo le mani e le congiungo più volte. Faccio anche qualche inchino con cui riesco a far sorridere qualcuno intorno a me. Sorrido anch’io e mi sposto ai margini dell’area in cui si accalcano i serfisti veri. Dopo qualche minuto prendo una sinistra davvero stretta e ripida. Senza neanche accorgermene mi ritrovo in mezzo a un grosso canale che porta molto a sud.

La cosa praticamente finisce lì. Sono distrutto.

Il giorno dopo, non senza aver pensato per tutta la notte a quei cinque secondi di purezza vissuti in piedi su una cosa gialla, mi scaravento al SECS. Tramite un umbro con i riccioli di cui non ricordo il nome, impatto uno shaper di Itapua che mi porta a casa sua e mi fa vedere quello che lui ha pensato per me.

Si tratta di una tavola verde, più sottile di quella di Hai, più corta e molto più leggera. Guardo me stesso da un grandangolare appeso al muro. Non posso non avere una tavola da serf. La prendo lo stesso, anche se a me quella non sembra ciò che lo shaper, l’umbro e i suoi due amici dicono essere: una cosa per principianti.

***

La vita con la tavola verde 6.1 è molto difficile e parca di soddisfazioni. All’inizio vai al mare - forse anche un po’ inorgoglito per la sfida che hai lanciato a te stesso - ma una volta in acqua non riesci a fare niente. Dopo qualche giorno inizi a scivolare un po’ ma sei sempre molto in ritardo rispetto al chiudersi dell’onda e quindi vieni regolarmente travolto. Dopo almeno una settimana di questa tortura riesci a metterti maldestramente in piedi su quella cosa microscopica e fai una corsa di 2, al massimo 3 metri. Permani in questo stato di inviluppo serfistico un tempo infinito.
Poi, però, arriva il momento magico in cui riesci palesemente a solcare una parete liscia di acqua azzurra e allora ti senti molto bene, sei veramente molto contento. Ti si apre un mondo di dettagli e dinamiche ma purtroppo è lì che nasce l’inganno. L’indomani, se vorrai rifare quella cosa là, dovrai essere performante almeno come il giorno prima. Dovrai andare a dormire presto il ché non è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Bahia, gennaio 2007
per quanto riguarda la qualità della foto vedi
Abbasso gli stereotipi, ma cazzo, almeno una foto!

È stato faticosissimo vivere con la tavola verde ma devo ammettere che mi ha fatto bene al corpo. Consiglio a tutti, adulti e piccini, almeno quattro settimane l’anno di terapia intensiva con uno shortboard.

PS. A posteriori ho visto serfare lo shaper. Non ero io ad essere scarso, era lui ad essere un campione di serf. Per tavola usava una specie di fascio di atomi appena visibile ad occhio nudo.

La tavola di G

Posted in serf italiano, equipaggiarsi on Novembre 9th, 2007

Ormai ben piazzato nelle Asturie, in un bell’appartamento pieno di comfort :) di fronte alla spiaggia, G ha scritto 3 o 4 articoli sul serf a Gijón per Surfreport. Su myspace, invece, scrive riguardo origini nordadriatiche del suo serfismo e si scopre che nel garage conserva un oggetto da culto:

Alla fine dell’estate ‘97, e dopo un bel po’ di tentativi e ferite, ero finalmente riuscito a chiudere quasi metodicamente i kickflip giù dal cubo del parco: praticamente affrontavo la transizione in FS con un angolo minore di 45º, e se ollavo ben alto, ed il track posteriore non toccavo lo spigolo, riuscivo a mantenere tutta la velocità.

Con un saltino minimo e leggero nei pochi metri a disposizione riposizionavo i piedi sulla tavola durante la corsa: il destro quasi sulle le viti anteriori con il tallone fuori, ed il sinistro sulla coda, abbastanza esterno, per poter colpire forte l’asfalto con il legno. La tavola saltava in alto tra le mie gambe, ed io con un colpetto del piede destro la facevo girare completamente sul suo asse longitudinale. E poi tiravo su le gambe, fino a che, nelle esecuzioni migliori, questa sembrava tornare verso di me, come se vi fosse una forza magnetica ad attirare le viti di fissaggio dei track giusto sotto le piante dei miei piedi: piegavo bene le ginocchia nell’atterraggio, quasi a strisciare il culo per terra, e seguivo la mia corsa sul cemento………swaaaassssshhhhhhh……………

Però quel giorno qualcosa andò storto…forse il piede posteriore troppo arretrato nell’atterraggio, o forse la tavola era già criccata…fatto sta che nella fase finale della manovra il tail mi cede, ed invece della tipica soddisfazione di un trick ben chiuso, l’unica cosa che sento sono le fibre affilate degli strati di acero spezzato graffiare la parte interna della mia gamba posteriore.

fanculo, anche la “flip” se ne è andata, un’altra fottuta tavola rotta, altre 120 fottute mila lire“: è l’unica cosa che riesco a pensare, con in bocca il sapore amaro del sangue e la frustrazione mescolato al sudore ed alla polvere di un afoso pomeriggio di fine agosto.

Ma siccome andare con la tavola a rotelle era già una droga per me da quasi 10 anni, quello stesso pomeriggio me ne andai a casa, presi le 150 mila lire che avevo guadagnato lavorando 4 giorni come magazziniere in un negozietto di profumi di Rialto quella stessa settimana, e me ne andai da A. che aveva aperto da poco uno skateshop in città.

A. aveva quasi 10 anni più di me, però era stato uno dei primi skater della mia città, e nutrivo per lui grande stima e forse anche un po’ di timore per il suo modo di fare sempre da duro, sprezzante, coi capelli lunghi, i tatuaggi e una Lada Niva scassata…c’erano leggende che lo volevano skateando da solo negli anni 80 nel freddo dell’inverno del parco, e storie che lo narravano in montagna alle 5 di mattina, da solo, con una pala, costruendo un salto con la neve fresca tra gli alberi.

Oggi A. ha un bel negozio in centro, ma a quei tempi si trattava solo di un piccolo locale di circa 10m2, vicino al parco periferico dove si sono formate almeno tre o quattro generazioni di skaters mestrini, addobbato alla bella e meglio con dei vecchi skateboards, e quattro espositori di legno fatti a mano; aveva poca merce, quasi tutto hardware: qualche tavola, dei tracks, ruote, e viti. C’era anche qualche maglietta e qualche felpa, ma niente di più: non era un negozio di abbigliamento.

E fuori, appoggiata al muro c’era una tavola di resina bianca, lunga circa due metri e mezzo, con la bordatura azzurra, una linea nera lungo l’asse centrale, tre pinnette resinate, una coda rotondeggiante…una vera tavola da surf!! Era la prima volta che ne vedevo una dal vivo, anche se avevo un adesivo in camera con Kalani Rob intubato in un’onda di acqua cristallina che mi piaceva parecchio. Cercai di nascondere con una specie di disprezzo disincantato il mio totale abbandono alla bellezza, quasi sensuale, di quell’oggetto:

Io:e quella cos’è?!? una tavola da surf?!?!?
A.:certo, cosa vuoi che sia? l’ha shapeata P., di Montebelluna
Io:e che cazzo ci fai qua con una tavola da surf? Qui non ci sono onde per fare surf!
A.:certo che ci sono, devi andare al mare quando ci sono più di 20 nodi di vento, adesso in autunno è il periodo giusto
Io:e quanto costa?
A.:150 mila lire

In quell’istante apparvero in ordine cronologico davanti ai miei occhi le immagini dei cavalloni della spiaggia della mia lontana Gela, con cui giocavo intimorito da piccolo; apparvero le scie dei windsurfisti di San Leone che correvano veloci quando il vento tirava forte e mia madre mi vietava di fare il bagno; apparve il padre di un bambino con cui giocavo nel campeggio di Menfi (dove mi portava mio padre da piccolo per insegnarmi a nuotare ed ad amare il mare come lui), che era andato a recuperare con la tavola a vela il pallone che il forte vento aveva portato in alto mare in una giornata dove il Canale di Sicilia faceva paura, scomparendo lontano tra le schiume infuriate di una forte sciroccata, mentre suo figlio piangeva disperato; apparve il servizio di Usa Today che avevo registrato su VHS e guardato decine e decine di volte, dove Mastrotta faceva vedere un video (un paio di minuti al massimo) dei surfisti di Santa Cruz in California, che diceva essere surfisti “skate-movers”, perchè correvano piccole onde come se fossero su una tavola da skate; apparvero (e come no…) le immagini iniziali del film Big Wednesday che avevo visto l’estate prima la notte insonne prima dell’esame di maturità; apparve Kalani, appiccicato sul mio armadio tra i poster dei concerti punk-hc, che mi faceva un sorriso ammiccante dalle profondità del potente tubo di acqua cristallina, e che sapeva esattamente tutto quello che mi passava per la testa.

Quel giorno tornai a casa con lo skateboard spezzato, una tavola da surf sotto il braccio, e la promessa di A. di portarmi con lui al mare le prime volte che c’era vento forte.

Chissà cosa pensò la gente dell’entroterra lagunare veneziano vedendomi passare tra i palazzi di cemento con un surfboard in tempi assolutamente non sospetti…a casa non smettevo di guardarla e toccarla e facevo le prove di remata e salto in piedi appoggiato sul letto di camera mia; mia madre quel giorno abbandonò tutte le speranze di una mia maturazione e mio padre pensò sicuramente, dato il suo sguardo severo, che ero uno stupido che si era fatto infinocchiare da uno scaltro commerciante, non bastava che già con ormai quasi vent’anni andavo a “giocare allo skate”.

Ma io lo sapevo che non era così: sui due lati della coperta della tavola, parallelamente ai bordi azzurri, c’era scritto NEW WAVE.

La tavola di G

Su myspace G ha messo altre foto di questo incoerente attrezzo, una tavola davvero molto strana (molto più strana del mio softboard rosa). Come dice lui stesso:

Le misure sono sconosciute ai più (forse anche a lui), ma misura circa 2,5mt ed è larga circa 58cm, le pinnette sono fisse resinate, e la coda è round pin (assurda per una tavola di sto tipo…). E’ l’esempio classico di ibrido-malibù, fatto da un pazzo che nelle nebbiose giornate del Veneto ha creduto nel sogno di surfare l’Adriatico del Nord. La dima centrale è totalmente fuori asse!!

G ha serfato con la tavola di un pazzo per qualche anno da solo, o con A., a Punta Sabbioni, al Phoenix e a Cortellazzo. “La punta della tavola si spezzò nell’autunno del ‘99 su un risaccone di Punta Sabbioni”.

Che dire? Io una serfata nordadriatica col vecchio NEW WAVE ce la farei… serfare sulla storia del serf (italiano) deve essere una bella cosa…

Il roseo softboard

Posted in equipaggiarsi, serf estremo, sono un serfista on Novembre 6th, 2007

Il 12 agosto 2004 prendo 10-15 schiume sulla spiaggia delle Saline di Tarquinia con una tavoletta di polistirolo. Il giorno dopo, non avendo intenzione di interrompere una carriera di serfista dall’inizio così brillante, decido di comprarmi una tavola da serf.

Il primo problema è il budget. Cioè non ho abbastanza euro per comprare quella mini australiana che sta appesa sul soffitto del piano di sotto di Hotline, il negozio che ho eletto come mio negozio di serf nonostante non sia per niente fornito.

Il secondo problema è che non so assolutamente nulla di serf, figurarsi se so qualcosa sulle tavole.

A dire il vero non so neanche che quella tavola che mi piace così tanto è una minimalibù: ai miei occhi è la tavola da serf per antonomasia e la vorrei.

Il tipo del negozio ne parla davvero bene. Dice che è della misura giusta per imparare, 7 piedi e 6, ma io non ho la minima idea di quanto misuri un piede. E nemmeno so che ci vogliono 12 pollici per fare un piede.

Quando il tipo dice “offertissima 500 euro” io di riflesso rispondo: “e quell’altra?”, indicando quella che ora è la tavola di Marzio, cioè una NSP 7.2.

Costa 340 euro e mi sembra una buona tavola ma non sono convinto, non so perché. Il tipo però ha solo 2 tavole in negozio e quindi vedendomi poco propenso a tirar fuori il portafogli spara l’ultimo colpo: “be’, potresti comprarti un softboard. Noi ci facciamo spedire questi della Surface che non sono per niente male e costano poco”.

“Mm” penso. Softboard è un po’ come softball… ma poi lui, aiutandosi con le foto che appaiono su alcuni siti, inizia a spiegarmi le caratteristiche dei softboard e - senza rendersene conto - mi dà la prima lezione teorica di serf su:

  1. lunghezza e panciosità delle tavole;
  2. numero e ruolo delle pinne;
  3. esistenza del lisc;
  4. etc.

Inoltre capisco che comprando un softboard:

  1. non dovrò mettere paraffina sulla tavola;
  2. non farò male a nessuno e nemmeno a me stesso perché la tavola è morbida (anche se solida);
  3. risparmierò del danaro con cui acquisterò accessori vari fra cui il lisc.

Il tipo termina con “per te ci vuole una 7 piedi” e io gli dico: “ok, la voglio arancione”.

***

 

Esco dal negozio serfando. Non esco dal loop fino al martedì successivo, giorno in cui dovrebbe arrivare la tavola.

La tavola arriva ma il trasporto l’ha danneggiata e il tipo del negozio la rimanda indietro. Non sto più nella pelle, chiamiamo il distributore (che sta a Lucca) il quale dice che hanno finito le tavole arancioni e che da 7 piedi è rimasta solo rossa.

Ok, vada per la rossa, dico. Passano altri 3 giorni e arriva finalmente il mio attrezzo. Ma non è rosso. A meno che un rosa scuro vagamente fuksia sia catalogabile sotto la categoria “rosso”.

Surface rosa 7?

Sì, può far ridere. Ha fatto ridere anche a me. Ma con questo attrezzo rosa ho imparato (rigorosamente in solitudine e non tanto bene) a scivolare sulle onde.

Teahupoo con un 6′8”

Posted in equipaggiarsi on Agosto 4th, 2007

Qualsiasi serfista incontri al mondo ti dice che le tavole da serf si dividono in longboard (tavole lunghe) e shortboard (tavole corte). Qualcuno ti dirà anche che c’è una via di mezzo (la cosiddetta minimalibù), che per iniziare a serfare questa “ibrida” è ottima anzi, che la “mini” è quasi fatta apposta per chi deve imparare e che col tempo deciderai se sei uno-da-short (shortboarder) o uno-da-long (longboarder).

In verità nella maggior parte dei casi uno shortboarder ti consiglierà un mini “tendente allo short”. Un longboarder farà lo stesso nella direzione opposta. In pochi ti spiegheranno che le tavole non sono solo questione di lunghezza, che ci sono altri parametri sui quali scegliere una tavola da principiante.

Soprattutto: nessuno ti dirà che le mini sono tavole fantastiche, per di più perfette per i nostri mari “ibridi”. Ho sentito frasi come: “i minimalibù sono tavole che usano i principianti, i ragazzini o le ragazze che si avvicinano a questo sport”. Invece, non ho mai sentito frasi come: “con una mini si può fare qualsiasi cosa, ad esempio serfare sull’onda più incazzata del pianeta”.

Non ce l’ho con nessuno, una spiegazione c’è: questa cosa succede perché il serf è anche uno sport e le mini non sono tavole da competizione. In una competizione devono esserci delle categorie e una mini non è categorizzabile perché fa tutto in maniera ben poco categorica.

Due ragionamenti/suggerimenti finali:

  • se non hai nessuna intenzione di praticare il serf per competere con qualcuno comprati una mini, e compratela buona: la userai per molto tempo;
  • se sei già un serfista e qualcuno ti chiede che tavola comprare per iniziare, cerca di capire se il neofita vuole essere o meno uno-da-competizione, prima di chiedere cose incomprensibili ai più come “ti piace scivolare in cresta o fare manovre nel cavo?”.

Questo, ovviamente, non significa che un serfista non voglia/possa/debba avere tavole di tutte le lunghezze e le fogge, per affrontare le onde con la miglior tavola possibile. E’ naturale che ciò avvenga, ed è bello avere la possibilità di farlo. Termino con le parole di un amico di Livorno, che ho scoperto essere un serfista in pensione: “da ragazzino avevo 10-15 tavole… ora me ne è rimasta una sola, una mini fantastica”.

La tavola

Posted in equipaggiarsi on Luglio 28th, 2007

La tavola da serf è un oggetto incredibilmente evoluto perché per immaginarlo gli esseri umani hanno dovuto pensare una cosa assurda: una persona che si mette in piedi su un alcunché per scivolare giù da un’onda, ritenendo che ciò si debba fare perché è divertente.

Mettiamola in un altro modo: un alieno piomba nel 1700 sul pianeta terra e per prima cosa vede un hawaiano che serfa con il sorriso sulla bocca su una bomba di 4 metri… cosa può pensare l’alieno dell’hawaiano? Che è scemo? O che è un essere assolutamente evoluto? Posso concedere questo: l’alieno può pensare a un essere estremamente evoluto che fa lo scemo…

L’esistenza stessa della tavola da serf testimonia del raffinato livello evolutivo raggiunto dall’essere umano. Altrettanto non si può dire dei serfisti, ovviamente. Ma questo è un altro discorso.

Il filo del serf

Posted in equipaggiarsi on Luglio 24th, 2007

Quel filo di plastica che ti assicura la caviglia o il ginocchio al serf si chiama lisc (leash in inglese). Il lisc ti salva spesso in situazioni varie. Tuttavia non fa che attorcigliarsi attorno a qualche arto. Ovviamente l’attorcigliamento avviene quasi sempre in momenti inopportuni tipo:

  1. stanno arrivando due metri e mezzo gonfi e potenti, tu stai per esserne travolto;
  2. hai appena avuto successo in un extremely-early-take-off che ti ha permesso di studiarti nei dettagli lo svolgersi della spalla dell’onda;
  3. stai camminando sulla spiaggia controvento.

Puoi andare in qualsiasi negozio di serf del mondo, puoi scavare in tutti gli anfratti più cult della internet, puoi essere disposto a spendere qualsiasi cifra, ma non troverai mai un lisc che non ti si attorcigli agli arti.

La tuta da serf

Posted in equipaggiarsi on Luglio 24th, 2007

La tuta da serf fa parte dell’equipaggiamento base di un serfista del Mar Mediterraneo. Chi non comprende questo concetto è bel lontano dal capire che cosa è il serf da noi.

La tuta da serf è un oggetto che manda un odore - tipo trielina - al quale il naso si assuefà immediatamente. La tuta da serf e serfare sono più o meno la stessa cosa dal punto di vista della memoria olfattiva.

La tuta da serf è un indumento difficile da mettere e da togliere. Poiché normalmente ci pisci dentro, è classificabile anche come indumento intimo. Talvolta si squarcia ed è allora che davvero ti rendi conto di quanto cazzo fa freddo d’inverno nel Mar Mediterraneo, di quale assurdità ti sei messo a fare all’alba del 15 gennaio.

La tuta da serf, però, è anche una delle cose più eleganti che si possano indossare, anzi la più elegante in assoluto. Non riesco a immaginarmi in un abito più stiloso di una tuta da serf, e non riesco a capire perché la gente - tutta la gente - non vada in giro vestita con tute da serf appositamente pensate per non pisciarci dentro.

Altra cosa che non riesco a capire è perché nessuna delle grandi aziende che spendono miliardi a inventare nuove tute da serf non ha mai ancora commercializzato una tuta da supereroe, tipo da Uomo Ragno.

Mah… misteri.


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