Family surfing
Non so se quella dei serfisti italiani può essere chiamata una “comunità ”. Parlerei piuttosto di piccole “comunità locali”, anche se certamente il network negli ultimi tempi ha dato i suoi frutti in termini di “coscienza collettiva”. Di certo so che in alcune aree del Lazio il serfismo all’italiana, oltre a produrre un discreto businness destinato fra l’altro a montare (con mostruose conseguenze a livello di traffico in mare), ha generato nel giro di trent’anni una vera e propria tradizione locale. E ciò è avvenuto perché sono pochi, pochissimi i/le serfisti/e che non passano la propria passione alle/i figlie/i.
Il risultato è che a partire dalle prime domeniche di giugno le line-up e gli inside di diverse spiagge diventano luoghi di incontro per diverse generazioni di serfisti. Senti un chiacchiericcio allegro di bambini che chiedono informazioni ai padri e voci cupe di “vecchietti” che dicono cose sagge ai piccoletti. Vedi nascere amori fra giovanissime longboarders in scafandro invernale e inquartatissimi adolescenti in shorts e magliettina ultimo grido, mentre qualche disavveduto ragazzetto viene redarguito dai bagnini perché è stato così idiota da mettersi con lo shortboard appuntito in mezzo ai bambini piccoli e ha rischiato più volte di impalarne uno.
Non mancano le caratteristiche “italianate”: a riva attendono madri apprensive (”Dai Giacomo, esci che hai le dita lesse!”, “Ma mamma, proprio adesso che arrivano sono le onde!”), la pizza alle 5, poi il sole tramonta e tutti a casa, che nonna ha preparato la pasta al forno etc. etc.
Questa dimensione del serf in Italia, forse la più significativa, non fa surf culture, almeno sui giornali e in televisione, e quindi la gran massa ne sa ben poco.
E’ meglio così?