Alle Saline di Tarquinia non si fa più il sale, ma il piccolo borgo dell’Ente Maremma costruito per ospitare gli operai del sale è ancora abitato. E’ rimasta anche una vasta laguna, protetta dai forestali e (credo) dal wwf, dove gli uccelli migratori depongono le uova e le nutrie fanno i fatti loro. La spiaggia è definita dalle due chiuse che permettono di regolare l’afflusso e il deflusso di acqua in laguna. E’ una spiaggia nera non più lunga di un chilometro al cui centro si trovano i resti di un porto etrusco/romano. Il tutto incorniciato dalle centrali di Civitavecchia a sud e Montalto a nord.
Non posso definirlo un gran bel posto, né uno spot degno di questo nome. Ma di certo questa spiaggia è legata indissolubilmente al mio serf.
Qui venni nel 1996 con il mio amico T, dopo essere stati a Banzai, con Leo e Matteo. Ci mettemmo su una delle due chiuse a valutare le onde e, senza saperne nulla, dicevamo “Sì, questo è un posto spettacolare per il serf”.
Qui, sei anni dopo, sono sceso da un’onda (con una tavoletta di polistirolo comprata all’edicola). Qui, in un giorno d’estate, ho capito cosa vuol dire quando il vento ruota da terra, il mare si stende e i picchi delle onde si alzano e si arricciano. Qui ho lanciato M su un’onda, motivo per cui oggi ho un socio. Qui, infine, ho letteralmente cambiato prospettiva sulle onde, avendone vista una per la prima volta dall’alto, in piedi sul mio roseo softboard (d’ora in poi RS).
Il primo giorno “all’inpiedi” mi ha legato indissolubilmente ad una tavola e al mare e, cosa più importante, mi ha liberato forse per sempre dall’incubo ricorrente di quando ero bambino, in cui mi tuffavo nel blu per ritrovarmi in un momento a largo senza avere la forza di tornare a riva.
Ma andiamo per gradi perché quel giorno per me è stato anche molto di più. Ecco il racconto:
E’ settembre, fa vento dal mare ed è piuttosto nuvoloso. Io, A (cioè la mia amata) e B (la mia cane) siamo sulla spiaggia. A è un po’ seccata dal clima, ma si fa prendere bene e affonda nel suo romanzo stesa sull’asciugamano. B è molto saltellante, come ogni volta che vede il mare, e tende a buttarsi in acqua. Io titubo perché inizia a fare un po’ freddo, le onde quasi non ci sono e non so se è il caso di buttarsi. Ma il desiderio di provare gli indumenti da serf appena comprati mi spinge in acqua.
Sono dentro e il mare ingrossa un po’. Con il RS è facile prendere onde (me ne accorgerò molto più tardi molto meglio) e quindi scivolo giù, steso sulla tavola, cercando di capire come si fa a saltarci sopra.
Ad un tratto capisco, anzi forse è il mio corpo a “capire”. Il movimento giusto si insinua in me e mi ritrovo là sopra, a guardare dall’alto più di 30 anni di paure, conscio di aver trovato finalmente un modo per tornare indietro, sulla terraferma.
Qui entra in gioco B. E’ preoccupata, forse pensa che mi trovi in difficoltà, corre avanti e indietro per il bagnasciuga senza sosta abbaiandomi. Alla fine si butta in acqua e viene verso di me. A prova a chiamarla, ma lei non torna indietro. Le onde, non più di 30 cm, sono per lei molto grandi (pesa 14 chili), e anche la mia distanza dalla riva, circa 80 metri, è per lei molto impegnativa.
La vedo far fatica, annaspare in balia della corrente. Viene investita più volte dalle spume, la vedo risalire a galla con sempre maggior fatica. Eppure non si dà per vinta ma a un certo punto non la vedo più per un bel po’, almeno una ventina di secondi, e questo mi fa accorrere verso il punto in cui l’avevo individuata l’ultima volta.
La trovo che ancora tenta di abbaiare. La metto sul RS, è tremante e infreddolita, e la riporto a terra.
E ‘ salva, stanchissima, quindi si mette sotto il RS a dormire, e mentre A alza gli occhi dal libro e mi sorride, lei già russa soddisfatta, convinta di avermi salvato la vita.
Ecco, mi sono detto, la storia del mio serfismo è già scritta. Non priverò mai me stesso del serf, continuerò a scoprire che posso tornare a riva, giocherò con la mia antica paura, di volta in volta spingerò più in avanti i miei limiti. E tornerò ogni volta a casa sano e salvo, perché grazie al serf sono una persona migliore, ma senza A e B questo serfista non serve a niente.
ps. Non avevo intenzione di pubblicare questa cosa, perché è davvero molto personale. Mi sono convinto di farlo dopo aver letto i commenti di Elly a “i poeti del serf”. Per questo dedico (anche) a lei questo post.