Archive for Novembre, 2007

Serf al naturale

Posted in i primi serfisti d'italia on Novembre 28th, 2007

In Versilia, intorno al 1980, spuntarono quattro protoserfisti italiani: Alessandro Dini, suo fratello Michele, Francesco Farina detto Checco e Ario Bertacca.

Fra di loro c’è un protoshaper nazionale, Michele, che a detta di suo fratello un giorno si mise a fabbricare tavole “con materiali improbabili ispirandosi a una puntata dei Flintstones” (non è chiaro se i due fratelli avessero già qualche tavola o dovettero costruirsene una per potersi buttare in acqua).

Michele Dini

Michele Dini nel Sinis

Nel 1981 i quattro andarono a Biarritz e da lì non si staccarono più dal serf. Alessandro nel 1983 fondò il Natural Surf Club, il primo in Italia (dall’88 poi il club si spostò in Darsena). Poi, più avanti, il primo surf shop e la prima rivista (Surf Magazine, poi divenuta Surf Latino).

Natural surf 1

Alessandro Dini davanti
al suo surfshop

Ario e Francesco, nel frattempo, serfavano a Marina di Pietrasanta, sulla spiaggia del bagno Wanda.

Francesco Farina 2
Francesco Farina in Darsena
Francesco Farina 1
al molo

Lì, c’erano diversi bambini - come spesso succede - fra cui Michele Puliti che, a soli undici anni, si mise a fare tavole da serf.

Michele Puliti

Alessandro Dini ha fatto molte altre cose per il serf italiano, fra cui:

  1. dare lezioni di serf al commissario tecnico della nazionale di calcio italiana;
  2. dare i primi “segnali di serf” alla Sardegna;
  3. essere al centro di decine di iniziative serfististiche;
  4. fare questa foto a Graziano Lai nel 2005 a Capo Mannu:


leggi anche Storia di uno swell

Ma non finisce qui, anzi. Michele Puliti è ancora lì che fa tavole (Olasurfboards). Il Bagno Wanda è diventato il Wanda Surf Resort, gestito dalla “famiglia Bertacca”. E i figli di Alessandro Dini e Francesco Farina, Jacopo e Aaron, serfano sulle onde scoperte dai loro padri. Ecco cosa dice Francesco nel 2004 al termine del Quiksilver Supergrommets:

“Non mi vergogno a dire che ho avuto le lacrime agli occhi quando mi sono reso conto che in acqua c’erano i nostri figli a gareggiare, l’uno contro l’altro, proprio come accadeva oltre 20 anni a tra me, Alessandro e Michele… un momento indimenticabile”

Quiksilver Supergrommet Italia 2004
(Aaron e Jacopo, 9? e 6 anni nel 2004)

Si sà, con le seconde generazioni, così come nel caso degli immigrati, inizia la storia e finisce il mito.

Avete preso Godzilla, ridateci almeno il suo serf!

Posted in spot italiani, serf italiano on Novembre 25th, 2007

Alcuni localz sono molto, molto irragionevoli. Ma forse meno irragionevoli di altri. Nel 2006 - il contesto è un’intervista a Jeff Hakman, Dave Kalama e Mark Richards in visita in Sardegna - l’intervistatore parlava così del localismo in Sardegna:

Se un cagliaritano viene ad Oristano già lo guardiamo male. Se Diddo va al godzilla i locali gli dicono tranquillamente che lui lì non ci può surfare. Ma Diddo, è parte della storia qua e surfava il Godzilla anni e anni prima di loro con Bobo Lutzu e pochi altri. Sarà tra i primi 4/8 che hanno surfato quello spot che poi gli è stato proibito. Lo spot in cui abbiamo surfato ieri io, Dave e Phill. Dave, voi lì non ci avreste potuto surfare.

Immagino due vecchi amici, pionieri del serf in Sardegna e in Italia, che non possono serfare insieme in uno dei luoghi che hanno serfato per primi. Immagino anche un Dave Kalama a cui qualcuno dice: “non sei di Oristano, esci di qui”… Fa davvero ridere…

Ma a mio modo di vedere la cosa più umiliante per un oristanese geloso del Godzilla è invece questa frase di Jeff Hakman:

Qua il livello di surf non è così alto che tutti possono divertirsi senza prendere la cosa troppo sul serio

Il ragazzo del serf

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Novembre 23rd, 2007

A giudicare dal vestiario e dall’automobile, questa foto deve essere fine ‘70 o inizio ‘80.

Marco Fracas, diane

I tre individui sembrano abbastanza usi alla pratica dello scivolar sull’onde, al punto che sulla propria vettura trasportano tavole da serf.

Uno di loro (al centro?) è Marco Fracas, un giovane di Bogliasco che, a detta di tutti, fu il primo a lanciarsi nella baia del paese per catturare un’onda.

Bogliasco, vista

A meno che non si diano per vere le leggende riguardanti giovani militari americani (l’esercito del surf?) lanciatisi durante gli anni ‘60 in prossimità delle basi NATO di Camp Darby (LI) e Gaeta (LT), il momento in cui Marco prese un’onda è da considerarsi il primo “surf act” nella storia d’Italia.

P.S. Può anche non essere andata così ma è fuori di dubbio che Bogliasco sia oggi uno dei luoghi dove maggiore si sente il richiamo a una tradizione autoctona. E ciò - come dicono gli attuali serfisti di Bogliasco - è dovuto a Marco Fracas.

P.P.S. Marco serfa ancora (anzi fa le gare) e, come tutti quelli della vecchia guardia, ha una certa passione per le onde grosse.

Fracas, Varazze (Inside)

Ride the wild surf: nell’inferno dell’inside

Posted in le regole del serf on Novembre 20th, 2007

Sulle spiagge si può individuare una linea immaginaria che corre parallelamente alla costa, oltre la quale i flutti non frangono. Le onde si prendono lì: nel punto in cui cessano di essere una mera ondulazione del mare e iniziano a rompersi (non confondetevi con le schiume che vedete all’orizzonte in una giornata di forte vento…).
Dunque, per individuare quella che in inglese si chiama line-up bisogna guardare il mare e trovare l’altezza oltre la quale l’acqua non fa schiuma. Tutto il pezzo di mare che separa la costa dalla linea di frangenza prende il nome di inside.

La linea di frangenza dei flutti è di norma molto più a largo di quanto generalmente ci si spinga per nuotare. Raggiungerla, spesso, non è facile: bisogna remare sul serf molto a lungo e bisogna superare le maledette onde dell’inside o evitarne il più possibile l’impatto. Per questo il grado zero del serf si misura principalmente sulla capacità del singolo di raggiungere la linea di frangenza dei flutti. In altre parole: quello che una persona fa sull’onda è solo affar suo, ma chi non riesce a raggiungere la line-up senza disturbare le corse degli altri non può dirsi un serfista.

A chi non pratica il serf a questo livello è consigliato frequentare spot poco battuti, oppure entrare in acqua quando le onde non sono molto grosse. Personalmente vado in luoghi solitari quando mi sento stanco o voglio prendermela comoda.

Un consiglio a chi inizia: buttati in acqua in una giornata di onde in cui ti butteresti anche senza serf. Entra da solo, il problema di non disturbare gli altri è una materia a sé e può essere affrontata più avanti. Cerca sempre di misurare la tua paura (non sentirla è preoccupante) e prova a superarla compiendo atti razionali anche se coraggiosi.

Un consiglio per chi inizia a 40 anni: ogni volta che esci dall’acqua apprezza i benefici che questa attività fisica ti ha procurato. Non avere paura di metterci 20 anni, applicati al momento, consideralo un idromassaggio norvegese. Il mare è come la maestra delle elementari: ti insegna delle cose essenziali.

Surfpress.org

Posted in varie on Novembre 19th, 2007

Stavo guardando alcune specifiche di Wordpress, il software con cui faccio questo blog, e mi sono trovato di fronte a un pezzo intitolato “the wordpress.com story”. La foto che ritrae The Automattic team, cioè il gruppo di inventori del software, mi fa sentire queste persone molto vicine:

The Automattic team at Stinton Beach

 

Shortboards

Posted in equipaggiarsi, sono un serfista on Novembre 14th, 2007

Gennaio 2007. Da Salvador da Bahia a Itapua, un villaggio ormai inglobato nella grande metropoli, ci sono almeno 12 chilometri di costa serfabile e una strada a 4 corsie che la segue. Il punto migliore per serfare è proprio di fronte al SESC, una struttura statale parasportiva dove si svolgono anche attività culturali. Abbiamo la fortuna di beccare il periodo in cui il SESC promuove attività sulla spiaggia: hanno messo delle enormi verande sotto cui ripararsi dal sole e questo è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Ho trovato questo posto ieri facendo footing sulla spiaggia in cerca di scivolatori di onde. Di fronte al SESC ce n’erano molti fra cui Hai, un individuo dal fisico incredibilmente asciutto. Cercavo una cosa simile al mio roseo softboard, prima di tutto, ma sembrava che nessuno ce l’avesse. Hai mi ha proposto una tavola che mi è sembrata molto corta e molto sottile e io non l’ho comprata. Oggi invece ci sono due del Clube bahiano de longboard che affittano delle 7.6 gialle. Mi lancio in acqua con una di quelle e prendo una quantità di schiaffi che ricorderò per il resto della mia vita. Le onde sono poco più alte di un metro ma io non riesco a leggere la situazione e rimango impelagato nelle spume, mentre decine e decine di serfisti e bodyboarders fanno corse assolutamente spettacolari.

Mi incaponisco e raggiungo la linea di frangenza. Di lì a breve mi ritrovo a scendere bocconi da una cosa assolutamente spumeggiante e piena di energia. La cosa mi infonde fiducia, risalgo senza nemmeno accorgermene e, dopo aver rischiato più volte di scontrarmi con tutti, collido leggermente con un serfista che inizia a mandarmi improperi bahiani. Alzo le mani e le congiungo più volte. Faccio anche qualche inchino con cui riesco a far sorridere qualcuno intorno a me. Sorrido anch’io e mi sposto ai margini dell’area in cui si accalcano i serfisti veri. Dopo qualche minuto prendo una sinistra davvero stretta e ripida. Senza neanche accorgermene mi ritrovo in mezzo a un grosso canale che porta molto a sud.

La cosa praticamente finisce lì. Sono distrutto.

Il giorno dopo, non senza aver pensato per tutta la notte a quei cinque secondi di purezza vissuti in piedi su una cosa gialla, mi scaravento al SECS. Tramite un umbro con i riccioli di cui non ricordo il nome, impatto uno shaper di Itapua che mi porta a casa sua e mi fa vedere quello che lui ha pensato per me.

Si tratta di una tavola verde, più sottile di quella di Hai, più corta e molto più leggera. Guardo me stesso da un grandangolare appeso al muro. Non posso non avere una tavola da serf. La prendo lo stesso, anche se a me quella non sembra ciò che lo shaper, l’umbro e i suoi due amici dicono essere: una cosa per principianti.

***

La vita con la tavola verde 6.1 è molto difficile e parca di soddisfazioni. All’inizio vai al mare - forse anche un po’ inorgoglito per la sfida che hai lanciato a te stesso - ma una volta in acqua non riesci a fare niente. Dopo qualche giorno inizi a scivolare un po’ ma sei sempre molto in ritardo rispetto al chiudersi dell’onda e quindi vieni regolarmente travolto. Dopo almeno una settimana di questa tortura riesci a metterti maldestramente in piedi su quella cosa microscopica e fai una corsa di 2, al massimo 3 metri. Permani in questo stato di inviluppo serfistico un tempo infinito.
Poi, però, arriva il momento magico in cui riesci palesemente a solcare una parete liscia di acqua azzurra e allora ti senti molto bene, sei veramente molto contento. Ti si apre un mondo di dettagli e dinamiche ma purtroppo è lì che nasce l’inganno. L’indomani, se vorrai rifare quella cosa là, dovrai essere performante almeno come il giorno prima. Dovrai andare a dormire presto il ché non è un fatto ben accolto da Ale, Rosi, Gilargili, Kor e Ale.

Bahia, gennaio 2007
per quanto riguarda la qualità della foto vedi
Abbasso gli stereotipi, ma cazzo, almeno una foto!

È stato faticosissimo vivere con la tavola verde ma devo ammettere che mi ha fatto bene al corpo. Consiglio a tutti, adulti e piccini, almeno quattro settimane l’anno di terapia intensiva con uno shortboard.

PS. A posteriori ho visto serfare lo shaper. Non ero io ad essere scarso, era lui ad essere un campione di serf. Per tavola usava una specie di fascio di atomi appena visibile ad occhio nudo.

Operation crossroads

Posted in il campo da giuoco on Novembre 12th, 2007

Il primo luglio 1946, presso l’atollo di Bikini, ABLE fu fatta esplodere a 158 metri sopra il livello del mare.

ABLE, 1 luglio 1946

Il 25 luglio fu invece BAKER ad esplodere, 27 metri sotto il livello del mare.

BAKER, 25 luglio 1946

Quelle navi che sono piazzate sotto il fungo furono messe lì per capire che fine avrebbero fatto. Ci permettono di misurare l’altezza della colonna d’acqua che si alzò: BAKER generò un’onda di almeno 29 metri, pari a 88,292 piedi, cioè qualcosa di gran lunga più grande di ciò che si trova (normalmente) in natura.

Se credete che nessuno abbia pensato alla bomba H in associazione al serf sbagliate di grosso: la Rip Curl ha fatto una tuta da serf proprio con quel nome.

E se pensate che nessuno abbia mai serfato un’esplosione vi sbagliate ancora:

Di qui il paradosso: se la natura non ci avesse regalato le onde nessuno avrebbe fatto il serf, ma ora che il serf è una “cosa acquisita” c’è chi non esiterebbe a distruggere la natura per serfare.

Sono sicuro, e lo dico con profonda mestizia, che qualche serfista, se ce lo avessero portato, avrebbe provato a serfare able o baker.

La tavola di G

Posted in serf italiano, equipaggiarsi on Novembre 9th, 2007

Ormai ben piazzato nelle Asturie, in un bell’appartamento pieno di comfort :) di fronte alla spiaggia, G ha scritto 3 o 4 articoli sul serf a Gijón per Surfreport. Su myspace, invece, scrive riguardo origini nordadriatiche del suo serfismo e si scopre che nel garage conserva un oggetto da culto:

Alla fine dell’estate ‘97, e dopo un bel po’ di tentativi e ferite, ero finalmente riuscito a chiudere quasi metodicamente i kickflip giù dal cubo del parco: praticamente affrontavo la transizione in FS con un angolo minore di 45º, e se ollavo ben alto, ed il track posteriore non toccavo lo spigolo, riuscivo a mantenere tutta la velocità.

Con un saltino minimo e leggero nei pochi metri a disposizione riposizionavo i piedi sulla tavola durante la corsa: il destro quasi sulle le viti anteriori con il tallone fuori, ed il sinistro sulla coda, abbastanza esterno, per poter colpire forte l’asfalto con il legno. La tavola saltava in alto tra le mie gambe, ed io con un colpetto del piede destro la facevo girare completamente sul suo asse longitudinale. E poi tiravo su le gambe, fino a che, nelle esecuzioni migliori, questa sembrava tornare verso di me, come se vi fosse una forza magnetica ad attirare le viti di fissaggio dei track giusto sotto le piante dei miei piedi: piegavo bene le ginocchia nell’atterraggio, quasi a strisciare il culo per terra, e seguivo la mia corsa sul cemento………swaaaassssshhhhhhh……………

Però quel giorno qualcosa andò storto…forse il piede posteriore troppo arretrato nell’atterraggio, o forse la tavola era già criccata…fatto sta che nella fase finale della manovra il tail mi cede, ed invece della tipica soddisfazione di un trick ben chiuso, l’unica cosa che sento sono le fibre affilate degli strati di acero spezzato graffiare la parte interna della mia gamba posteriore.

fanculo, anche la “flip” se ne è andata, un’altra fottuta tavola rotta, altre 120 fottute mila lire“: è l’unica cosa che riesco a pensare, con in bocca il sapore amaro del sangue e la frustrazione mescolato al sudore ed alla polvere di un afoso pomeriggio di fine agosto.

Ma siccome andare con la tavola a rotelle era già una droga per me da quasi 10 anni, quello stesso pomeriggio me ne andai a casa, presi le 150 mila lire che avevo guadagnato lavorando 4 giorni come magazziniere in un negozietto di profumi di Rialto quella stessa settimana, e me ne andai da A. che aveva aperto da poco uno skateshop in città.

A. aveva quasi 10 anni più di me, però era stato uno dei primi skater della mia città, e nutrivo per lui grande stima e forse anche un po’ di timore per il suo modo di fare sempre da duro, sprezzante, coi capelli lunghi, i tatuaggi e una Lada Niva scassata…c’erano leggende che lo volevano skateando da solo negli anni 80 nel freddo dell’inverno del parco, e storie che lo narravano in montagna alle 5 di mattina, da solo, con una pala, costruendo un salto con la neve fresca tra gli alberi.

Oggi A. ha un bel negozio in centro, ma a quei tempi si trattava solo di un piccolo locale di circa 10m2, vicino al parco periferico dove si sono formate almeno tre o quattro generazioni di skaters mestrini, addobbato alla bella e meglio con dei vecchi skateboards, e quattro espositori di legno fatti a mano; aveva poca merce, quasi tutto hardware: qualche tavola, dei tracks, ruote, e viti. C’era anche qualche maglietta e qualche felpa, ma niente di più: non era un negozio di abbigliamento.

E fuori, appoggiata al muro c’era una tavola di resina bianca, lunga circa due metri e mezzo, con la bordatura azzurra, una linea nera lungo l’asse centrale, tre pinnette resinate, una coda rotondeggiante…una vera tavola da surf!! Era la prima volta che ne vedevo una dal vivo, anche se avevo un adesivo in camera con Kalani Rob intubato in un’onda di acqua cristallina che mi piaceva parecchio. Cercai di nascondere con una specie di disprezzo disincantato il mio totale abbandono alla bellezza, quasi sensuale, di quell’oggetto:

Io:e quella cos’è?!? una tavola da surf?!?!?
A.:certo, cosa vuoi che sia? l’ha shapeata P., di Montebelluna
Io:e che cazzo ci fai qua con una tavola da surf? Qui non ci sono onde per fare surf!
A.:certo che ci sono, devi andare al mare quando ci sono più di 20 nodi di vento, adesso in autunno è il periodo giusto
Io:e quanto costa?
A.:150 mila lire

In quell’istante apparvero in ordine cronologico davanti ai miei occhi le immagini dei cavalloni della spiaggia della mia lontana Gela, con cui giocavo intimorito da piccolo; apparvero le scie dei windsurfisti di San Leone che correvano veloci quando il vento tirava forte e mia madre mi vietava di fare il bagno; apparve il padre di un bambino con cui giocavo nel campeggio di Menfi (dove mi portava mio padre da piccolo per insegnarmi a nuotare ed ad amare il mare come lui), che era andato a recuperare con la tavola a vela il pallone che il forte vento aveva portato in alto mare in una giornata dove il Canale di Sicilia faceva paura, scomparendo lontano tra le schiume infuriate di una forte sciroccata, mentre suo figlio piangeva disperato; apparve il servizio di Usa Today che avevo registrato su VHS e guardato decine e decine di volte, dove Mastrotta faceva vedere un video (un paio di minuti al massimo) dei surfisti di Santa Cruz in California, che diceva essere surfisti “skate-movers”, perchè correvano piccole onde come se fossero su una tavola da skate; apparvero (e come no…) le immagini iniziali del film Big Wednesday che avevo visto l’estate prima la notte insonne prima dell’esame di maturità; apparve Kalani, appiccicato sul mio armadio tra i poster dei concerti punk-hc, che mi faceva un sorriso ammiccante dalle profondità del potente tubo di acqua cristallina, e che sapeva esattamente tutto quello che mi passava per la testa.

Quel giorno tornai a casa con lo skateboard spezzato, una tavola da surf sotto il braccio, e la promessa di A. di portarmi con lui al mare le prime volte che c’era vento forte.

Chissà cosa pensò la gente dell’entroterra lagunare veneziano vedendomi passare tra i palazzi di cemento con un surfboard in tempi assolutamente non sospetti…a casa non smettevo di guardarla e toccarla e facevo le prove di remata e salto in piedi appoggiato sul letto di camera mia; mia madre quel giorno abbandonò tutte le speranze di una mia maturazione e mio padre pensò sicuramente, dato il suo sguardo severo, che ero uno stupido che si era fatto infinocchiare da uno scaltro commerciante, non bastava che già con ormai quasi vent’anni andavo a “giocare allo skate”.

Ma io lo sapevo che non era così: sui due lati della coperta della tavola, parallelamente ai bordi azzurri, c’era scritto NEW WAVE.

La tavola di G

Su myspace G ha messo altre foto di questo incoerente attrezzo, una tavola davvero molto strana (molto più strana del mio softboard rosa). Come dice lui stesso:

Le misure sono sconosciute ai più (forse anche a lui), ma misura circa 2,5mt ed è larga circa 58cm, le pinnette sono fisse resinate, e la coda è round pin (assurda per una tavola di sto tipo…). E’ l’esempio classico di ibrido-malibù, fatto da un pazzo che nelle nebbiose giornate del Veneto ha creduto nel sogno di surfare l’Adriatico del Nord. La dima centrale è totalmente fuori asse!!

G ha serfato con la tavola di un pazzo per qualche anno da solo, o con A., a Punta Sabbioni, al Phoenix e a Cortellazzo. “La punta della tavola si spezzò nell’autunno del ‘99 su un risaccone di Punta Sabbioni”.

Che dire? Io una serfata nordadriatica col vecchio NEW WAVE ce la farei… serfare sulla storia del serf (italiano) deve essere una bella cosa…

Il roseo softboard

Posted in equipaggiarsi, serf estremo, sono un serfista on Novembre 6th, 2007

Il 12 agosto 2004 prendo 10-15 schiume sulla spiaggia delle Saline di Tarquinia con una tavoletta di polistirolo. Il giorno dopo, non avendo intenzione di interrompere una carriera di serfista dall’inizio così brillante, decido di comprarmi una tavola da serf.

Il primo problema è il budget. Cioè non ho abbastanza euro per comprare quella mini australiana che sta appesa sul soffitto del piano di sotto di Hotline, il negozio che ho eletto come mio negozio di serf nonostante non sia per niente fornito.

Il secondo problema è che non so assolutamente nulla di serf, figurarsi se so qualcosa sulle tavole.

A dire il vero non so neanche che quella tavola che mi piace così tanto è una minimalibù: ai miei occhi è la tavola da serf per antonomasia e la vorrei.

Il tipo del negozio ne parla davvero bene. Dice che è della misura giusta per imparare, 7 piedi e 6, ma io non ho la minima idea di quanto misuri un piede. E nemmeno so che ci vogliono 12 pollici per fare un piede.

Quando il tipo dice “offertissima 500 euro” io di riflesso rispondo: “e quell’altra?”, indicando quella che ora è la tavola di Marzio, cioè una NSP 7.2.

Costa 340 euro e mi sembra una buona tavola ma non sono convinto, non so perché. Il tipo però ha solo 2 tavole in negozio e quindi vedendomi poco propenso a tirar fuori il portafogli spara l’ultimo colpo: “be’, potresti comprarti un softboard. Noi ci facciamo spedire questi della Surface che non sono per niente male e costano poco”.

“Mm” penso. Softboard è un po’ come softball… ma poi lui, aiutandosi con le foto che appaiono su alcuni siti, inizia a spiegarmi le caratteristiche dei softboard e - senza rendersene conto - mi dà la prima lezione teorica di serf su:

  1. lunghezza e panciosità delle tavole;
  2. numero e ruolo delle pinne;
  3. esistenza del lisc;
  4. etc.

Inoltre capisco che comprando un softboard:

  1. non dovrò mettere paraffina sulla tavola;
  2. non farò male a nessuno e nemmeno a me stesso perché la tavola è morbida (anche se solida);
  3. risparmierò del danaro con cui acquisterò accessori vari fra cui il lisc.

Il tipo termina con “per te ci vuole una 7 piedi” e io gli dico: “ok, la voglio arancione”.

***

 

Esco dal negozio serfando. Non esco dal loop fino al martedì successivo, giorno in cui dovrebbe arrivare la tavola.

La tavola arriva ma il trasporto l’ha danneggiata e il tipo del negozio la rimanda indietro. Non sto più nella pelle, chiamiamo il distributore (che sta a Lucca) il quale dice che hanno finito le tavole arancioni e che da 7 piedi è rimasta solo rossa.

Ok, vada per la rossa, dico. Passano altri 3 giorni e arriva finalmente il mio attrezzo. Ma non è rosso. A meno che un rosa scuro vagamente fuksia sia catalogabile sotto la categoria “rosso”.

Surface rosa 7?

Sì, può far ridere. Ha fatto ridere anche a me. Ma con questo attrezzo rosa ho imparato (rigorosamente in solitudine e non tanto bene) a scivolare sulle onde.

Ti sogno California

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Novembre 4th, 2007

Non ho trovato foto di Andrea Racca in rete ma tutti lo citano come uno dei pionieri del serf in Sardegna e come colui che dà il nome a uno spot sulla costa sud della Sardegna (Racca Point a Capitana, Via del Galeone).

Dare il nome, anzi il cognome, a uno spot non è da tutti, perché significa che quel posto l’hai trovato tu e lo hai serfato da solo fino a quando è entrato in acqua qualcun altro che ti ha chiesto: come si chiama questo spot?

Racca Point, 31 gennaio 2006

Sembra che Racca sia ancora in attività (settembre 2007) e, se non c’è omonimia, potrebbe essere il Direttore Generale di una società di distribuzione di materiale elettrico sarda. Ma questo è secondario.

Giangi Chiesura dice di lui che ha imparato “l’arte del surf” in California, dove studiava. Un serfista puro, quindi: non un windserfista convertito.


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