Ormai ben piazzato nelle Asturie, in un bell’appartamento pieno di comfort :) di fronte alla spiaggia, G ha scritto 3 o 4 articoli sul serf a Gijón per Surfreport. Su myspace, invece, scrive riguardo origini nordadriatiche del suo serfismo e si scopre che nel garage conserva un oggetto da culto:
Con un saltino minimo e leggero nei pochi metri a disposizione riposizionavo i piedi sulla tavola durante la corsa: il destro quasi sulle le viti anteriori con il tallone fuori, ed il sinistro sulla coda, abbastanza esterno, per poter colpire forte l’asfalto con il legno. La tavola saltava in alto tra le mie gambe, ed io con un colpetto del piede destro la facevo girare completamente sul suo asse longitudinale. E poi tiravo su le gambe, fino a che, nelle esecuzioni migliori, questa sembrava tornare verso di me, come se vi fosse una forza magnetica ad attirare le viti di fissaggio dei track giusto sotto le piante dei miei piedi: piegavo bene le ginocchia nell’atterraggio, quasi a strisciare il culo per terra, e seguivo la mia corsa sul cemento………swaaaassssshhhhhhh……………
Però quel giorno qualcosa andò storto…forse il piede posteriore troppo arretrato nell’atterraggio, o forse la tavola era già criccata…fatto sta che nella fase finale della manovra il tail mi cede, ed invece della tipica soddisfazione di un trick ben chiuso, l’unica cosa che sento sono le fibre affilate degli strati di acero spezzato graffiare la parte interna della mia gamba posteriore.
“fanculo, anche la “flip” se ne è andata, un’altra fottuta tavola rotta, altre 120 fottute mila lire“: è l’unica cosa che riesco a pensare, con in bocca il sapore amaro del sangue e la frustrazione mescolato al sudore ed alla polvere di un afoso pomeriggio di fine agosto.
Ma siccome andare con la tavola a rotelle era già una droga per me da quasi 10 anni, quello stesso pomeriggio me ne andai a casa, presi le 150 mila lire che avevo guadagnato lavorando 4 giorni come magazziniere in un negozietto di profumi di Rialto quella stessa settimana, e me ne andai da A. che aveva aperto da poco uno skateshop in città.
A. aveva quasi 10 anni più di me, però era stato uno dei primi skater della mia città, e nutrivo per lui grande stima e forse anche un po’ di timore per il suo modo di fare sempre da duro, sprezzante, coi capelli lunghi, i tatuaggi e una Lada Niva scassata…c’erano leggende che lo volevano skateando da solo negli anni 80 nel freddo dell’inverno del parco, e storie che lo narravano in montagna alle 5 di mattina, da solo, con una pala, costruendo un salto con la neve fresca tra gli alberi.
Oggi A. ha un bel negozio in centro, ma a quei tempi si trattava solo di un piccolo locale di circa 10m2, vicino al parco periferico dove si sono formate almeno tre o quattro generazioni di skaters mestrini, addobbato alla bella e meglio con dei vecchi skateboards, e quattro espositori di legno fatti a mano; aveva poca merce, quasi tutto hardware: qualche tavola, dei tracks, ruote, e viti. C’era anche qualche maglietta e qualche felpa, ma niente di più: non era un negozio di abbigliamento.
E fuori, appoggiata al muro c’era una tavola di resina bianca, lunga circa due metri e mezzo, con la bordatura azzurra, una linea nera lungo l’asse centrale, tre pinnette resinate, una coda rotondeggiante…una vera tavola da surf!! Era la prima volta che ne vedevo una dal vivo, anche se avevo un adesivo in camera con Kalani Rob intubato in un’onda di acqua cristallina che mi piaceva parecchio. Cercai di nascondere con una specie di disprezzo disincantato il mio totale abbandono alla bellezza, quasi sensuale, di quell’oggetto:
Io: “e quella cos’è?!? una tavola da surf?!?!?“
A.: “certo, cosa vuoi che sia? l’ha shapeata P., di Montebelluna“
Io: “e che cazzo ci fai qua con una tavola da surf? Qui non ci sono onde per fare surf!“
A.: “certo che ci sono, devi andare al mare quando ci sono più di 20 nodi di vento, adesso in autunno è il periodo giusto“
Io: “e quanto costa?“
A.: ” 150 mila lire“
In quell’istante apparvero in ordine cronologico davanti ai miei occhi le immagini dei cavalloni della spiaggia della mia lontana Gela, con cui giocavo intimorito da piccolo; apparvero le scie dei windsurfisti di San Leone che correvano veloci quando il vento tirava forte e mia madre mi vietava di fare il bagno; apparve il padre di un bambino con cui giocavo nel campeggio di Menfi (dove mi portava mio padre da piccolo per insegnarmi a nuotare ed ad amare il mare come lui), che era andato a recuperare con la tavola a vela il pallone che il forte vento aveva portato in alto mare in una giornata dove il Canale di Sicilia faceva paura, scomparendo lontano tra le schiume infuriate di una forte sciroccata, mentre suo figlio piangeva disperato; apparve il servizio di Usa Today che avevo registrato su VHS e guardato decine e decine di volte, dove Mastrotta faceva vedere un video (un paio di minuti al massimo) dei surfisti di Santa Cruz in California, che diceva essere surfisti “skate-movers”, perchè correvano piccole onde come se fossero su una tavola da skate; apparvero (e come no…) le immagini iniziali del film Big Wednesday che avevo visto l’estate prima la notte insonne prima dell’esame di maturità; apparve Kalani, appiccicato sul mio armadio tra i poster dei concerti punk-hc, che mi faceva un sorriso ammiccante dalle profondità del potente tubo di acqua cristallina, e che sapeva esattamente tutto quello che mi passava per la testa.
Quel giorno tornai a casa con lo skateboard spezzato, una tavola da surf sotto il braccio, e la promessa di A. di portarmi con lui al mare le prime volte che c’era vento forte.
Chissà cosa pensò la gente dell’entroterra lagunare veneziano vedendomi passare tra i palazzi di cemento con un surfboard in tempi assolutamente non sospetti…a casa non smettevo di guardarla e toccarla e facevo le prove di remata e salto in piedi appoggiato sul letto di camera mia; mia madre quel giorno abbandonò tutte le speranze di una mia maturazione e mio padre pensò sicuramente, dato il suo sguardo severo, che ero uno stupido che si era fatto infinocchiare da uno scaltro commerciante, non bastava che già con ormai quasi vent’anni andavo a “giocare allo skate”.
Ma io lo sapevo che non era così: sui due lati della coperta della tavola, parallelamente ai bordi azzurri, c’era scritto NEW WAVE.
Su myspace G ha messo altre foto di questo incoerente attrezzo, una tavola davvero molto strana (molto più strana del mio softboard rosa). Come dice lui stesso:
G ha serfato con la tavola di un pazzo per qualche anno da solo, o con A., a Punta Sabbioni, al Phoenix e a Cortellazzo. “La punta della tavola si spezzò nell’autunno del ‘99 su un risaccone di Punta Sabbioni”.