Archive for Ottobre, 2007

www.diddosurf.com

Posted in i primi serfisti d'italia, serf italiano on Ottobre 8th, 2007

Sempre Valentina Campus:

Diddo Ciani [39 anni nel 2004] ha cominciato con Maurizio Spinas, quando aveva 19 anni e faceva ancora windsurf […]

Quando ha visto qualcuno fare surf la prima volta aveva 17 anni. Fu come un lampo di genio, una cosa a cui non aveva mai pensato, che fino a quel momento pensava impossibile. Salire a cavallo di un’onda, lasciarsi trasportare. E poi quei movimenti eleganti, quella comunione con il mare.

Diddo Ciani

La prima onda la ricorda come fosse ieri: “Scivolavo con il viso contro l’acqua e non sentivo niente, attorno a me c’era tanto silenzio”. Un modo personalissimo di vivere il mare. Accarezzando con la punta delle dita la parete verde.
Quando Diddo e Maurizio Spinas cominciano sono soli e la gente è scettica. Tutti pensano che si possa surfare solo con le onde dell’oceano. “Noi avevamo cominciato usando le mute da sub per ripararci dal freddo e al posto dei lacci di caucciù che si usano per ancorare la tavola alla caviglia usavamo pezzi di corda. Ci inventavamo i movimenti, nessuno ce li aveva insegnati, non sapevamo nemmeno come remare”.

Nel 1982 il primo vero maestro: Jeff, un militare californiano dell’Afi. Sapendo che avrebbe prestato servizio su un’isola si porta dietro la tavola, perché “diceva che dove c’è il mare ci sono le onde”. Vanno al mare con lui, lo seguono come discepoli, cercano di assorbire la sua e sperienza e la sua confidenza con le onde.

Dopo le prime volte di Diddo e Maurizio molti cominciano a imitarli.

Dentista o serfista?

Posted in i primi serfisti d'italia, serf italiano on Ottobre 7th, 2007

Spartaco dice di aver iniziato a serfare nel 1978, dopo aver visto un Mercoledì da leoni. Quel film - lo dicono in tantissimi - ha dato la stura al serf italiano. Ma c’è qualcuno che in Italia ha iniziato a serfare prima di quel film, se è vero ciò che ho trovato su alcune neglette pagine web dell’Università di Urbino, curate da Valentina Campus (ora giornalista di Sportitalia) nel 2004:

 

Prima di “Un mercoledì da leoni”

Quando apre la porta del suo studio, in via Mameli a Cagliari, indossa ancora il camice bianco. Di là c’è l’ultima paziente. Nella sala d’attesa c’è una foto che ritrae onde altissime.
Una finestra aperta sul mare.

Maurizio Spinas ha 46 anni, due figli, Giulia di 11 anni e Alberto di 5, e fa il dentista da più di venti. Ha cominciato a fare surf quasi per caso, quando aveva 23 anni e stava per laurearsi.

“L’estate che finiva mi metteva addosso una grande tristezza. Volevo inventare un gioco che trasformasse in divertimento la malinconia delle onde, del vento, della schiuma. Un giorno, in spiaggia, ho chiesto in prestito a un amico la tavola da windsurf. Volevo provare il surf. Non l’avevo mai visto fare da nessuno, forse avevo visto qualche foto. Ho provato, sdraiato sulla tavola, non sapevo come fare, ma mi allontanavo dalla riva e in qualche modo dovevo rientrare. Così ho cominciato a remare e a sfruttare la forza delle onde. Il surf l’ho imparato dopo, all’inizio è stato solo un gioco”.

Maurizio è stato un autodidatta puro. Non esistevano istruttori, negozi specializzati, video o riviste. E’ arrivato tutto dopo. Anche il film “Un mercoledì da leoni” è stato proiettato in Sardegna quando Maurizio aveva già cominciato a giocare con le onde a modo suo.

Maurizio Spinas a Cala Giunco

Per imparare la tecnica ha cominciato a viaggiare alla caccia di altri surfisti italiani con cui confrontarsi. Sulle coste della Toscana circolavano già le prime riviste specializzate, come “Windsurf Italia”. Da quegli incontri è nato il primo sodalizio, “Italian wave surf team”, che nel 1988 ha mandato la prima delegazione italiana ai mondiali di Puertorico e da cui è nata l’attuale Federazione italiana surf. Oggi Maurizio fa parte del comitato tecnico della Federazione.

La sua passione lo assorbe totalmente. Aspetta le onde con trepidazione e quando arrivano è difficile non mollare tutto per seguirle. Non è raro che bruci i suoi appuntamenti di lavoro: “Ho perso molti pazienti ma li avviso sempre in anticipo. Quando il tempo è propizio è la mia assistente a chiamarmi per sapere se andrò in studio”.

In arte Spartaco

Posted in i primi serfisti d'italia, serf italiano on Ottobre 6th, 2007

Dice di se Gabriele Concato:

innamorato del surf e della vita libera inizia a cavalcare le prime “schiume” a Torvaianica e Sabaudia nel 1978. Agli inizi degli anni 80 si sposta sugli spots di Ostia e Fiumicino, gia’ frequentati da una decina di precursori del surf, con i quali si lega accomunato dalla stessa “inconsueta” e viscerale passione. Altrettanto accade, poco dopo, con gli altri pionieri del surf italiano quando, esplorando la costa nord, scopre gli spots di Santa Severa: Banzai e Off the Wall. Con questo manipolo di entusiasti condivedera’, fianco a fianco, onda dopo onda, inverno dopo inverno, tutta l’epopea del surf italiano fino alla fine degli anni 90 quando, ormai viaggiando assiduamente per il mondo, decide di mettere radici all’estero per girovagare tra alcuni dei migliori spots del pianeta. Attualmente vive in Brasile dove, oltre all’attivita’ della Scuola di Surf ad Iguape - Fortaleza e del Surf Camp ad Itacare’ - bahia, organizza contest di vario livello tra i quali una tappa di uno dei Tour piu’ importanti del Brasile…

Su surfreport ho rintracciato un thread del 2003 in cui dice:

Purtroppo non frequento ormai da anni gli spots Italiani, ed il mio ricordo risale a quei tempi in cui ci si conosceva ancora tutti, ma dico proprio tutti, partendo da Varazze fin giù alla Sicilia, passando per la Sardegna.

Eravamo proprio quattro gatti, ma oltremodo uniti e felici anche e soprattutto perché incompresi. Nessuno credeva che il Surf da Onda fosse uno sport praticabile nei nostri mari e, quelli che ci conoscevano, ci valutavano con un che di compassione per essere ancora alle prese con questi giocarelli da bambini. Quasi come se l’alzarsi alle 4 del mattino, d’inverno, entrare in acqua gelida, con libeccio forza 8 e mare attivo, fosse paragonabile a chi ancora, con paletta e secchiello, si diletta sulla spiaggia ormai in tarda età.

Io toglierei il “purtroppo” all’inizio della prima frase. Mi è oscuro il concetto di “essere uniti e felici perché incompresi”… ma va bene così.

Spartaco descrive così la serfata su una grossa onda a Boca da Barra (immagino che significhi bocca del porto fluviale) di Rio da Contas (sulla costa della Bahia centrale, Brasile):

“Calma, molta calma, rilassati, respira profondo, racimola tutte le tue energie, guarda con attenzione la velocità e la direzione del picco, avanza, avanza verso di lei sei troppo sotto, veloce rema, rema, ecco, sbrigati, girati, rema, rema, rema fino a farti schiattare i polmoni, ti succhia, ti solleva, sotto si apre il vuoto, una voragine spaventosa e a destra una lunghissima parete blu, non esitare devi partire o sei fatto, un scatto, un colpo di reni, i piedi sfiorano la paraffina, la tavola vola nel vuoto nel cavo dell’onda, una cascata d’acqua ti martella la schiena, precipiti, tieni l’equilibrio, non lasciare la tavola, spingi sul piede posteriore, non mollare, non mollare, piegati, stai per atterrare, afferra con la mano sinistra il bordo della tavola e infilati nel tubo, dai che ce la fai, ce la fai, ce la faiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, sei dentrooooooooo, hhhhhhiiiiiiiiiiiiiiiaaaaaaaaaaa, ecco la sbuffata, reggiti che ti sputa fuori, ssssbbbbhhhhuuuuaaaaa, sei sulla parete, quattro metri, tre metri, cut back, torna indietro, sali, sali, sali sulla cresta, slasch back e giù di nuovo nel cavo dell’onda veloce come il vento, poi ancora su, su, su, off the lip, snap back, e vvvviiaaaaaaaaaaa” così su e giù per un chilometro fino a riva, l’onda è domata, la natura mi ha regalato queste emozioni meravigliose e, giustamente, in cambio esige un tributo di valore soggettivo e variabile ma che personalmente non mi stancherò mai di pagare.

Fedele al marchio

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 5th, 2007

Se è vero che i primi serfisti nacquero in Italia con “Un mercoledì da leoni”, è chiaro che Andrea Costa sia stato uno di quelli che ci è rimasto più sotto. In qualità di Bear Brand Manager dice:

Nel 1977 John Milus, famoso produttore e regista di Hollywood inventa il brand Bear Surfboards per il film “Un mercoledi da leoni”. Il successo del film a livello mondiale fa crescere il successo del logo e la conseguente domanda di Surfboard e abbigliamento in particolare nel mercato Americano ed Europeo.

Arruolato?

Posted in varie on Ottobre 4th, 2007

L’Esercito del Surf esiste:

Esercito del surf

Certo non è esattamente come me l’ero immaginato… :

L’Esercito del Surf è il movimento per la liberalizzazione delle feste in spiaggia, per lo sdoganamento delle limonate sotto la luna, per la legalizzazione dei limbo party illuminati dai falò spiaggioni, per la corretta diffusione dei veri dati scientifici sui benefici effetti di un tuffo notturno in mare …

Non mi sono ancora iscritto… però ho trovato una canzone di Catherine Spaak (1964!!) intitolata proprio “L’esercito del surf”

Catherine Spaak da giovane

Visto chi era Catherine Spaak nel ‘64? Eccola in “La noia”:

Non escludo che qualcuno in Italia in quegli anni abbia pensato ad arruolarsi nell’esercito del serf. Ma che poi abbia abbandonato non sapendo cosa materialmente fare perché la canzone non spiegava ASSOLUTAMENTE NIENTE riguardo a che cosa sia il serf:

Noi siamo i giovani/ i giovani più giovani.
Siamo l’esercito / l’esercito del surf
Ma che cosa c’e’ / balla insieme a me
E vedrai che poi / ti passerà
Mi vuoi dir perché / Non sorridi più
Balla insieme a me / poi ti passerà
Laaa laaaa lalalla la…
Noi siamo i giovani / i giovani più giovani.
Siamo l’esercito / l’esercito del surf
Ma che cosa c’e’ / balla insieme a me
E vedrai che poi / ti passeraà
Mi vuoi dir perché / non sorridi più
Balla insieme a me / poi ti passerà.
Noi siamo i giovani / i giovani più giovani
Siamo l’esercito / l’esercito del surf.

Lo spettro del pescatore da onda

Posted in il campo da giuoco on Ottobre 3rd, 2007

Come ho già scritto, il pescatore medio (non i vecchietti sul molo, i vecchi marinai, quelli che ti dicono cose sagge etc. etc.) è a mio modo di vedere un personaggio abominevole. Tuttavia c’è il pericolo di incontrare qualcosa di molto peggio, il surf caster: ecco un pezzo che ho trovato su pescare.net

Il surf casting (termine americano, letteralmente “Lanciare sull’onda”) è una tecnica praticata nei paesi atlantici ed introdotta in Italia, almeno al grande pubblico, verso la fine degli anni ‘80, grazie ad alcuni pescatori che hanno svolto un preziosissimo lavoro di adeguamento delle tecniche statunitensi alle realtà del mediterraneo, sperimentandole sulle coste della Sardegna che, ancor oggi, risultano essere le più adatte e quindi le più fruttuose per questa tecnica. Infatti, le tecniche atlantiche puntano alla cattura dei grossi predatori che, nella fase di alta marea, si avvicinano alla costa per cacciare, attirati dalla schiera di grufolatori che si cibano degli organismi che il movimento delle acque liberano dalla sabbia. Anche per il surf nostrano, i concetti rimangono pressappoco gli stessi, solo che la minor escursione tra la bassa e l’alta marea, non crea quella sufficiente mangianza ad attirare né grufolatori né predatori. Si è verificato che tali condizioni si ricreavano quando le onde delle mareggiate si infrangono sulla spiaggia, sconvolgendo il fondale e liberando piccoli molluschi e crostacei che attirano appunto i grufolatori e di conseguenza, anche i predatori. Quindi, la prima regola del surf mediterraneo è quella che se non c’è onda, non c’è surf, anche se, in questi ultimi anni, ci si sta accorgendo che questa regola trova delle eccezioni e per alcune prede, come la mormora, orata, saraghi e razze si verificano catture anche con mare calmo. Da questa constatazione è nata una tecnica, seppur analoga al surf casting, se ne differenzia sostanzialmente perché si pratica in condizioni di mare calmo o quasi calmo, chiamata “beach legering”, che prevede un’attrezzatura e una filosofia più “leggera” del surf casting. Tornando alla tecnica oggetto dell’articolo, va detto che tra tutte le pesche possibili in mare, il surf casting brilla per la sportività e per l’alta frequenza di cappotti! Infatti, a differenza di altre tecniche, il risultato di una battuta di surf casting è troppo legata al momento “magico” per essere alla portata di tutti. Prima di tutto il surf castman deve individuare con esattezza quando il mare è nelle condizioni ideali, cioè quando il moto ondoso libera nutrimento facendo accorrere le prede e quindi poterle insidiare. Queste condizioni non sono frequentissime e possono durare per un tempo variabile, sia di giorno che di notte, in cui il surf casting può offrire entusiasmanti catture.

A parte il lessico fastidioso (battute di surf casting, frequenza di cappotti etc.) è terribile pensare a dei pescatori che usano la parola “surf”. Mi viene il voltastomaco.

Ma la cosa peggiore è che questi personaggi, di regola, si vanno a mettere proprio esattamente nei luoghi dove si fa serf.

Il serfista zero

Posted in serf italiano on Ottobre 1st, 2007

Ogni volta che vado alla ricerca delle radici del serf in Italia mi imbatto in narrazioni più o meno plausibili, più o meno contraddittorie. Alcuni raccontano di un serfista americano che negli anni ‘60 serfò attorno a Genova. Altri ricordano dei serfisti/militari della base americana di Camp Darby all’inizio degli anni ‘70.

Queste cose sono sicuramente successe, ma è quasi certo che non hanno prodotto serfisti in Italia. Se qualcuno mi smentisce ne sono ben felice ma occorre distinguere fra chi ha serfato per primo in Italia e chi ha dato il primo impulso alla nascita di un movimento serfistico basato in questo paese. Non è ancora uscito fuori il sessantenne genovese che si mise sulle orme del serfista americano e fondò una sua scuola o un suo club né il cinquantenne livornese che dice: “sì, il sergente Mark mi regalò un longboard e io da allora ho serfato tutta Livorno in solitudine - ah che tubi - fino al giorno in cui Saro, Gianco e Pupi non si sono uniti a me…”.

Sono certo che il serf italiano sia nato veramente nel momento in cui qualcuno ha pensato di togliere la vela a una tavola da windserf e ha iniziato a prendere onde. Solo una persona così determinata da sopportare centinaia di ingavonate e chiusoni su brutte tavolacce pesanti con addosso una tuta da sub tipo omino michelin può aver portato anche altri a fare lo stesso (o di meglio). E quindi solo una persona del genere può definirsi il serfista zero in Italia.

La domanda è: chi è stato?


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