In Versilia, mondieu!

A fine novembre 2005 acquisto la mia prima tuta da serf presso il Decathlon di Rimini. Trattasi di una fantastica Tribord nero-arancione.

L’occasione di fare il serf mi capita domenica 11 dicembre: surfreport dice onde lunghe, 2m+, sul Tirreno Settentrionale.

Parto da Bologna alla volta di Forte dei Marmi, che a detta di tutti è uno dei tempi del serf italiano. Sulla strada mi ferma la polizia e mi disseziona la macchina. Il viaggio dura quindi 3 ore e mezzo: sono più o meno le due.

Appena trovo un varco sul lungomare vado a vedere le onde. C’è un forte vento da fuori e i marosi ruggiscono. Mi rinchiudo immediatamente in una veloce autocoscienza sull’inutilità di quella trasferta e sul rischiare la vita per il solo piacere di scivolare sulle onde. Salgo in macchina e mi dirigo verso nord, indeciso sull’andare a mangiare qualcosa o tornare direttamente a Bologna.

A un certo punto, sullo spiazzo antistante il pontile, vedo un buon numero di persone con tavole e tute da serf. Parcheggio, prendo il pontile cammminando fra serfisti asciutti o bagnati, qualche fotografo, vecchietti e adolescenti.

Il pontile è lunghissimo. Quasi alla fine trovo sulla mia destra una nutrita linea di serfisti in shortboard. Alcuni di quelli sul pontile scavalcano la balaustra e si lanciano di piedi in acqua con le loro tavole.

POntile di Forte dei Marmi

Torno indietro, mi metto la tuta (non senza fatica), prendo il mio fantastico softboard rosa 7 piedi nose riding, indosso anche le scarpe da windserf e un cappuccio da sub a cui ho tagliato una parte davanti per respirare meglio.

Mi sento stipato e contemporaneamente nudo. Nascondo la chiave in un vaso e vado sul pontile. Solo a quel punto mi rendo conto che tira un’aria molto stilosa: nessuno ha la mia tuta d’occasione, nessuno ha un softboard, tanto meno di colore rosa, nessuno indossa scarpe da windserf o cappucci da sub.

Non sono sereno ma mi appropinquo lo stesso alla balaustra. La prospettiva di buttarmi di sotto, nel mare di dicembre, senza aver mai provato neanche una volta la tuta non è granché attraente. Passa qualche minuto in cui cerco di capire quando è il momento migliore per buttarsi. Poi mi guardo attorno e percepisco ostilità: si sta creando una fila dietro di me perché quello è il punto dove si buttano tutti.

Mi tuffo di piedi, abbracciato alla tavola. Riemergo con il cappuccio messo malissimo e annaspo per un po’. Il mondo è cambiato. Le Alpi Apuane innevate da qui sono veramente molto belle. Ma fa freddo, arrivano delle onde marroni, molto grandi, molto puntute. C’è una corrente fortissima che porta verso nord e i serfisti fanno fatica a mantenere la posizione. Io sono così flaccido che non riesco ad oppormici, quindi decido di non farlo, sperando di non ritrovarmi in Liguria.

Vari tentativi di prendere uno di quei cosi minacciosi sfumano. Le remate inutili mi procurano forti dolori alle spalle. A un certo punto mi arriva addosso un’onda più grossa, quasi rotta, e riesco a prenderla. Mi metto in piedi e guardo giù. Sotto non c’è niente. Faccio ancora un metro o due e poi cado di sotto. Mi abbandono al flusso, come ho deciso di fare da quando ho letto che i serfisti hawaiani nel ventre dell’onda aprono gli occhi e si godono lo spettacolo. Il problema è che il flusso non perde intensità. Giro su me stesso due volte, ancora niente. L’aria inizia a mancare, non sono preparato fisicamente a questa cosa. Inizio a spaventarmi davvero, mi dimeno ma la situazione non cambia. Penso alla dicitura “onde lunghe” usata da surfreport, fino a quando sento aria in faccia. Rivado sotto di nuovo due volte ma alla fine, fortunatamente, mi ritrovo sano e salvo quasi a riva.

Esco dall’acqua deciso ad andarmene. Poi penso ai 260 km fatti per arrivare e mi convinco di voler sfidare le onde del pontile di nuovo. Questa volta sono più attento, ma proprio per questo il tempo passa senza regalarmi nulla. In quel contesto mi rendo conto che sono davvero pochi i serfisti che prendono un’onda. Fra questi solo uno o due sono bravi. Gli altri stanno fermi lì e quasi neanche provano a fare alcunché se non tornare in posizione.

Alla fine mi ritrovo molto a nord, stanchissimo, dove la secca finisce. Ormai sono a una cinquantina di metri dagli altri. Mi sento in pericolo quindi remo verso riva e a un certo punto arriva un’onda piccola e spumosa, non aggressiva, molto simile a quelle che ho preso fino ad ora in altri posti. Riesco a saltarci sopra e mi faccio portare fino a terra.
Sono a posto. Non rientro. Ho capito.

Vado alla macchina e trovo lì nei pressi una vigilessa che dice che devo pagare il parcheggio o mi fa la multa. Gli dico: “anche la domenica?”, lei risponde “soprattutto la domenica”, quindi pago. Con la tuta bagnata sposto la macchina e mi rifugio in un giardino lì vicino. Ci metto almeno un quarto d’ora a togliermi la tuta. Mi sento una specie di Oudini fallito. Poi vado a un bar, mangio un toast e una pizzetta e la barista dice: “7 euro”.

“7 euro”, ripeto. Non ce li ho. Li vado a prendere al bancomat, pago, e ritorno al pontile. Le onde sono anche più grandi di prima. Un serfista entra in acqua con una tavola lunghissima e strettissima e va verso il largo, dove si alzano veri e propri bestioni. Ci mette 10 minuti ad arrivare. Poi ne prende uno. È arrivato il momento di tornare a Bologna.

In serata vado a leggermi in rete le informazioni su Forte dei Marmi. Il pontile è il serf versiliese. Può essere molto grosso e tubante. Nei commenti c’è scritto che per il fatto di essere famoso è anche frequentato da principianti che non si rendono bene conto di dove stanno e rischiano. Gli altri serfisti si sono stancati di soccorrere gente del genere.

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