Archive for Ottobre, 2007

Gli adriatici del nord

Posted in spot italiani, serf italiano, serf estremo on Ottobre 29th, 2007

La prima volta che sono andato alla diga che divide Marina di Ravenna da Porto Corsini è stato nel settembre 2005 e c’era una bora tardo-estiva. Il vento spirava con forza da mare e nonostante fosse settembre faceva abbastanza freddo.

Gli spot di Marina di Ravenna e Porto Corsini sono generati dalla presenza di una diga che entra per 2 chilometri nel mare permettendo al porto fiume di lavorare e alle onde provenienti da nord o da sud di ordinarsi rispettivamente sul lato sud e su quello nord della diga stessa.

Diga di MArina di Ravenna e Porto Corsini

Sono entrato in spiaggia circa 500 metri a sud e ho guardato il mare. Era marrone scuro, pieno di schiume e così irregolare che non mi è sembrato di individuare un solo vero picco. Sul bagnasciuga giacevano grossi pezzi di albero, mescolati con plastiche varie.

Quel mare non mi sembrava per niente serfabile ma le indicazioni dicevano di buttarsi dalla diga e quindi con fiducia sono andato in quella direzione. A un certo punto mi è sembrato di vedere un tavola in acqua. Poi ho individuato altre persone in tuta da serf.

Alla diga le onde erano diverse. Nel punto in cui si concentravano i serfisti c’era un picco abbastanza regolare che si srotolava verso sinistra per un bel po’, anche se non era più scosceso del declivio di una morbida collina romagnola. Verso riva, più a sinistra, usciva ogni tanto un altro picco, più ripido, dove c’erano due o tre persone con gli short e uno con un egg. Il tutto però era mescolato con dozzine di piccole onde incrociate che rendevano quasi illegibile la situazione a uno che fino a quel momento aveva collezionato solo drittoni.

Buttarsi non è stato facile ma una volta dentro ho capito quanto in realtà quel posto non fosse minaccioso. Anzi, la non ripidità delle onde sembrava andare d’accordo con il mio roseo softboard. Il rientro sulla line-up non era così improbo, anche per un rammollito come me. Alla peggio si tornava a riva - evitando gli alberi - e si risaliva a piedi per la diga. Ricordo un signore che volle toccare la mia tavola. In effetti è piacevole al tatto.

Sono tornato più volte alla Diga. In alcuni casi c’erano molte persone in acqua (ma mai troppe), tutti sorridenti. Nei week end c’erano anche diversi spettatori, famiglie in bicicletta o meno. Ho visto quasi sempre solo sorrisi tranne una volta, quando ho chiesto a un pingue serfista che stava riponendo le tavole nel suo furgoncino da lavoro se pensava che il vento sarebbe cessato. Lui mi ha risposto più o meno: “Scemo, quando finisce il vento non ci sono più onde”.

Da quel momento ho capito la poetica del serfista nordadriatico. Lui ci deve credere davvero. Entra in acqua quando un gelido tifone russo spazza la costa mentre gli altri esseri umani, compresi molti prò, vanno a rifugiarsi presso i camini nei loro ripari. Lui affronta 40 centimetri di schiume a 2 gradi sotto lo zero. E riesce a tirarci fuori qualcosa nonostante indossi una cosa più simile all’attrezzatura di un palombaro che non a una tuta da serf.

Adriatico del nord, 2005

L’onda “serfabile” di febbraio dei nordadriatici è qualcosa di veramente difficile da affrontare per chiunque. Credo sia per questo che quando li vedi altrove non sfigurano mai, sono solitamente armonici nei movimenti. Credo però che abbiano qualche problema a rapportarsi con gli altri, non usi all’abbondanza di onde e hanno l’abitudine di prenderne più che possono, col risultato che gli altri si innervosiscono. Penso che liguri, tirrenici, sardi e ionici dovrebbero fare uno sforzo per capirli, in nome dell’amore per il serf.

PS. Non sono mai riuscito a serfare il Nordadriatico con una di quelle rare sciroccate di cui tanto bene si parla. Ma una volta nel 2006, a Porto Corsini - e cioé dall’altra parte della diga -, ho beccato una scaduta di scirocco ormai al termine. Con la NSP di Marzio ho tagliato la mia prima parete. Era il giorno di S. Petronio, un uomo che ringrazio in quanto patrono di Bologna e quindi elargitore di ferie a chi lavora lì.

Era una destra di 30 cm. È stata una delle emozioni più grandi che il serf mi abbia mai regalato. A testimoniare il grandioso evento c’erano:

  1. un windserfista;
  2. un guidatore di carrozzine per la corsa dei cavalli;
  3. un cavallo.

In Versilia, mondieu!

Posted in spot italiani, sono un serfista on Ottobre 26th, 2007

A fine novembre 2005 acquisto la mia prima tuta da serf presso il Decathlon di Rimini. Trattasi di una fantastica Tribord nero-arancione.

L’occasione di fare il serf mi capita domenica 11 dicembre: surfreport dice onde lunghe, 2m+, sul Tirreno Settentrionale.

Parto da Bologna alla volta di Forte dei Marmi, che a detta di tutti è uno dei tempi del serf italiano. Sulla strada mi ferma la polizia e mi disseziona la macchina. Il viaggio dura quindi 3 ore e mezzo: sono più o meno le due.

Appena trovo un varco sul lungomare vado a vedere le onde. C’è un forte vento da fuori e i marosi ruggiscono. Mi rinchiudo immediatamente in una veloce autocoscienza sull’inutilità di quella trasferta e sul rischiare la vita per il solo piacere di scivolare sulle onde. Salgo in macchina e mi dirigo verso nord, indeciso sull’andare a mangiare qualcosa o tornare direttamente a Bologna.

A un certo punto, sullo spiazzo antistante il pontile, vedo un buon numero di persone con tavole e tute da serf. Parcheggio, prendo il pontile cammminando fra serfisti asciutti o bagnati, qualche fotografo, vecchietti e adolescenti.

Il pontile è lunghissimo. Quasi alla fine trovo sulla mia destra una nutrita linea di serfisti in shortboard. Alcuni di quelli sul pontile scavalcano la balaustra e si lanciano di piedi in acqua con le loro tavole.

POntile di Forte dei Marmi

Torno indietro, mi metto la tuta (non senza fatica), prendo il mio fantastico softboard rosa 7 piedi nose riding, indosso anche le scarpe da windserf e un cappuccio da sub a cui ho tagliato una parte davanti per respirare meglio.

Mi sento stipato e contemporaneamente nudo. Nascondo la chiave in un vaso e vado sul pontile. Solo a quel punto mi rendo conto che tira un’aria molto stilosa: nessuno ha la mia tuta d’occasione, nessuno ha un softboard, tanto meno di colore rosa, nessuno indossa scarpe da windserf o cappucci da sub.

Non sono sereno ma mi appropinquo lo stesso alla balaustra. La prospettiva di buttarmi di sotto, nel mare di dicembre, senza aver mai provato neanche una volta la tuta non è granché attraente. Passa qualche minuto in cui cerco di capire quando è il momento migliore per buttarsi. Poi mi guardo attorno e percepisco ostilità: si sta creando una fila dietro di me perché quello è il punto dove si buttano tutti.

Mi tuffo di piedi, abbracciato alla tavola. Riemergo con il cappuccio messo malissimo e annaspo per un po’. Il mondo è cambiato. Le Alpi Apuane innevate da qui sono veramente molto belle. Ma fa freddo, arrivano delle onde marroni, molto grandi, molto puntute. C’è una corrente fortissima che porta verso nord e i serfisti fanno fatica a mantenere la posizione. Io sono così flaccido che non riesco ad oppormici, quindi decido di non farlo, sperando di non ritrovarmi in Liguria.

Vari tentativi di prendere uno di quei cosi minacciosi sfumano. Le remate inutili mi procurano forti dolori alle spalle. A un certo punto mi arriva addosso un’onda più grossa, quasi rotta, e riesco a prenderla. Mi metto in piedi e guardo giù. Sotto non c’è niente. Faccio ancora un metro o due e poi cado di sotto. Mi abbandono al flusso, come ho deciso di fare da quando ho letto che i serfisti hawaiani nel ventre dell’onda aprono gli occhi e si godono lo spettacolo. Il problema è che il flusso non perde intensità. Giro su me stesso due volte, ancora niente. L’aria inizia a mancare, non sono preparato fisicamente a questa cosa. Inizio a spaventarmi davvero, mi dimeno ma la situazione non cambia. Penso alla dicitura “onde lunghe” usata da surfreport, fino a quando sento aria in faccia. Rivado sotto di nuovo due volte ma alla fine, fortunatamente, mi ritrovo sano e salvo quasi a riva.

Esco dall’acqua deciso ad andarmene. Poi penso ai 260 km fatti per arrivare e mi convinco di voler sfidare le onde del pontile di nuovo. Questa volta sono più attento, ma proprio per questo il tempo passa senza regalarmi nulla. In quel contesto mi rendo conto che sono davvero pochi i serfisti che prendono un’onda. Fra questi solo uno o due sono bravi. Gli altri stanno fermi lì e quasi neanche provano a fare alcunché se non tornare in posizione.

Alla fine mi ritrovo molto a nord, stanchissimo, dove la secca finisce. Ormai sono a una cinquantina di metri dagli altri. Mi sento in pericolo quindi remo verso riva e a un certo punto arriva un’onda piccola e spumosa, non aggressiva, molto simile a quelle che ho preso fino ad ora in altri posti. Riesco a saltarci sopra e mi faccio portare fino a terra.
Sono a posto. Non rientro. Ho capito.

Vado alla macchina e trovo lì nei pressi una vigilessa che dice che devo pagare il parcheggio o mi fa la multa. Gli dico: “anche la domenica?”, lei risponde “soprattutto la domenica”, quindi pago. Con la tuta bagnata sposto la macchina e mi rifugio in un giardino lì vicino. Ci metto almeno un quarto d’ora a togliermi la tuta. Mi sento una specie di Oudini fallito. Poi vado a un bar, mangio un toast e una pizzetta e la barista dice: “7 euro”.

“7 euro”, ripeto. Non ce li ho. Li vado a prendere al bancomat, pago, e ritorno al pontile. Le onde sono anche più grandi di prima. Un serfista entra in acqua con una tavola lunghissima e strettissima e va verso il largo, dove si alzano veri e propri bestioni. Ci mette 10 minuti ad arrivare. Poi ne prende uno. È arrivato il momento di tornare a Bologna.

In serata vado a leggermi in rete le informazioni su Forte dei Marmi. Il pontile è il serf versiliese. Può essere molto grosso e tubante. Nei commenti c’è scritto che per il fatto di essere famoso è anche frequentato da principianti che non si rendono bene conto di dove stanno e rischiano. Gli altri serfisti si sono stancati di soccorrere gente del genere.

Isola [delle Femmine] big day

Posted in spot italiani, serf italiano on Ottobre 22nd, 2007

C’è ancora qualcuno che dubita del fatto che il serf sia uno sport radicato in Italia?

Da wannasurf.com:

Palermo 02/07/2003

Minkiaaaa! l’atra aieri c’hannu stato ondazze ca mi sentieva ai Figgi! me cumpare Peppino trasio rentro un mostro kkiù avuto r’iddo e io rissi: “Ma ki a minkia! ma unne siemo?” … e iddo ririeva! poi vitte a mia in capo a n’avutro mosro i ru metri e iccava vuci: “Alessà, nuota nuuoota!”, io a pigghiavo e poi mi rumpivi i cuoinna nall’insaid…! minkia troppu bello! a verità, fuossero sempre accussì ci mittissi a firma cu sangu! ca chi ora vi saluto, e va mancio, ca u pititto si siente…

P.S. Giornate così ce n’è poche ma poi te le ricordi per tutta la vita!

Ecco un’altra di “quelle poche giornate” a Isola delle Femmine (28 aprile 2006):

Isola delle Femmine 28 aprile 2006

Isola delle Femmine è quel posto che si vede all’orizzonte. E’ collegato a terra da un istmo e quando fa onda su quell’istmo le onde arrivano da tutte e due le parti scontrandosi fra loro. A ovest invece, sulla spiaggia arrivano le bombe che vedete sopra.

Isola delle femmine insurfable

Località Pio X

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Ottobre 21st, 2007

Prima di diventare Banzai l’area che nelle piante è contraddistinta come Pio X, era solo un’accozzaglia di pietre dove non si andava perché ci si stava scomodi. Ma a partire dai primi anni ‘80 è divenuto lo spot più conosciuto del Lazio. Tante cose si dicono su Banzai e molte se ne diranno ancora, ma questo articolo del “testimone” Maurizio Marchisio sul sito del Banzai Surf Club, è probabilmente la cosa più affidabile che circoli in rete sull’argomento:

BANZAI ROOTS

Albori
Situata a circa 57 Km da Roma ed a soli 2 Km a nord di S. Severa, Banzai e’ sicuramente lo spot più famoso del Lazio ed uno dei migliori e più consistenti d’Italia. Grazie al fondale formato da grossi sassi che degradano gradualmente verso il largo, Banzai , oltre ad offrire un gradito riparo ad una folta colonia di ricci è in grado di produrre eccellenti onde sia destre che sinistre a seconda della direzione della mareggiata (W - SW onde destre / SE onde sinistre). Le onde generalmente frangono su due principali point break, uno esterno più grosso ed uno interno più ripido, spesso uniti da un’unica sezione che aumenta di intesità con l’approssimarsi alla riva. La forma quasi trapezoidale del fondale e la sua eccezionale regolarità consente di surfare Banzai con mareggiate da uno a dieci piedi con l’unica differenza che la sinistra è generalmente più ripida e lunga della destra. Quelle invidiabili caratteristiche hanno fatto sì che a Banzai sia ora uno degli spot più affollati della costa tirrenica, anche se per molti anni, quando il surf in Italia era praticato da pochi incompresi, è stato il tesoro nascosto di uno sparuto gruppetto di pionieri del surf. Nell’autunno del 1984, Giorgio Pietrangeli, Massimo Navarro [skipper?] e Valerio Castellano d’un tratto si devono essere ricordati di un vecchioproverbio cinese che dice che “la rana dello stagno non conosce l’immensità del mare”.
Fino a quel momento il terzetto si era limitato a combattere tenacemente con la corrente e le onde della spiaggia di Santa Severa, senza minimamente immaginare quello che li aspettava a pochi Km di distanza. In realtà, Navarro, Pietrangeli e Castellano non avevano proprio l’indole da “rana” , ma erano spinti da un’irrefrenabile passione che li aveva portati, diversi mesi prima , ad affrontare un viaggio in macchina verso una destinazione sconosciuta , di cui avevano visto , per pochi secondi, qualche immagine in uno dei primi video di surf. Quella località aveva un nome un pò particolare che venne storpiato da alcuni casellanti in Baia Ritz, ma che però più esattamente si chiamava Biarritz. Il primo viaggio di surf e l’impatto con le onde oceaniche non spensero gli entusiasmi di Navarro, Pietrangeli e Castellano, i quali finalmente in possesso di vere tavole da surf e soprattutto di mute invernali più elastiche e leggere delle mute da sub e/o da windsurf, incominciarono a spostarsi sulla costa tirrenica in cerca del fondale e dell’onda perfetta. Per mesi i tre si accontentarono delle onde che frangevano sulla spiaggia si S. Severa, grazie anche al fatto che la sabbia spostata dalle recenti mareggiate invernali aveva formato alcuni points piuttosto divertenti. Poi, arrivò il giorno in cui, dopo una violenta sciroccata, il mare incominciò a respirare più profondamente del solito rimescolando completamente il fondale di Santa Severa. Era un caldo giorno di Ottobre e Valerio Castellano , forse il più inquieto dello storico terzetto, piuttosto che assistere passivamente al passaggio della mareggiata convinse gli altri ad infilarsi in macchina per setacciare nuovamente la costa alla ricerca di qualche posto migliore dove surfare. Il caso volle che, giunti al bivio con l’Aurelia, i tre decisero di sterzare a destra in direzione di Santa Marinella. Tuttavia, dopo appena poche centinaia di metri, pare che a causa di un impellente bisogno corporale che colpì improvvisamente uno dei tre, le onde improvvisamente passarono in secondo piano e lasciarono il posto alla più urgente ricerca di un anfratto ove potersi “lasciare andare”. La Fiat 131 Station Wagon , grigio metallizzato, di Massimo Navarro si infilò così in un prato abbandonato a fianco di un piccolo albergo che si affacciava sull’aurelia e mentre il “bisognoso” si dimenava nel cercare qualcosa che potesse sostituire degnamente il classico rotolo di carta igienica , gli altri due , quasi di incanto, si accorsero che trovarsi in mezzo alla m#@d*$ a volte non è così male! Le late erbacce cresciute liberamente lungo il bordo della strada , nascondevano cio che Navarro, Pietrangeli e Castellano avevano per molti mesi vissuto solo nel loro immaginario: onde perfette che frangevano ritmicamente verso sinistra spingendosi fino all’interno della baia che si apriva di fronte a loro. Entrati in acqua i tre si accorsero (oltre che della presenza dei ricci) che quel fondale , simile ad una barriera corallina, aveva una conformazione quasi unica per la costa italiana: vi era una specia di lingua rocciosa che si restringeva obliquamente verso il largo per poi ripercorrere, a poche centinaia di metri dalla riva , l’esatto profilo della costa. Il tratto parallelo della barriera formata da centinaia di massi, fuoriusciva quasi completamente dalla superficie e formava al suo interno una piccola laguna che veniva sfruttata da alcuni pescatori locali per ormeggiare i loro gozzi. Le onde che impattavano sul fondale roccioso scorrevano così lungo la barriera riproducendone così fedelmente i contorni, fino a spegnersi dolcemente all’interno della piccola baia. La regolarità delle onde era semplicemente stupefacente.

Per uscire bastava remare al centro della baia e puntare il largo per poi convergere, una volta fuori, verso il point breack seguendo un percorso ideale a forma di “L” rovesciata. Navarro, Pietrangeli e Castellano decisero così di battezzare quel posto con il nome di “Banzai”, a ricordo del famoso spot Hawaiiano, di cui condivideva l’onda sinistra e la sua assoluta perfezione.

Primi anni: solo Banzai sinistro
Per anni Pietrangeli e Castellano e Navarro surfarono in compagnia di pochi amici: prima Vincenzo Ceglia e Maurizio Marchisio, poi Giorgio Mileti, Michele Ceribelli, Hugo Heinen, i fratelli Minafra, Luca Caponera, Antonio Cipolloni con Andy D’Anselmo, quindi Maurizio Gallo (detto “Ciccio”) e Carlo Kurt Caesar (il primo a scattare delle fotografie dall’acqua ai surfisti di Banzai). Nei gioni di massimo affollamento a Banzai non vi erano più che 10-15 persone in acqua , le quali utilizzavano il prato abbandonato per parcheggiare le loro macchine e riposarsi tra una session e l’altra ed entravano sempre dalla piccola baia seguendo mentalmente il percorso ad “L” rovesciata.L’accesso dal prato dal prato incolto e il raggiungimento del point-break remando dall’esterno della baia di Banzai sinistro aveva fatto si che Banzai venisse surfata esclusivamente a sinistra , indipendentemente dalla direzione della mareggiata. Finalmente, dopo alcuni mesi dalla scoperta di Banzai, durante una grossa mareggiata primaverile proveniente da SW, Giorgio Pietrangeli e Maurizio Marchisio , nello spingersi più a largo alla ricerca di set più grossi, furono trascinati pian piano dalla corrente all’interno del picco centrale.

La prima destra di Banzai: primavera 1985
Le onde che arrivavano costrinsero i due ad andare a destra e così , dopo un primo approccio limitato ad un bottom turn, i due si accorsero che la parete che si apriva verso destra era altrettanto aperta e lunga come la “sorella” di sinistra. Tuttavia, per lungo tempo ancora chi andava a surfare a Banzai continuava ad entrare in acqua dalla baia che si trovava dalla parte di Banzai sinistro, affrontando una remata di venti , trenta minuti per giungere sul point-break di Banzai destro . Solamente nell’inverno del 1985, grazie ancora una volta al caso, venne scoperto il canale di accesso di Banzai destro. Fu Massimo Navarro a ritrovarcisi praticamente dentro, quando emerso vicino alla barriera rocciosa dopo un brutto wipe-out incominciò a remare verso l’esterno per evitare un grosso set che stava incominciando a frangere.Nel tentativo di trovare una via di fuga dalla schiuma che incessantemente lo investiva, Massimo Navarro entrò così nel canale normalmente utilizzato dai gozzi ormeggiati all’interno della laguna. Di li a poco si incominciò a sfruttare l’attuale strada di accesso e ad utilizzare il canale della laguna come uscita da banzai destro, anche se molti continuavano ad accedere dall’incolto pratone ed a farsi una breve corsetta di riscaldamento fino al canale. Tutto ciò durò fino al giorno in cui una mano ignota chiuse l’accesso al pratone con una grossa gettata di terra e detriti e relegò l’entrata a Banzai unicamente dal vialetto (allora) sterrato che sbucava di fronte al canale di Banzai destro . Era il periodo era incominciato quello che sarebbe diventato, in pochi anni, un inesorabile quanto inimmaginabile flusso migratorio, capeggiato da Fabio Gini , Andrea Capogna da Fiumicino, e da Paolo Perrucci, Lorenzo Pellegrini da Ostia/Anzio. In pochi anni la popolazione surfistica è cresciuta a livello esponenziale (con immenso piacere della signora Ida e la sua famiglia che hanno potuto tramutare il chiosco di panini sulla spiaggia in un rinomato ristorante dal nome …Banzai!), grazie anche ai primi servizi fotografici e a quel tam-tam tanto efficace del passaparola , solo ora soppiantato (ma non del tutto) dal sito web su Internet.

Considerazioni finali
Attualmente la possibilità di surfare Banzai con meno di 10 persone in acqua è praticamente uguale a quella di riuscire a trovare alla facoltà di legge una ragazza ancora vergine! A quei pochi fortunati che hanno scoperto e vissuto Banzai agli albori non rimane che un ricordo, forse uno dei più belli della loro vita: L’immagine di lunghe onde solitarie che frangono dando corpo alle urla di gioia di pochi cari amici. A tutti coloro che sono venuti dopo, che inforcano il vialetto di entrata tramutandosi in piloti di formula uno colti da crisi isterica e che entrano in acqua con la faccia di chi ha appena scoperto che la propria ragazza se la fà con il loro migliore amico (pensando di poterlo trovare in acqua) solo un appello: Amate e Rispettate quello che è rimasto di Banzai e ricordatevi che se è diventato praticamente impossibile surfare Banzai con serenità, o se un giorno qualche burocrate senza scrupoli distruggerà per vile profitto personale, il fondale di Banzai, cancellando per sempre le sue meravigliose onde, beh tutto questo è solo colpa vostra!

Il nuragico avventuriero

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 20th, 2007

Più che un serfista Giangi Chiesura è uno a cui piace scender giù dalle onde con ogni mezzo possibile. Non ci ho mai parlato ma lo suppongo visto che, fra le immagini che lo ritraggono in mare reperibili in rete, lo trovi spesso alle prese con acquiloni e vele (fra l’altro è lui stesso fotografo).

Una delle poche foto nelle quali è su un vero serf è questa:

Giangi Chiesura

Il fatto è che Giangi è un vero local di Capo Mannu e sai… in questi casi l’occasione fa l’uomo serfista. Nel suo articolo sul Capo, che ho riportato integralmente sul blog, dice di aver serfato la prima volta in un luogo che non è mappato da nessuna guida di serf italiana: S’Arena Scoada… era la fine degli anni ‘70. Una sua bio si trova su www.capomannu.it.

Su Cuccuru Mannu

Posted in spot italiani, i primi serfisti d'italia on Ottobre 19th, 2007

Quando, moltissimi anni fa, andai nel Sinis, la gente indicava un posto di nome “Su Cuccuru Mannu”. Ci ho messo 25 anni a capire che questa locuzione poteva essere tradotta con Grande Promontorio o Grande Capo, e che quello era Capo Mannu, ovvero lo spot più consistente d’Italia (Dave Kalama nel 2006 ha detto testuali parole: “Una buona giornata ad Hokipa è quasi come una ottima giornata a Capo Mannu”… ci credereste se non foste serfisti?).

Comunque… Quella che segue è la “Storia del Capo” scritta da un pioniere del serf, Giangi Chiesura. La storia non è proprio lineare e priva di contraddizioni ma insomma….

“…portatemi un giorno sulla collina del Sinis, davanti al Mediterraneo, e mettetemi sotto la nuca una conchiglia verde perché la voce del mare mi canti ancora all’orecchio. Ch’io dorma là, tra i lentischi, cisti ed asfodeli, col suono delle onde sull’arenaria, sotto l’ala dei falchi e il volo ampio e molle dei gabbiani. Ch’io dorma sulla petraia del Sinis…”.Questi versi scritti dal grande Prof. Pau suonano come un’atto d’amore verso il Sinis, sono parole che testimoniano l’attaccamento dei sardi, quelli che hanno “l’acqua di mare che scorre nelle vene” verso il loro mare, verso quello che il mare gli può dare. Sul Capo si è scritto molto e, a volte con poca reale conoscenza. Perciò, con un po’ di coscienza ci proverò io.

Sono praticamente nato nel mare, posso veramente dire di aver vissuto in prima linea la scoperta del windsurf e del surf con l ‘arrivo delle prime vele e delle prime tavole da onda come le mitiche tavole scuola Star Cut ed i primi “wave” Rocket in polietilene. Non c’è alcun dubbio sul fatto che i primi uomini che solcarono le acque del Golfo di Oristano e quindi anche le acque del Capo furono in nuragici in un periodo compreso tra il 2000 ed il 1500 a.c.; Con molta probabilità questi uomini, vincendo la paura di un elemento a loro poco conosciuto e la paura dell’ignoto arrivarono sulla costa occidentale della Sardegna dalla Penisola Iberica, spinti dalle costanti correnti e perturbazioni atlantiche. Sicuramente con imbarcazioni primordiali e pericolose. Proviamo ad immaginare un loro approdo sulla costa Ovest con mare attivo o scaduta… Credo non sia sbagliato dire che in un modo furono loro i primi surfisti della storia.

Dopo di loro è stato un continuo assalto alle coste della Sardegna da parte dei vari popoli che si sono alternati per il dominio del Mediterraneo. Lungo tutta la penisola del Sinis vi è la più grande densita’ di torri nuragiche di tutta la Sardegna che, insieme alle Torri Aragonesi ,costruite a partire dal 1300 d.c. in difesa delle coste per le frequenti incursioni dei pirati Saraceni, costituirono un efficiente sistema di avvistamento per tutto ciò che arrivava dal mare.Sul promontorio di Capo Mannu c’è una Torre Aragonese ancora ben conservata. Con un po’ di incoscienza ogni tanto mi arrampico fino alla sommità. E’ incredibile la bellezza del mare che si vede, quanto è lontana la linea dell’orizzonte. Immagino i guerrieri che scrutavano il mare…, erano sicuramente i primi a vedere il vento arrivare, le onde crescere ed infrangersi sulle scogliere. Chissà se qualcuno di loro avrà mai pensato di poter giocare con le onde…

La storia di questa parte della Sardegna è veramente affascinante, ed è facile farsi prendere la mano, perciò cerco di tagliare ed arrivare fino ai giorni nostri. Dopo un’infinito numero di onde “sprecate” nel corso dei millenni, negli anni ‘70 due sparuti gruppi di aspiranti windsurfisti uno di Cagliari e l’altro di Oristano cominciavano a fare le loro prime esperienze con tavoloni, derive e boma di legno. Mentre nel cagliaritano era più facile reperire materiale ed appassionati, nell’oristanese una pinna, un trapezio, una muta erano cose preziose e trovarle era veramente difficile. I primi praticanti erano quei pochi fortunati che, grazie alle proprie famiglie avevano vissuto dalla loro infanzia sulla costa. Per un po’ di tempo i due gruppi sono rimasti separati poi con l’avvento della classe Windsurfer e le prime regate zonali si sono stabiliti i primi contatti e sono venuti fuori i nomi dei veri pionieri del windsurf e surf sardo.

A Cagliari Barrella, Ciabatti, Brianda, Strazzera, Loi, Sanjust, Racca, Stagno per citarne alcuni, Blumenthal, Bobo Lutzu, Giangi Chiesura, Angelo Fadda per citare qualcuno dei più rappresentativi oristanesi. Dopo i primi anni di pratica con i “rabbasoni”(tavoloni), sfogliando le prime riviste del settore (Windsurf Italia…) capimmo che si poteva fare il wave!!
Ed allora via a Cagliari dai primi shaper isolani Giovanni Fabbri e Stefano Diana. Ricordo ancora l’entusiasmo e la voglia di provare subito quelle tavole nelle onde, e ricordo anche gli schiaffi presi nei close out di S’Arena Scoada nelle prime uscite… Era la fine degli anni ‘70. Io personalmente credo di aver surfato la mia prima onda nel ‘78 a Mandriola con il wave in polietilene della Star Cut chiamato Rocket.Poi un giorno arrivarono i Cagliaritani… Si potrebbe paragonare la loro calata sulla costa ovest come l’ennesima invasione del Sinis, ma non fu così.

Infatti la pura passione per questo nuovo ed affascinante sport andava oltre ogni confine e tutti insieme si condivideva la scoperta di uno spot o l’avvento di una novità, tavola o vela che fosse. Il localismo non ha mai fatto parte della storia del surf o del windsurf. Mi dispiace che molti praticanti delle nuove generazioni non sentano praticando questi sport l’estremo e profondo contatto con la natura, con l’elemento acqua, con la persona che sta condividendo con te la tua passione.
Fare un bottom od un aerial su una cristallina onda di 3 metri non può generare odio o gelosia…; sono d’accordo sul fatto che chi va a surfare da straniero fuori casa deve avere il massimo rispetto per i locals e soprattutto per gli “storici” rispettandone le usanze.
A proposito del surf da onda, storicamente parlando credo di poter affermare che il Capo sia stato violato per primo da una tavola da onda.

Mentre Doc Bobo tra un esame universitario e l’altro costruiva la prima tavola da onda, da Cagliari arrivava Andrea Racca, giovane studente in California, dove aveva imparato l’arte del surf, e sicuramente tra i primi a surfare le onde del Capo.
Insieme a lui uno dei primi a surfare al Capo “da onda ” è stato sicuramente Giorgio Pietrangeli, uno dei grandi padri del surf italiano.
Questo succedeva attorno alla metà degli anni ‘70. Io e Bobo surfavamo i terribili close out di S’Arena Scoada.
Poi sfidando il grande Capo ci buttammo anche noi tra le sue onde. All’inizio era veramente una grande sfida; del surf e del Capo sapevamo veramente poco ed ogni drittone era per noi una gioia incredibile. Ho ancora il ricordo di interminabili giornate in acqua passate a divedersi in due onde fantastiche. In quei primi anni molti erano attratti da questo affascinante sport, alcuni rinunciarono, altri hanno continuato a surfare un’onda che probabilmente gli accompagnerà per tutta la vita.

Onda dopo onda si andava formando quel gruppo di surfisti primordiale che avrebbe gettato poi le basi del surf sardo. Mi viene in mente la figura del bravissimo Giorgio Stagno che arrivava da Cagliari con Gigi Barrella e Pinzo Antonello Ciabatti.
Anche lui con Andrea Racca credeva nel surf e nel potenziale di questo posto. Presto il gruppo compatto cominciò ad esplorare gli spot vicini.
Quando il Capo era troppo grosso e le onde schiumavano scoprimmo il potenziale del Minicapo: beach break con destra e sinistra a volte tubante e molto veloce; quando lo swell è grosso, con vento di tramontana o grecale, la sua onda sbafa ed è davvero fantastica ed impegnativa.
Col passare del tempo il numero dei surfisti cresceva, e così anche la necessità di nuovi picchi…
Ecco quindi la scoperta del Medicapo o Gozzilla ad opera del forte local oristanese Fofo. Ancora oggi questo piccolo spot è esclusivo presidio degli oristanesi.

Tra la fine degli anni ‘70 ed i primi degli anni ‘80 cominciava a spargersi la voce anche nella penisola sull’esistenza di incredibili condizioni di onda sulla costa ovest della Sardegna. Cominciarono così ad arrivare i primi “stranieri”: Maddaleni, Pietrangeli, D’Angelo e gli altri storici surfisti della Penisola.
Dopo di loro il suono delle onde ha cominciato a viaggiare nel vento… ed ecco arrivare i primi grossi nomi: ho ancora in mente i grossi ondoni surfati con una 7′ dal grande Anders Bringdal portato qui da Roberto Ricci.
Dopo di lui, a metà degli anni ‘90, la leggenda hawaiana Josh Angulo si è esibito in surfate veramente impressionanti.
Mentre i pro si esibivano in radicali manovre anche noi poveri mortali cominciavamo ad innalzare il livello.
E a scoprire nuovi spots. Storico il Chutz Point, vicino al Medicapo, dal nome dell’ormai stanziale local Chutz.

La vera consacrazione del Capo è stata fatta in una soleggiata giornata di primavera del ‘99 quando le leggende del surf mondiale Dave Kalama, Jeff Akman, Rusty Kelauana, in occasione del Quiksilver Pro Tour, sono entrati in acqua…
Lo stile e la radicalità che hanno messo in mostra ha veramente impressionato quei pochi fortunati che quel giorno hanno potuto vedere con i propri occhi un tale spettacolo.
Anche i tre “ragazzi” sono rimasti impressionati dalla qualità delle onde, credevano che il loro fosse un tour votato più a firmare poster che a surfare…! E’ stato fantastico vedere Kalama indossare con varie imprecazioni muta intera e calzari che a sentire lui non aveva mai messo!Torniamo indietro di una ventina di anni per vedere cosa invece succedeva quando si surfava al Capo con una vela sulla tavola…

Nel windsurf come nel surf si era formato un gruppo storico cagliaritano/oristanese Ciabatti, Barrella, Sanjust, Fabbri, Diana, Chiesura, Blumenthal, Fadda, Tore ed altri … che surfavano le prime onde quando le grosse mareggiate di maestrale arrivavano fino alla spiaggia di Mandriola. Un bel giorno bordeggiando lungo il promontorio qualcuno si rese conte delle grosse onde che con grande regolarità si susseguivano lungo il promontorio del Capo. Era nata la scintilla! I più temerari Barrella,Ciabatti ed io cominciammo a fare i primi drittoni ed a prendere i primi schiumoni scoprendo sulla nostra pelle e sui nostri alberi come surfare, dove uscire e come domare quelle stupende onde. Il primo grande pro che fece i primi grandi aerial al Capo ed al Minicapo fu senza dubbio Cesare Cantagalli.

Cesare comprese subito il grande potenziale di questi spots, ne rimase veramente affascinato e da allora è rimasto affezionato a queste onde tanto che spesso i test delle sue nuove vele vengano fatti proprio qui.
Come nel surf anche nel windsurf i pro come Anders Bringdal e Josh Angulo sono rimasti stupiti del fatto che nel Mediterraneo potessero trovare condizioni così radicali.
Anche l’australiano Scott McKercher ha avuto il piacere di piegare in più occasioni con e senza vela le onde del Capo.
L’ultimo grande pro che ha navigato al Capo e al Mini in condizioni mitiche ad aprile di quest’anno è stato il kiter Max Bo. …
Ci mancava solo il kite al Capo!!
Dai Fassoni, le imbarcazioni in giunco di palude, costruite dagli antichi fenici, al kevlar delle tavole al ripstop delle vele, non si fermerà mai…

Alcune curiosità sul Capo:
· Il Capo non è sempre stato gioia e felicità ma anche sangue, dolore e soldi andati via… E’ grazie al surfista Doc Bobo ed alla sua borsa di pronto soccorso sempre in macchina, che molti ragazzi sono stati ricuciti nella spiaggetta del Capo o sul promontorio del Mini. Questo per aver sottovalutato le loro capacità o la grande potenza delle onde unita alla pericolosità delle rocce e della corrente.
· Ben due Rolex Submariner, un Philipwatch aquatica, un grosso bracciale d’oro giagiono sui fondali del Capo strappati agli sfigati durante le innumerevoli lavatrici.
· Capo Mannu: grande Capo, …the main spot.
· Gozzilla o Medicapo: reserved and restricted surf area; deve il suo nome al panettone roccioso che si erge fino al pelo dell’acqua…
· Minicapo: il figlio del Capo, spesso non proprio mini…
· Chutz Point: dal nome del local scopritore
· Alcuni nomi locali: Nas’e pompa, Salame, Pisisi, Gioccattoleddu, Crosta, Cerniotto, Millimetrico, Legenda, Miziga, Uaca, Tecà, Taba, Fofo, Giando, Orsetto, Nik & Mig,… Sul Capo, sulla gente del Capo, sulle sue storie si potrebbe scrivere un grande libro. Forse un giorno si farà. Per ora mi scuso con chi non è stato nominato perché sicuramente ci sarà stato qualcuno in qualche tempo che, solitario, ha surfato con immensa gioia questi incredibili doni del mare chiamati onde.

Polymerase Chain Reaction

Posted in varie on Ottobre 16th, 2007

Questo è il racconto autobiografico di Kary Mullis, inventore di quella cosa che ho scritto nel titolo, grazie alla quale ha vinto il Nobel per la chimica nel 1993:

Il 13 ottobre 1993 il telefono squillò alle 6.15 del mattino […] <<Congratulazioni, dottor Mullis, ho piacere di annunciarle che le è stato assegnato il premio Nobel>>. <<Lo prendo!>> risposi d’impulso […] Appena ebbi riattaccato, cercai di telefonare a mia madre nella Carolina del Sud. Per combinazione era il suo compleanno, e pensai che quello sarebbe stato un buon regalo. Ma quando sollevai la cornetta, mi rispose un redattore dell’Associated Press. Il telefono non aveva neanche suonato. Gli parlai per un momento, misi giù e riprovai. Stavolta parlai con qualcuno dell’UPI. Poi mi chiamò una televisione locale, che voleva far venire una troupe. Verso le sette, come sempre, arrivò Steve Judd e gli dissi che avevo appena vinto il Nobel. <<Lo so>>, rispose, <<l’ho appena sentito alla radio. Andiamo a fare surf>>.

Kary Mullis, copertina originale di Dancing naked in the mind field

La televisione locale che voleva mandarmi una troupe era ancora in linea. Gli dissi che sarei stato disponibile un’ora più tardi. Avevo bisogno di svegliarmi, e sarei andato a fare surf. Ovviamente mi chiesero dove. Guardai Steve, e ci mettemmo d’accordo con un cenno. Dissi che saremmo stati a Del Mar, sulla tredicesima strada. Ci dirigemmo invece a Tourmaline, in direzione completamente opposta: avevo bisogno di tempo.

Un gruppo di amici si unì a noi: quando uscii dall’acqua trovai ad aspettarmi la troupe di un’altra emittente televisiva. Erano andati direttamente a casa mia, e interrogando un vicino avevano scoperto dove facevo surf abitualmente. Ma non mi conoscevano, e chiedevano a chiunque usciva dall’acqua se fosse Kary Mullis. Andy Dizon ammise di essere me. Gli chiesero come si sentisse dopo aver vinto il Nobel, e lui affermò che era l’avverarsi di un sogno. Poi gli chiesero cosa avrebbe fatto per il resto della giornata, e lui si girò verso di me esclamando: <<Accidenti, ora che mi ricordo, Kary Mullis è lui>>.

PS. “Quella cosa” ha permesso di mappare il DNA.

PPS. Alessandro Staffa, che scrive un articolo in proposito su Revolt, ci ha serfato insieme.

PPS. Kary non ha solo vinto il Nobel. Ha fatto tantissimi altre cose, molto importanti. Vale quindi la pena di leggere Kary Mullis, Ballando Nudi nel Campo della Mente, Baldini & Castoldi, Milano, 2000 (ora il libro è passato a Baldini Castoldi Dalai Editore).

Angurie d’acqua

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 13th, 2007

Giorgio Stagno “studiato” da Valentina Campus:

[…] Tanti anni fa, i windsurfisti li prendevano in giro. Li chiamavano cocomeri, zucche vuote. Per loro il surf era una perdita di tempo, una sport che si poteva praticare solo una volta ogni tanto, “non immaginavano che in Sardegna si potesse fare tutto l’anno” […]

ma

Dopo i primi anni propedeutici al Poetto, la spiaggia di Cagliari, Giorgio e gli altri surfisti cominciano a organizzare le prime trasferte a Chia e Oristano:“Erano partenze di massa, con macchine stracariche di gente e tavole ammassate sull’imperiale. Ci univa lo spirito di evasione, il desiderio di scoprire nuove spiagge, la noia dei soliti locali, la voglia di stare con persone con cui si condivideva una passione”.

Giorgio Stagno

Quelle trasferte diventano un mito. La gente fantastica sull’abuso di alcool e droghe. “In realtà - assicura Giorgio - erano normali cene tra amici”, anche se non era raro che il mattino dopo qualcuno finisse in acqua ancora ubriaco. Qualche volta è successo anche alle gare.

Dove sei Doc?

Posted in i primi serfisti d'italia on Ottobre 12th, 2007

Bobo Lutzu, detto Doc Bobo, è considerato da tutti uno fra i primi serfisti sardi e anche il primo costruttore di tavole da serf in Sardegna. Alcuni gli attribuiscono la prima onda a Capo Mannu.

L’unica immagine che ho trovato di lui è questa:

Doc Bobo Lutzu

 

Che dire? Sicuramente è dell’oristanese. Nulla più di questo se non che da questa immagine assomiglia un po’ a Dave Kalama… ma forse è solo un’impressione.

Schiavi?

Posted in varie on Ottobre 9th, 2007

Mickey Dora, storico serfista californiano (dagli anni ‘50 ai ‘70) diceva riguardo ai prò:

Il professionismo priverà l’individuo di ogni forma di controllo sullo sport. Questi macellai di Wall Street desiderano consolidare il surf soltanto per estrarne ricchezza. Per poter sopravvivere in questo regime ‘professionale’, il surfista sarà costretto a uno stato di totale subordinazione ai pochi che detengono il potere. Gli organizzatori gli diranno cosa deve fare e riscuoteranno gli introiti mentre il surfista fa il lavoro sporco e riceve poco […] un surfista dovrebbe pensarci bene prima di vendere se stesso a questa <<gente>> perché significa firmare la propria condanna a morte come individuo (citato in Madeira Giacci, Elogio del Surf, Castelvecchi: Roma, 2006, p. 29 )

Mickey Dora (da Cat) a Malibu

E’ davvero successo questo? Oggi pochi serfisti fanno molti soldi… ma quali sono state le conseguenze su tutti gli altri?


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