Leo e Matteo nel 1996

In “Una volta che parti” parlavo di un serfista che aveva casa a Banzai e che avevo conosciuto nel 1996. Ho ritrovato l’articolo che scrissi a quattro mani (e cmq non sono, non sono stato e non sarò mai un giornalista). I serfisti in realtà erano due, Leo e Matteo.

Con il senno di poi mi sono messo a ravanare in rete e ho scoperto (ma non ne sono sicuro), che entrambi sono stati più volte campioni italiani di serf. Ora capisco perché mi trasmisero quel fomento, capisco - eccome - la dipendenza dal meteo, capisco -ahimè- le loro preoccupazioni ambientaliste (era 11 anni fa!).

Adesso però posto il pezzo. Ripeto, è un po’ ingenuo, ha errori di storia e geografia (serfistica) ma secondo me è buono (ehm, è vero, ho tolto due o tre cose davvero imbarazzanti…).

Point Break a Santa Marinella

un trip californiano tra i surfisti del Killer Loop

Si chiama Banzai lo spot che fronteggia la spiaggia hawaiana di Pipeline, sulla quale si infrangono le onde più pericolose del mondo. Imponenti masse d’acqua sospinte per migliaia di chilometri dai poderosi venti oceanici originari delle isole Aleutine, senza che la barriera corallina opponga alcuna resistenza fino allo scalino della North Shore dell’isola di Oahu. Un vero e proprio detonatore di muri d’acqua capaci di raggiungere grandezze inquietanti, paragonabili soltanto a quelle delle altre onde hawaiane di Sunset Beach e Waimea Bay, dove si tiene ogni anno il romanzesco trofeo surfistico Eddie Aikau, a patto che l’acqua s’impenni verso il cielo almeno per nove metri.

Nove metri d’oceano scrosciante, sui quali anche campioni emergenti come il ventunenne Kelly Slater e leggende viventi del calibro di Tom Curren possono fare poc’altro se non resistere dentro ai tubi d’acqua per il maggior tempo possibile, sperando di non essere sepolti dalla risacca. Sperando di non essere schiacciati dal peso dell’onda sui bassissimi fondali di corallo affilato.
Un altro Banzai: lo spot antistante la spiaggia del Killer Loop, abitata dalla comunità di surfisti di Santa Marinella, località balneare del Tirreno laziale, distante soli cinquanta chilometri da Roma. Rinomato luogo di villeggiatura negli anni ‘50, frequentato, negli anni d’oro, anche dalla famiglia Rossellini, e poi rapidamente decaduto a causa del repentino inghiottimento della spiaggia da parte del mare. E ancor più decaduto in seguito alla vera e propria fagocitazione nell’area metropolitana di tutto il litorale nord procurata dal perenne avanzare dell’urbanizzazione lungo la via Aurelia.
Una fagocitazione che ha fatto della costa l’estrema invalicabile risacca della città in espansione: da Fregene a Santa Severa, passando per Maccarese e Ladispoli, che, con Santa Marinella, rappresentano oggi i più importanti insediamenti di immigrati russi e nigeriani costituitisi nei dintorni di Roma.
Quando si pensa al litorale romano l’immaginario corre subito alle neorealistiche pipinare di Ostia, o alle pasoliniane visioni di miseria di Fiumicino. Chi mai imaginerebbe scenari californiani alla Un mercoledì da leoni? D’altra parte alle onde da surfare a Santa Marinella chi ci ha mai fatto caso? Chi ha mai fatto caso alla spiaggia del Killer Loop? E invece esiste davvero, ennesima favola metropolitana tra tante altre nascoste ai margini di una metropoli perennemente a caccia di limiti da valicare in un’orgia di sincretismi inattesi e –da un certo punto di vista– nobilitanti, poiché curiosi, rari, e comuni alle megalopoli di tutto il mondo.
Esiste ed è popolato da uno stuolo di giovani surfisti che sembrano usciti dalle migliori sequenze di un Point Break nostrano, anche se, di sicuro, non se ne vanno in giro a svaligiare banche indossando maschere di Cossiga, Pertini, Leone e Saragat. Ce lo assicurano Leo e Matteo, due dei più assidui frequentatori del Killer Loop, che acconsentono a farci da guida in questo nostro viaggio alla caccia di una storia che sembra già scritta dalla sua improbabilità.
«I primi surfisti, i beginners, li vedevo surfare già otto anni fa, proprio di fronte a casa mia» ci spiega Leo mentre ci allontaniamo da Roma in quattro su una Panda. Ci parla della generazione forgiata dalla grande mareggiata dell’11 gennaio 1987, che lasciò dietro di sé muri d’acqua di 3 metri e mezzo. Pure Matteo se la ricorda quella mareggiata, anche se non aveva ancora il coraggio di uscire in mare: «su onde così avrò surfato due volte in vita mia». Ora aspetta il suo turno, con calma: «Prima o poi il barometro segnerà una minima spaventosa proprio su Roma. E quando questo avverrà noi saremo qui».
È una giornata di sole. Nel cielo troneggiano enormi zolle di vapore alla deriva. Un Sabato di mezz’autunno; il libeccio è in caduta, la condizione ideale per uscire con la tavola. «E poi» dice Leo «la boa di Ponza segnava 2 metri e mezzo in salita, quindi le onde ci sono». Il primo dei tanti, piccoli, segnali che spiegano la schiavitù del surfista dalle previsioni del tempo, la sua dipendenza esistenziale dalle boe di Ponza e Levanto, che misurano l’altezza delle stesse onde che arriveranno sugli spot di Santa Marinella, ma anche di Ostia e Fiumicino, o su su quelli del mediterraneo nord-occidentale, ossia del Tirreno che bagna Liguria e Toscana: Varazze, Viareggio e Forte dei Marmi.
Scivoliamo lenti sull’Aurelia. Leo ci mostra un pacco di riviste specializzate. La nostra attenzione cade su un periodico spillato dalla copertina in bianco e nero. Si chiama Onda, la prima fanzine dei surfisti italiani, datata 1987, che racconta delle gesta dei pionieri. «Adesso non è più come allora» continua Leo «E’ pieno di principianti che non sanno nulla del codice che regola la cattura di un onda, nulla delle precedenze». È per questo che Matteo ha preso ad andare in acqua con la long board, la tavola lunga e pesante dei primi surfisti, quella, per intenderci, celebrata dalle sequenze di Un Mercoledì da Leoni. Una tavola che incute paura e rispetto, in acqua. «Oltre ai principianti adesso in mare ci sono anche i poser, i pariolini che comprano le tavole più costose e vengono il sabato e la domenica a surfare per moda, per farsi notare. E ci riescono anche, bisogna dirlo».
Leo e Matteo certamente non surfano per posa. Lo dice il modo in cui parlano del mare. Lo dicono i loro sguardi quando, al limite del misticismo ecologista, raccontano dell’inquinamento degli spot di Ostia e Fiumicino. D’altra parte il legame fra surf ed ecologia non è cosa nuova. Basti pensare che già nel 1972, in piena vogue hippy, la rivista Surfer parlava del mare come di Our Mother Ocean. Nei ‘90, dopo dieci anni di edulcorazione dei propositi ecologisti causata dal montare dello show-biz attorno al surf e dall’edonismo dilagante, la rivista francese Surf session ha cominciato a dedicare un’intera rubrica al problema delle eaux troubles, per iniziativa dell’associazione americana Surfrider Foundation, capeggiata dallo storico campione Tom Curren, trasferitosi sulle inquinatissime coste basche.
Raggiungiamo l’hotel Portofina. Lasciamo la macchina. Sulla destra i monti della tolfa. Sulla sinistra quel che resta della macchia mediterranea: un canneto abbastanza fitto in mezzo alle sterpaglie, tra le quali s’apre un viottolo di ghiaia grossa e risonante. Scendiamo sulla spiaggia di sassi antistante l’albergo. Siamo a Banzai, uno spot contraddistinto da onde lunghe, che scivolano anche per cinquanta metri, offrendo pareti ampie e liscie. «C’è parecchia gente in acqua» dice Matteo «andiamo più avanti, a Off the Wall», e indica un promontorio di sassi che spezza in due le onde, poco distante.
Camminiamo sulla battigia quasi deserta, finché non raggiungiamo l’angolo di un’insenatura disegnata, appunto, dal promontorio contro il quale si infrangono le onde più alte. Siamo a Off the Wall. Un metro, forse un metro e mezzo d’acqua. Ma l’altezza conta poco, se è vero che proprio sulle onde più basse Kelly Slater ha dimostrato di saper dar vita, alle manovre più radicali: ai più straordinari take-off, ai più rapidi e vorticosi floaters on the lips.
Comunque, qui a Off the Wall le onde ci sono: picchi alti, da partenza veloce, ma che rapidamente si chiudono in un vortice di schiuma. Ci voltiamo verso l’entroterra: su un pennone arruginito sventola il vessillo nero del Killer Loop, rubato da Leo e Matteo in una stazione sciistica. Sulla destra, parcheggiati ai limiti della battigia, intravediamo i pulmini Wolkswagen e le macchine degli altri surfisti che sono già in acqua.
Matteo non sta più nella pelle. Indossa la muta con cura e senza dire una parola si lancia in acqua con la sua long board. «Bisogna che vado da Ciccio a prendere la mia tavola» fa Leo. Noi, ovviamente, lo accompagnamo, curiosi di scoprire chi è Ciccio: «come chi è? E un po’ il capo della comunità… Uno dei pionieri. Lui surfa con ogni tavola ed in ogni momento: con la vela, senza vela, con tavole da salto, da crociera, da onda…».
In un quarto d’ora di macchina siamo a Campo di Mare, villaggio balneare praticamente desertificato dall’autunno. Il surf shop di Ciccio è chiuso: «lui fa un orario assurdo: apre la mattina dalle undici all’una e poi la sera dalle cinque alle sette. per il resto se ne stà sulla spiaggia, dove ha aperto un surf center assieme agli altri locals…». E allora lo andiamo a cercare sulla spiaggia. Parcheggiamo su uno spiazzo sterrato, accanto ad altre macchine e ad altri pulmini: «in molti hanno cominciato a farsi il pulmino. Ci puoi dormire dentro dapertutto, e la mattina sei già sulla spiaggia. Poi per portarti appresso l’attrezzatura è il sistema migliore».
Scendiamo. Buttati contro un muretto del centro, interamente costruito in legno, parecchi surfisti sembrano delusi: «sono velisti. Stanno parecchio giù perché è sceso il libeccio. Vengono qui per saltare sulle onde, di questa stagione. Guarda! Avete culo… Quello laggiù è Cantagalli: uno dei più forti windsurfisti del mondo. È lui che ha inventato il salto della morte…».
All’ingresso, su una tavola di legno, troneggia il motto: Born to be wild. We are not men: we are surfers. Avanziamo tra le capanne del centro e Leo ci spiega che lì, quando fa caldo, i locals si ritrovano la sera davanti ai fuochi per mangiare pesce e scambiare racconti di surfate esotiche. Troviamo Ciccio: un tipo tarchiato e muscolosissimo, col baricentro basso e i capelli schiariti dal mare. E’ indaffaratissimo a riparare il tetto di una baracca. Quasi non ci caga. Si limita ad indirizzarci verso una certa Carla — tipo la sua fidanzata — che ne sta con due amiche a parlare davanti al mare. Lei si offre di accompagnarci al negozio dove Leo ha lasciato la sua tavola.
In macchina non si parla d’altro che di venti, onde ed imminenti viaggi alle Barbados. Cominciamo a capire che qui si vive solo di surf: «e di che altro, scusa? Hai visto che cazzo di posto è questo?». Ammutoliamo senza neanche annuire. In dieci minuti rimediamo la tavola, riaccompagnamo Carla e filiamo verso Off the wall.
Leo ha comprato una paraffina aromatizzata alla fragola: «io ho pensato mille volte di fabbricarne di aromatizzate alla tequila, al whiskey… Vabbè, a parte gli scherzi… Questa è la paraffina dura da acque calde. Quella da acque fredde è molto più morbida. Quest’estate ne ho comprata una per sbaglio e mi si è squagliata in mano…».
Siamo di nuovo a Off the wall. Matteo è perso tra i cacciatori di onde. Leo indossa rapidamente la tuta, poi imbraccia la sua tavola: «divertitevi…» ci fa, e poi entra in acqua. Lo vediamo remare verso il largo, e poi la sua figura si confonde tra quelle degli altri, che, a turno, cavalcano le onde. Ci guardiamo in faccia come a dirci: questo è il surf. E questo è il motivo per cui il surf diviene uno stile, una mentalità, un modo di vivere. «Chissà dove andremo a finire…» si domandava Matteo, studente di architettura «forse dietro a una scrivania. Ma una cosa è sicura: io surferò fino a sessant’anni».
È forse per questo che Silver Surfer al momento di trasformarsi in quella forza cosmica che è, porta con sé soltanto la sua long board? È forse per questo che il Ragazzo della Morte dell’apocalisse barkeriana, quando si trova nell’impossibilità di descrivere a se stesso l’immensità creatrice del Mare della Quiddità, l’oltre-luogo per eccellenza, non riesce a far altro che cavalcarne le onde con la propria tavola?
Ci ritornano alla mente le parole di Leo: «Certo, siamo a Santa Marinella… Non è Biarritz, Lafitenia o Alcyona, o ancora San Sebastian, Pantin… E ancora meno somiglia a Waimea Bay. Ma questa è casa nostra, e queste sono le nostre onde…». E allora capiamo che lo stesso Mare della Quiddità che bagna le spiagge oceaniche lambisce, ora, davanti ai nostri occhi, anche le sabbie di Santa Marinella.

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