Il coraggio, l’orgoglio e altre idiozie
E’ un mattino di febbraio. Tutto è perfettamente gelido, anche il vento, che ti schiaffeggia la faccia. Sei solo sulla spiaggia, vicino a te la tua cara vecchia tavola del serf. La tuta del serf è ancora in macchina.
Scruti con occhio vigile l’orizzonte, valuti attentamente la direzione e la forza della mareggiata.
Ti rendi conto di un piccolo problema: ci sono al massimo 13cm d’onda, non c’è nessuna mareggiata. Tredici infami centimetri del cazzo, mentre tutti ieri dicevano “bombe, montagne pure ripide, picchi spaventosi, schiume assassine” e tu sentivi già l’adrenalina salire, sapevi che avresti affrontato pericoli e difficoltà ma eri comunque già contento, perché l’unico obiettivo che avevi era andare in mare, la mattina dopo, e fare del buon serf.
Sono le sette e mezza. Hai lasciato il letto un’ora e un quarto fa. Dentro a quel letto si crogiola discintamente la tua amata compagna. Una voce intima e riposata, che sa di colazione fra le coperte e vicinanza di amori e affetti ti dice: “torna immediatamente a casa, rimettiti a letto e riinizia la giornata: tutto questo non è successo”. Un’altra voce, molto più brutale e perversa, urla: “Dai, buttati, ché almeno un po’ di braccia te le fai” e anche: “dai, che provi un po’ di tartarughe”.
In situazioni come queste il serf è uno sport estremo. Estremo perché se ti butti sei un vero idiota, o perlomeno sei sulla buona strada per diventarlo.
Inutile dire che io sono un vero idiota. Io pratico questo genere di serf estremo almeno 10 volte l’anno.